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Il prete.

di Maria Musik
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Pubblicato il 16/11/2014 10:52:32

“Vedrai: lì ci saranno i tuoi ad aspettarti e ci sarà Michaela. Non sentirai più dolore, non proverai angoscia…”

La donna, con gli occhi già appannati e il cranio troppo evidente sotto la grigia pelle del volto, strinse i denti a dominare l’ennesima acuta fitta e lo interruppe.

“Allora, il Paradiso esiste? Ma mi vorranno, Padre?”

”Sì che esiste! E ti vogliono, vogliono ognuno di noi! È tuo, ti è stato promesso e lo avrai!”

“Si avvicini per favore.”

L’uomo accostò l’orecchio alla bocca esausta della poveretta e stette in silenzio per un minuto. Ripeté velocemente la formula di assoluzione dai peccati, impose le mani sul capo della moribonda, pronunciò l’orazione di benedizione dell’olio e, quindi, le segnò le mani e la fronte con il santo unguento.

Padre clementissimo,

che conosci il cuore degli uomini e accogli i figli che tornano a te, abbi pietà della nostra sorella Vittoria nella sua agonia; fa' che la santa Unzione con la preghiera della nostra fede la sostenga e la conforti perché nella gioia del tuo perdono si abbandoni fiduciosa tra le braccia della tua misericordia. Per Cristo Gesù, tuo Figlio e nostro Signore, che ha vinto la morte e ci ha aperto il passaggio alla vita eterna, e vive e regna con te per tutti i secoli dei secoli. Amen.”

La donna, nel mentre, era spirata.

Si volse indietro a cercare gli occhi di un parente ma incrociò solo quelli del ragazzotto, il figlio del portiere che lo aveva accompagnato nel monolocale di Vittoria. Il giovane torceva fra le mani un berretto con la visiera e guardava il prete come fosse un alieno.

“Padre… quindi, è tutto vero: il Paradiso, l’Inferno…”

Don Bruno lo interruppe mentre riponeva, dopo averla meccanicamente baciata, la stola viola nella borsa.

“Ragazzo, lascia stare. Qualcuno che conosci è mai tornato da lì a dirti come ci si sta? Piuttosto, dì a tuo padre che ci penserò io a chiamare in Comune, che mandino un medico legale e si occupino di questa poveraccia.”

“Ma, ma… lei ha detto…” Non ebbe tempo di finire. “Lo so quello che ho detto. Lo dico una volta al giorno, anche due o tre. Cosa volevi che le raccontassi? Stava morendo, aveva una paura fottuta e nessuno a stringerle le mani. Dovevo rincarare la dose? Magari, spifferarle che nessuno sa cosa o chi ci sia?” Stava, quasi, urlando. Abbassò lievemente la voce. “… Sempre che ci sia, poi.” Chiuse la logora cartella di cuoio. “Cazzo! La maledetta cerniera mi morde le mani ogni volta. Sembra voglia vendicarsi di tutti questi gesti da stregone che mi vede fare.”

Il giovane, ora, lo guardava basito. Fece diètro frónt sui propri tacchi e uscì. Don Bruno lo sentì rivolgersi a qualcun altro, un amico, forse. “Merda! Questo è più strafatto di noi due. Andiamo a calarci una pasta e a bere: me lo voglio scordare questo brutto stronzo.”

Il prete calzò un berretto di lana sulla testa e, visto che il pastrano se l’era tenuto indosso per tutto il tempo, prese la porta e la chiuse alle spalle, lasciando però accesa la luce.

Fece le scale di corsa, a rischio di rotolare giù e spezzarsi l’osso del collo con quel suo saltare due gradini alla volta.

Finalmente fu fuori: era buio pesto e faceva un freddo boia.

Rabbrividì. Preferiva quell’aria umida che gli infilava dita ghiacce sotto i vestiti all’ammorbante lezzo della morte.

Mentre camminava, nella cartellaccia da professore in pensione, l’aspersorio urtava, ritmicamente, contro la pisside “da diporto” e il cilindro metallico dell’olio santo. Era tutto un “battere e levare”. Gli tornarono alla mente le parole di Goethe. "Il ritmo ha qualcosa di magico, ci costringe persino a credere che il sublime ci appartenga."

Si rese conto che quel suono, forse a causa del suo incedere, seguiva una misura ternaria semplice: era un walzer… ma senza Strauss.

Il passo gli si fece lieve, quasi leggiadro, mentre attraversava quella desolata periferia, rasentando muri scrostati e imbrattati d’iscrizioni incomprensibili che un suo confratello diceva essere scritte nel “dialetto del Demonio”. Di tanto in tanto, saltava di destrezza un escremento canino o arricciava il naso per il puzzo di piscio, sicuramente umano, che proveniva dalle cabine telefoniche ormai in disuso e, comunque, non di certo adibite alla telefonia.

Arrivò al portone di casa che erano quasi le due di notte. Il palazzone grigio sembrava ancor più anonimo e dava l’impressione d’essere disabitato. Cercò le chiavi, dispiaciuto di aver dovuto interrompere quell’improvvisata esecuzione alla Bill Evans. Una volta dentro, fece qualcosa di insolito, servendosi dell’ascensore. Era fisicamente troppo stanco per affrontare le ventuno rampe di scale che lo separavano dal suo appartamento. In realtà, odiava elevarsi con quella claustrofobica scatolaccia puzzolente.

Varcato l’uscio di casa, lo chiuse accostandolo delicatamente e si liberò del soprabito. Scosse le spalle e le ali, rattrappite da quel lungo restare immobili e soffocate dall’ampio paltò, si distesero e vibrarono candenti.

Tolse scarpe, calze, pantaloni e mutande.

Nudo come un verme, si sedette allo scrittoio: avrebbe preferito strapparsi una piuma, intingerla nell’inchiostro e vergare le parole nella sua antica lingua.

Ma, anche quello, non avrebbe avuto più molto senso. Così, si limitò ad accendere il portatile: digitò la password “paradiso” e si collegò al suo blog di poesia. Avrebbe scritto versi, come ogni notte, per trionfare sulla notte. In quell’ora oscura, Vittoria stava ricevendo in dono la sua eternità.


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