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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Marco Righetti

Argomento: Intervista

Testo proposto da LaRecherche.it

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Pubblicato il 18/02/2014 12:00:00

 

Intervista a Marco Righetti a cura di Paolo Polvani, in occasione della pubblicazione del romanzo “La vita è molto più”, Leone Editore (2014).

 

 

Marco, per favore, puoi raccontarci qualcosa di te che permetta, a chi ancora non ti conosce, di avvicinarsi alla tua persona e alla tua opera? Chi è Marco Righetti?

 

Mi sono presto reso conto che siamo tutti contemporaneamente emittenti e destinatari di parole e immagini e mondi che però restano volatili, mutevoli, illusori. Possiamo paragonare ciascuno di noi a una finestra. Nella mia vita ho sempre visto molte finestre aperte, ma paradossalmente mi hanno dato e mi danno molta più sicurezza le finestre chiuse, perché dichiarano subito di non voler rivelare nulla, e tu finisci con l’intuire quel che celano; e forse non aiuterebbe molto se qualcuno dichiarasse qualcosa, perché ‘un pensiero rivelato è già menzogna’, diceva Tjutcev. Quelle aperte invece sono insidiose perché possono far entrare qualunque cosa, il mistero e la rugiada, l’orrore e lo stupore. Le finestre aperte sono libri da leggere, menzogna e sortilegio… Scrivere storie è un modo di guardare dentro le finestre aperte, di indagare l’umanità che vive al di là di queste, e di ritrovare quella parte di me dispersa altrove. Da ragazzo raccontavo quello che avevo visto, perché non fuggisse e restasse meglio in memoria. Scrivevo anche per farmi domande ulteriori. Conoscere, immaginare, raccontare sono solo la premessa di una navigazione maggiore: non scrittura di viaggio ma viaggio attraverso la scrittura. Mi sono messo seriamente in viaggio tardi, verso i quarantacinque, dietro consiglio paterno: intendo ho iniziato a partecipare a concorsi (con risultati più che lusinghieri) e a mettere insieme poesie da pubblicare. Nella mia nota in appendice a Il seguito mancante (Puntoacapo editrice, 2010), secondo, corposo volume di poesie, mi chiedevo: “A che ora sono nel mio rapporto con la vita fatta, col mondo già vissuto? Che punteggio ha, oggi, la mia coscienza di un bene ricevuto, di un’umanità ferita, conculcata? A quanto va la consapevolezza delle nostre radici letterarie e storiche, imprescindibili? Quali orizzonti mi apre un dire che esce dalla mano passando per il cuore? Ho scritto Il seguito mancante... L’occhio della scrittura completa e interpreta quello storico, intravede collegamenti, scopre vite vissute, riorganizza le scene intorno a eventi privati e pubblici di cui si è consumato il tempo ma non la memoria, rifà l’amore e la perdita, scompone la morte e la ricompone in dialoghi. Ritrova le letture fatte e vi mette il collante della conoscenza: quelle immagini ricevute negli anni possono finalmente posizionarsi a finestra della mente, oltre che del cuore. La poesia ritrova l’altro e la sua voce; in questa fase lotta per non tacere e per non dire troppo, in una parola: per reggersi.”

Ho pubblicato quindi pièces, il romanzo Sole Nero (Leone editore, 2012) cui accennerò dopo, ho un corpus considerevole di racconti che prima o poi troverò il modo di far uscire senza far concorrenza temporale alla mia narrativa lunga; ho infatti altri due romanzi quasi pronti. Fra le esperienze entusiasmanti quella di poter parlare di letteratura ai ragazzi, talvolta infatti sono ospite presso scuole romane medie o superiori in occasione delle giornate dedicate agli autori.

 

Qual è Marco il tema centrale del tuo romanzo “La vita è molto più”? la precarietà, la difficoltà dei rapporti umani? l’autismo ? la ricerca di un senso nella vita?

