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La sindorme di Oderisi da Gubbio

Argomento: Letteratura

di Martina Dell’Annunziata
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Pubblicato il 29/03/2020 15:13:56

 La sindrome di Oderisi da Gubbio è una tendenza molto comune tra coloro che eccellono, od ambiscono ad eccellere, in un determinato ambito (dalla poesia all'arte, dalla filosofia alla musica...). Questo singolare personaggio è collocato da Dante nella prima Cornice del Purgatorio, insieme a tutti quelli che, secondo l’insindacabile giudizio del sommo poeta, in vita si sarebbero macchiati della medesima colpa: per ''lo gran disio de l'eccellenza'', non aver riconosciuto l'eccellenza altrui. E ''di tal superbia qui si paga il fio'', aggiunge Oderisi (Purgatorio, Canto XI, v. 88).

 Di Oderisi sappiamo ben poco. Dalle essenziali informazioni che lo stesso Dante ci offre, scopriamo di trovarci al cospetto di uno dei più ammirati artigiani nativi di Gubbio, attivo nel Duecento ed esperto nell'arte della miniatura. Ma ciò di cui non fu capace in vita, Oderisi lo compie in questo aldilà dal volto umano: celebrare le lodi dell'altro, il concorrente miniaturista Franco Bolognese, cui soltanto adesso egli rende omaggio, ricordandone onore e fama.

 Spogliatisi di ogni bollore corporeo e spinta motivazionale, i semi-dannati ospiti del Purgatorio sembrano aver conquistato, se non una visione divina, una considerazione più saggiamente fondata del successo mondano, definito col senno di poi come nient'altro che un vento, che ora viene, ora va ''e muta nome perché muta lato'' (v.102). Tutto si dissolverà, dicevan...

 In nessun passo del Canto è rintracciabile un'esplicita condanna della superbia; Dante ne propone piuttosto un'implicita originale definizione.
Autenticamente superbo è colui che asseconda la propria aspirazione all'eccellenza, per la quale non può esservi assoluto biasimo. Questo costante tendersi al meglio impone, per sua stessa natura, un processo di individuazione e di costante differenziazione. Il superbo non vuole assomigliare a nessuno se non a se stesso, poiché crede che il migliore non è mai più di uno. Ciononostante, la percezione dei miglioramenti altrui non è vissuta con angoscia, ma come punto di partenza per ulteriori superamenti.

 Diverso il caso dell'invidioso, che dice tacitamente a se stesso: ''Vorrei tanto potergli somigliare...'', e non avendo dote d'elevarsi, non può che sperare nell’altrui deterioramento.

 

Martina Dell'Annunziata


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