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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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L’ Incontro

di Davide Stocovaz
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Pubblicato il 23/02/2015 21:30:36

La campagna di un piccolo paesino della Croazia era già mezza addormentata quando Ernesto Gherbaz, dopo una lunga giornata passata nei campi, decise di coricarsi.

A destarlo, svariati minuti dopo, fu un ronzio proveniente dalla finestra aperta. Era suono acuto, ripetuto, che sovrastava di gran lunga il frinire dei grilli.

Ernesto si alzò lentamente, brontolando qualcosa di incomprensibile. Andò alla finestra aperta, dalle tende smosse dalla brezza notturna. Si affacciò e rimase di stucco.

Dalla sua posizione aveva un'ampia veduta dell'orto posteriore; al centro c'era un enorme disco argenteo, percorso da lucette a intermittenza di colore bluastro sui fianchi. Le galline, nell'aia vicina, si disperdevano in cerca di riparo finendo con l'ammassarsi tutte in un angolo del recinto in un groviglio di piume.

Ernesto si staccò dal davanzale. Occhi sgranati dalla sopresa, respiro rantolante, spalancò le ante dell'armadio e afferrò il fucile.

Ancora in pigiama, scese le scale e uscì dalla casetta a due piani. Si fermò a una ventina di metri dal disco: aveva una forma oblunga, il suo diametro sarà stato di circa dieci metri.

L'uomo puntò l'arma davanti a sé, verso quello che sembrava essere uno sportello, l'indice a qualche millimetro dal grilletto.

Il ronzio acuto cessò di colpo. Il frinire dei grilli ritornò ad appestare l'aria. Lo sportello emise un suono metallico e iniziò ad aprirsi in parallelo al terreno. Apparvero due figure difficile da definire tali: erano agglomerati di luce intensa, dorata, alte quasi due metri, con una sfera rotonda che fungeva da “testa” e quattro appendici che dovevano essere gli arti superiori e inferiori.

Ernesto, sbalordito oltre ogni limite, abbassò il fucile. Il solo guardare quelle creature di luce gli aveva fondato nello spirito un profondo senso di pace, e mai sarebbe stato in grado di aprire il fuoco su di loro. Queste scesero a terra, fermandosi a pochi passi dal disco.

L'uomo si fece loro incontro, avanzando lentamente, piede dopo piede.

-Chi siete?... Cosa... Cosa volete? -, balbettò.

Una delle due creature avanzò ancora di un poco, mentre l'altra rimaneva ferma.

-Non vogliamo farti del male... - disse in un bruscio che aveva un che di elettrico nel tono; ed Ernesto comprese al volo quanto gli diceva, forse era trasmissione del pensiero?, oppure una specie di lingua universale facile da comprendere? La creatura continuò a parlare:

-Da molto tempo vi giriamo intorno e vogliamo conoscervi un po' meglio. Per questo è meglio partire dalle campagne, poi passeremo ai paesi più popolati arrivando infine alle metropoli. -

-Perché? -

-Per il semplice piacere di conoscenza. -

-Oh, buon Dio, ma cosa sta succedendo? -

-Non ti spaventare. Raccontaci un po' di te. -

Ernesto, pallido in volto, emise un brontolio sommesso, non sapendo da che parte cominciare, né se quello che stava vivendo era un sogno oppure la realtà.

-Per esempio, cos'è quella cosa che porti al dito? -, domandò la seconda creatura.

L'uomo si guardò la mano, poi risollevò lo sguardo.

-Questa? Si chiama Fede; è un anello che ci si mette quando ci si sposa. -

-Un anello? -

-Cosa significa sposa? -

-Ma come...? Significa unirsi nel sacro matrimonio. Significa condividere il resto della propria vita con la persona amata. Voi non vi sposate? -

-Noi no. -

-Non sapete cosa sia essere marito e moglie? -

-No. Spiegacelo cortesemente. -

-C'è tutta una cerimonia in chiesa, ci si promette cura e rispetto e amore, finché la morte non separa i due coniugi. Poi ci si mette la Fede. Si vive sotto lo stesso tetto, si è uniti sia nelle gioie che nei dolori della vita, si ha sempre qualcuno accanto sul quale contare quando si è in difficoltà. Molti di noi non sopportano l'idea di sposarsi, per me era un sogno. Grazia divina ho conosciuto Nadia, il centro del mio mondo. Non passa giorno che non pensi a lei. Eh, l'amore, c'è qualcosa di più bello?-

Gli esseri rimasero in silenzio per qualche secondo.

-Ma voi... sapete cos'è l'amore? -, chiese Ernesto sospettoso di non essere stato compreso.

-Sì. Noi lo chiamamo “entrare in relazione”. -

-Non stiamo a fare troppe cerimonie, da noi è quotidianità “entrare in relazione”. -

-C'è chi lo fa anche qui da noi, ma il matrimonio è una cosa seria. È uno degli eventi più importanti nella vita di un essere umano. -

-E dov'è l'altra persona con l'anello, Nadia? -

-Lei... mia moglie... -, la voce gli si incrinò dall'emozione: - non c'è più. È salita in Cielo qualche anno fa. -

-Quindi non sei più sposato? -

-Lo sono ancora. Oh, voglio esserlo ancora. Nessuna, mai, prenderà il suo posto nel mio cuore e nel mio spirito. -

-Capisco -, disse la prima creatura: - Questo tuo amore è un fatto potente, anche se quella cosa, come la chiamate voi, “matrimonio”, non esiste più per te. -

-Già, povero. Preferisci sentirti ancora sposato a lei per non soccombere al male della sua perdita. -, aggiunse la seconda.

Ernesto aveva gli occhi carichi di lacrime. Il solo parlare di Nadia gli aveva stretto la gola in una morsa di acciaio.

Un cane iniziò ad abbaiare non lontano.

-Sarà meglio andare prima di avere possibili guai -, annunciò la prima creatura, tornando al fianco della prima.

-Matrimonio... potremmo ragionarci su -, commentò la seconda.

-Però il termine suona male, piuttosto chiamamola “relazione forte” o qualcosa del genere-.

Entrambe tornarono a bordo del disco oblungo. Lo sportello si chiuse e, dopo qualche secondo, il ronzio acuto da esso emesso sovrastò il frinire dei grilli.

Ernesto, con ancora gli occhi velati di lacrime, rimase a osservare l'oggetto alzarsi in volo, sorvolare l'orto e poi svanire, con la velocità di un fulmine, in un punto imprecisato della volta stellata.

Il cane continuava ad abbaiare. Le galline tornarono a razzolare nel recinto, come se nulla fosse successo.

Avrebbe voluto che gli strani visitatori si fossero fermati a parlare con lui, a porgli domande, e poi fare anche lui delle domande a loro. Ma già comprese che da quel momento in poi non li avrebbe più rivisti.

Di quello strano incontro decise di non parlarne con nessuno, per evitare di diventare lo zimbello del paese e di essere etichettato come pazzo.La sua vita tornava nella normalità di ogni giorno. Quella di un uomo solo, ancora devoto alla moglie, che vive per e con la sua campagna.

 

 

FINE 


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