 

 

Mi sono messo a scriverlo senza altro desiderio che voler affidare alle pagine qualcosa che urgeva, un nucleo di affettività, emotività, pensieri, ricordi, immagini prese dalla mia e da altre vite. Chi scrive ha sempre in sé altre biografie, vite che gli sono entrate nei pori della mente e del cuore, vite che ha respirato nella sua esistenza, spesso senza accorgersene. Non è così difficile: quando noi guardiamo uno spettacolo naturale ne portiamo poi dentro per un po’ i colori, le atmosfere, i silenzi, rubiamo al paesaggio qualcosa che prima era solo suo e ora è anche nostro. Così è per il nostro vivere quotidiano: la partecipazione alla vita non è mai affare individuale, volenti o nolenti c’è molto degli altri nelle nostre azioni, pensieri, convinzioni, proprio per quel filo tenue e solido di umanità che ci fa presenti gli uni agli altri in un dato momento qui, su questa terra. Holderlin diceva “pieno di merito, ma poeticamente l’uomo abita su questa terra” , cioè non c’è solo attività nell’uomo (il merito nel fare) ma anche ricezione di qualcosa che ci viene già dato e che ci previene (e che per Heidegger sarà poi l’appartenenza al linguaggio della poesia). Quando noi diciamo ‘che bello’ oppure ‘è terribile’ non facciamo altro che ricevere emozioni già pronte, di fronte alle quali non c’è alcuna nostra attività. Ecco, la scrittura permette di trasformarle in attività, in possibilità di tirar fuori da quei momenti, che sono entrati in noi, un discorso, un ragionamento e - nel caso di un romanzo - un’immagine della stessa vita. Mi sono messo a scrivere La vita è molto più perché avvertivo il bisogno di chiarire qualcosa che mi portavo dentro e volevo dirlo a tutti (incluso naturalmente me stesso). Non avevo un tema ben definito, avevo piuttosto la guida di una vicenda, il plot narrativo: ho lasciato che fosse questa ad assumere i temi che poi sono entrati a far parte del romanzo. L’urgenza della scrittura per me non è mai un fatto tematico ma qualcosa di più profondo e misterioso: è appunto questa risalita della parte ‘passiva’ della mia vita e la conseguente necessità di tradurla in parole, segni concreti, e di comunicarla a quante più persone possibile.

 

In certi passaggi del romanzo si avverte contiguità con il linguaggio della poesia. Quali differenze di temperatura riscontri tra la scrittura narrativa e quella poetica?

 

Sono due codici fondamentalmente diversi, la poesia privilegia una verticalità che costringe alla riflessione, al verso in luogo della frase, alla pausa in luogo di un discorso. La prosa distende le sue idee, invece, racconta (anche poeticamente) ma sempre accompagnando il lettore, ne indirizza le reazioni, non lo lascia mai solo come fa invece certa poesia, che ti cade addosso con le sue improvvise manette che ti costringono a quel sintagma, a quel nesso voluto dall’autore e non spiegabile. Una prosa che oggi non chiarisca il suo rapporto col lettore, che non dia conto delle sue ragioni è una prosa incompleta, monca, in ultima analisi: una prosa mancata. In poesia è diverso: nessuno scriverebbe più versi se il problema della poesia fosse quello di farsi capire, ricordava Montale. E Borges era dello stesso avviso: ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere.

Ecco perché a mio avviso ci sono più (falsi) poeti che (veri) narratori, proprio perché la prosa costringe invariabilmente a prendere posizione nei confronti del destinatario, costringe l’autore a un rapporto dialettico con lui, e quindi ad adottare una tecnica, una condotta che convincano, che siano coerenti con il genere scelto, e cioè (semplificando) racconto o romanzo.

La prosa permette, come la poesia, di varcare quell’altrove che è in ogni cosa, in ogni situazione della vita, ma lo fa accumulando linguaggi (Meneghello, Gadda, Bufalino), espressività che oscillano fra lingue della memoria (immaginifica, mitica, viscerale, ancorata al territorio) e incisività della lingua che ne risulta. La contaminatio fra generi e l’impasto che ne deriva sono una via diversa in direzione della libertà della parola, verso la migliore coscienza della verità della vita.

Diverso è il caso in cui il rapporto con la scrittura è via di provvisoria salvezza. Pavese scriveva per reagire all’inconciliabilità fra sé e la vita, per esorcizzarla, salvo poi uscirne con una coscienza drammaticamente più acuta. La realtà quotidiana diventò per Pavese proibita e imprendibile, come osservò la Ginzburg, stimolando in lui la maturazione di una tragicità irreversibile.

