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Il percorso della vita

di Cinzia Perrone
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Pubblicato il 16/12/2016 17:35:37

Era tempo di Pasqua, ma Giovanna stava affrontando e avrebbe dovuto continuare ad affrontare ben altri passaggi. Era poco più che una ragazzina, ma di lì a poco avrebbe lasciato alle spalle tutta la sua fanciullezza, per andare incontro a un ruolo che di certo non apparteneva alla sua età. Un ruolo che l’avrebbe catapultata in un’altra dimensione, lontana anni luce da quella dei suoi coetanei, con i quali avrebbe presto imparato ad indossare la maschera dell’adolescente spensierata. Tutto quello che era accaduto, stava accadendo e continuava ad accadere appariva inverosimile ai suoi occhi, o meglio agli occhi di una ragazza, per questo quegli occhi presto avrebbero imparato a guardare come un adulto con lo sguardo fiero e severo. Tutto era cominciato quando aveva circa dieci anni: fu in quegli anni che la forte depressione di sua madre cominciò a manifestarsi. Giovanna non riusciva a capire certe dinamiche degli adulti, vedeva solo suo padre molto disorientato, e con lui tutti quelli che orbitavano intorno alla famiglia e alla casa. La sua domanda nasceva spontanea: se gli adulti non sapevano come affrontare la situazione, come avrebbe potuto mai affrontarla una ragazzina della sua età. Malgrado questi suoi pensieri, la situazione doveva affrontarla eccome; anche se il più delle volte era la situazione che la travolgeva con tutta la sua drammaticità. Lei non capiva, non poteva capire cosa fosse scattato nella testa di sua madre: sapeva solo che di fronte a questa realtà, alquanto malsana in cui vivere, avrebbe voluto scappare via lontano, gettandosi tutto e tutti alle spalle. Ma le cose che desideriamo non sono quasi mai rispondenti alla realtà. Fu così che a mano a mano, col passare degli anni, dovette acquisire consapevolezza e fare i conti con la bestia nera che stava divorando sua madre. Già, è così che Giovanna aveva sarcasticamente ribattezzato la depressione profonda in cui era caduta irrimediabilmente la madre. Non poteva fare a meno, ogni tanto, di ubriacarsi di ricordi, anche se molto vaghi e sbiaditi, in cui sua madre era dolce, affettuosa e sorridente; forse era questo che le mancava dipiù, il suo sorriso: non è forse il sorriso di un genitore fonte di forza e sicurezza per qualsiasi figlio? Potevano essere anche fugaci momenti in cui il malessere della donna appariva sopito a rincuorarla, ma duravano davvero molto poco ed erano sempre più rari. Dovette fare i conti con le intere settimane in cui la madre non usciva di casa; le interminabili giornate in cui si rintanava nella sua stanza buttata sopra il letto; giorni sempre più tristi e apatici, in cui Giovanna dovette anche imparare a badare a sé stessa, e più tardi anche a suo padre. Tutto questo non fece altro che invecchiarla precocemente, lasciandole dentro una voglia infinita di quella fanciullezza ormai perduta per sempre. Non sapeva che le cose erano destinate a peggiorare; ignorava che il destino le stesse per assestare un pugno in pieno stomaco. Questo fu l’effetto devastante, l’immagine che meglio descrive la potenza distruttrice che quel tragico avvenimento provocò, non solo per Giovanna, ma per l’intera famiglia. Una apparente tranquilla mattina, una come tante altre, si sentì un rumore, prima di una tazzina di caffè andare in frantumi, e poi un urlo straziante di dolore di suo padre. Giovanna immediatamente si chiese che cosa stesse accadendo, ma fu allontanata subito dal padre con una scusa, a casa di alcuni vicini. La ragazza sentì arrivare un’autombulanza e subito pensò a sua madre, ma non sapeva cosa fosse realmente successo e cosa immaginare. Arrivarono anche alcuni parenti; li vide dalla finestra dei vicini: sua zia, la sorella di sua madre, e anche un fratello di suo padre. Era chiaro che era successo qualcosa a sua madre: ma cosa? E quanto grave fosse, lei non poteva e forse non voleva immaginarlo. Verso sera, con un’ansia che era arrivata a mille, finalmente suo padre si era ricordato di lei, e la andò a prendere dai vicini con sua zia. Una volta entrati in casa, lei aspettava, poi prese a far domande, ma dai visi quasi spettrali dei due adulti, capì che si sarebbe dovuta preparare al peggio. Fu la zia che per prima tentò di parlare, con la voce rotta dal dolore e dal pianto; bastarono poche parole e l’incrocio del suo sguardo con suo padre. Buio totale, rabbia, violenza che voleva esplodere impazzita; poi solo dolore dilaniante. La mamma se n’era andata; andata via per sempre, aveva lasciato quello spazio ancora da riempire inesorabilmente vuoto, senza possibilità di essere colmato. La sua vita continuava a svoltare repentinamente, in curve sempre più a gomito, dove puoi solo scendere o vomitare; la mamma aveva scelto di scendere. Ma questo a Giovanna, naturalmente non fu detto; le fu raccontato di qualche malore improvviso che non le aveva dato scampo. Solo con gli anni la verità sarebbe venuta fuori, procurando alla povera Giovanna un altro dolore per l’ennesima sterzata. Quando seppe tutta, ma proprio tutta la verità, impulsivamente non potette non odiare sua madre: l’aveva abbandonata, lasciata da sola ad affrontare la vita, negandole il suo affetto e il suo sostegno. Ma ripensandoci bene, la madre già da tempo non era in grado né di dare affetto, né tantomeno sostegno. Si può condannare qualcuno per la sua debolezza? Per la sua incapacità di reagire? Forse si pensa razionalmente, che cose di una certa importanza, tipo un figlio da crescere, debbano far trovare la forza di reagire. Giovanna aveva ormai capito che in quella triste situazione con quel tragico epilogo, non c’era niente di razionale. Niente di razionale rimaneva nella mente di sua madre. Fu una scelta totalmente irrazionale la sua, ma non perché se ne fregasse di tutti. Era difficile da spiegare e da accettare, ma la ragazza cercava disperatamente di aggrapparsi a qualcosa, un filo che non le facesse perdere la via, che la tirasse fuori da quel labirinto buio in cui si trovava. Imparò a pensare che ognuno ha un cammino in questa vita, un percorso in evoluzione fatto di scelte consapevoli o meno. Era inutile e controproducente il fermarsi a pensare al perché e al come, accumulando solo rabbia. Doveva accettare che nel percorso di sua madre c’era anche quella scelta e avrebbe dovuto imparare a rispettarla; lasciarla andare serenamente e ritrovare essa stessa la serenità nel suo imperituro ricordo.


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