 

Perché l’autismo?

 

Perché fa parte di quel ‘patrimonio di verità’ (per usare un sintagma caro a Croce) che fa la nostra esistenza su questa terra. Nel libro non ci sono naturalmente accenni tecnici a questa patologia, mai avrei potuto inserirne, non ne ho la minima competenza.

Il mio è un romanzo: e allora l’autismo diventa immediatamente, nelle pagine, la cartina di tornasole del mondo altro, quello privato e sconosciuto ai riflettori dei media, un mondo dove dolore e amore sono uniti molto più saldamente del solito. Ma Francesco, il bambino autistico, ha un dono meraviglioso, particolare: l’empatia. Ed è per questa via che proprio lui apre alla speranza. Francesco potrebbe diventare la storia della speranza… Bisognerà vedere quanto i genitori siano pronti e disposti a capirlo. Dunque l’autismo a questo punto da dramma diventa fonte di luce.

C’è poi un’altra lettura, è il caso di dire: l’autismo di Francesco è la chiave migliore per stanare l’autismo della società che lo ghettizza e lo giudica. Ci sono alcune situazioni emblematiche, nel romanzo, ma non le svelo.

Non solo: è ancora lui, col suo grande problema, a dettare ai genitori il tempo delle scelte. Ma di fronte a questo tempo c’è – non si comprende se sua causa o suo effetto - un flusso di eventi talora ingovernabile. Basti pensare al modo traumatico con cui il padre di Francesco, Jacopo, apre il romanzo...

La malattia di Francesco, e la sua empatia, radicalizzano i fatti, le atmosfere, le attese, i timori, sono dei reagenti che ‘accelerano’ la pagina

 

Quanto di autobiografico affiora nel romanzo ?

 

Vicende che sono in vario modo entrate nella mia vita, e che non potevano lasciarmi indenne. Mi sono lasciato coinvolgere: questo romanzo è solo il secondo tempo, il frutto di esperienze personali e di vite tangenti alla mia, come accennavo prima, che si sono stratificate. C’è in ciascuno di noi una geologia dell’esperienza storica, emozionale, immaginativa che a un dato momento risale in superficie e diventa ragionamento, inquietudine, crisi, passione, scrittura.

 

Nel romanzo la tua scrittura è sorvegliatissima, è per te un atteggiamento naturale o è coerente con la delicatezza della vicenda affrontata?

 

Se io consegno un oggetto a una persona cerco di porgerlo con cortesia, con rispetto. Scrivere in modo ‘sorvegliato’ è anche una questione di rispetto del lettore, un impegno dell’autore a essere nulla più e nulla meno di quello che gli viene chiesto: uno che scrive storie.

Non credo a una scrittura sciatta o qualunquista. Non credo alla supina mimesi del quotidiano. Barthes diceva che la scrittura è una funzione, è il rapporto fra la creazione e la società, è l’impegno di chi opera una scelta in vista della destinazione della sua opera.

Scrivere è anche un fatto di responsabilità, è un consegnare al pubblico una parte di realtà altra rispetto a quella vera, che è abbaglio, illusione, irrealtà: la fantasia è spesso l’unico modo per conoscere davvero i fatti, la luce e l’ombra che li accompagnano (ciò vale in ogni campo, pensiamo a un capolavoro di Rembrandt, il ‘Bue squartato’: è vero quel bue? È molto più che vero, è, cioè esiste, così come esistono di vita propria, con copia di significati, le carcasse dipinte da Soutine e il ‘Bue scuoiato’ di Chagall).

Baudelaire scriveva che “l’immaginazione è la più scientifica delle facoltà, perché è l’unica a comprendere l’analogia universale; l’immaginazione è la regina del vero,”. Dunque l’artista, lo scrittore contribuisce alla conoscenza del mondo.

Ci sono altre posizioni, molto più articolate, sul tema. In un saggio uscito nel 2001 il filosofo americano Richard Rorty ha affermato che la letteratura ci aiuta a inglobare nella nostra coscienza nuovi modi di essere, il che modifica, allargandola, la nostra stessa capacità percettiva. Un romanzo non aumenta le nostre conoscenze ma, permettendoci di entrare direttamente in altre storie e di indagarle intimamente con l’occhio del loro autore, ci fornisce una migliore capacità di comunicare con coloro che sono diversi da noi. Ed è proprio quanto mi è capitato al termine della stesura del romanzo: mi è sembrato di saper meglio comunicare con chi è affetto da autismo. Il felice e misterioso cortocircuito è che sono io stesso autore del libro e beneficiario di questa nuova capacità comunicativa.

E il cortocircuito fra realtà e invenzione diventa emblema della condizione umana nel romanzo Le Pietre Volanti di Malerba, laddove il protagonista-pittore ritrova in una pietra egizia la perfetta riproduzione di un suo quadro dipinto cinque anni prima, e si chiede chi governi le ‘assurde simmetrie’ fra la sua pittura e quella che noi chiamiamo realtà, chi abbia ‘guidato la mano dell’antico scalpellino egizio’.

 

Quali variabili influiscono sul successo, anche commerciale, di un’opera narrativa ?

 

Il gusto del mercato è risposta fin troppo scontata. Ma il gusto è adespota, non ha un vero responsabile o padrone, e può essere influenzato da temi forti, attuali. La sofferenza, l’amore, la speranza sono – credo – temi ineludibili sotto qualunque orizzonte. Altra cosa è la visibilità di un romanzo: e qui entrano in azione l’editore, il passaparola, la pubblicità online.

 

Che cosa ti aspetti da questo romanzo?

 

Certi libri hanno una loro storia, intendo come prodotto autonomo rispetto alla mente che li ha concepiti: partono come libri di intreccio ma in breve tempo lo superano in nome di una visione più ampia. Il tempo funziona come reagente chimico sulla loro natura: non più solo romanzi ma visioni, metafore, viaggi interiori. È come se quei testi sviluppassero dei passaggi nel tempo fino a far imboccare al loro stesso autore una nuova coscienza di sé e del mondo. Mi piacerebbe che anche il mio appartenesse a quel genere di romanzi.

Di fatto nelle poche settimane dalla sua uscita ha già riscosso un autentico successo di critica; il mio sogno è saperlo nelle case degli italiani. Questo libro è un microfono con cui parlo a tutti coloro che hanno la pazienza di ascoltarmi, è una sorta di apparecchio di filodiffusione con cui mi piacerebbe per una serata intrattenere le persone in modo diverso dal solito. Le librerie chiudono, gli amanti della lettura no.

 

Quanto hai impiegato per scriverlo?

 

Come scrittura un anno, più alcuni mesi particolarmente intensi di tutta la mia vita precedente.

 

Le tue fonti d’ispirazione?

 

È una domanda a cui un critico può rispondere meglio del sottoscritto. Vale l’osservazione che ogni scrittura, e dunque anche la mia, non è mai un prodotto isolato ma risente dell’humus da cui è nata. Vi sono scrittori che mi hanno impressionato ma l’elenco è lungo e probabilmente fuorviante. Voglio tuttavia citarne alcuni. Mi colpì, leggendo Retablo, l’affermazione che «Prima viene la vita, quella umana, sacra, inoffendibile, e quindi ogni altro: filosofia, scienza, arte, poesia, bellezza…».

Nel celebre carteggio con Flaubert, che riteneva la vita tollerabile solo a patto di non farne parte, George Sand scriveva che sua sola gioia era restare con i suoi nel cammino che saliva, e che la felicità è accettare la vita così com’è.

«Amare la vita e crederci vuol dire anche amarne il dolore» scrisse ancora la Ginzburg

 

“Sole Nero”, il brillante, coinvolgente, inquietante ecothriller uscito ad agosto 2012 era un cortoromanzo. Questo è invece un libro di quasi 200 pagine, peraltro molto fitte. Qual è stato l’aspetto più impegnativo?

 

Seguire la vicenda con gli stessi protagonisti, mettermi dal lato loro, nella loro mente e nel loro cuore. E poi non lasciare nulla al caso, non abbandonare mai neppure una riga. Il catulliano ‘destinatus obdura’, la capacità di resistenza, vale anche per la scrittura.

 


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