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Le canzoni napoletane

di Giacomo Colosio
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Pubblicato il 13/10/2018 07:44:22

Le canzoni napoletane ...terzo capitolo del romanzo breve La mia naia


Quando ancora aspettavamo che ci fossero assegnate le divise io, Mash e Gianni Caverni non potevamo usufruire della libera uscita.
Per dirla tutta non eravamo nemmeno ammessi all'adunata dei nuovi arrivati, una specie di assembramento in fila indiana che aveva lo scopo di permettere all'ufficiale di picchetto una minuziosa ispezione.
Veniva preso di mira il taglio dei capelli, il modo di portare il berretto, la compostezza della persona nell'indossare la divisa. E poi le scarpe lucidate, la camicia stirata, la cravatta annodata a puntino. Solo così potevi uscire.
Noi ce ne stavamo in camerata a raccontarci le nostre cose e a parlare di ingiustizie e di abuso di potere. Eravamo come un corpo estraneo nel grande Corpo delle Forze Armate, e questo non ci dispiaceva affatto.
Una sera ci ritrovammo in cinque, stranamente. C'erano altri due ragazzi, diversissimi tra loro sia nell'aspetto fisico che nel modo di parlare.
Uno era Marco Lettieri, tipico scugnizzo napoletano, mingherlino, capelli ricci e mori che facevano contrasto con una pelle delicata e bianca come la luna.
L'altro invece, Gino Spallino, palermitano, aveva l'aspetto del signore.
Alto, robusto, anzi proprio grassoccio, capelli biondo castano mossi e ben pettinati, anche se corti, ed un paio di occhiali di pregio con montatura in osso di tartaruga. Quando indossava la divisa sembrava un ufficiale.
I due se ne stavano appartati in un angolo della camerata, seduti sulla sponda di un letto.
Non si erano nemmeno affacciati alla finestra per controllare l'adunata, come invece avevamo fatto noi.
Marco aveva in mano una chitarra, alla quale pizzicava mestamente le corde.
Gino, invece, intonava una specie di canto muto, nasale, come se stesse provando un'aria.
Di quando in quando confabulavano, a testa bassa.
Capimmo dai discorsi che erano stati puniti. Consegnati, in termine militare. Per questo non potevano uscire.
« Oh che la conoscete Bella Ciao », disse improvvisamente Gianni Caverni con il suo bell'accento fiorentino.
« E Addio Lugano bella...belin» fece eco Massimo, sfoderando quell'accento ligure a me tanto caro.
Mi voltai a guardarli, i due artisti, ma loro non ci cagavano di striscio, per usare un termine in voga.
Allora mi avvicinai, e tentai un approccio.
« Perché vi hanno punito..., si può sapere? »
Marco mi guardò, ma non disse nulla. Era arrabbiato, e sul volto aveva come una nube che gli deturpava il bel viso di ragazzino. Gino invece rispose, con mesta gentilezza:
« Vilipendio...»
« Cosa, vilipendio...? E' grave. Sapete cosa significa? »
Allora Marco Lettieri smise di accordare la chitarra e disse, guardandomi dal basso verso l'alto:
« Così ha detto il caporale...avevo fatto una marcia fischiettando la tarantella napoletana. »
« Ed io lo imitavo...», aggiunse Gino Spallino.
Mash e Gianni Caverni cominciavano già a ridere e complimentarsi con i due per l'originalità della presa in giro.
Io invece meditavo e volevo trovare una soluzione a quei ragazzi tanto affranti.
« Sbagliato, dillo a quel caporale...il vilipendio è una manifestazione di disprezzo verbale, chiara ed inequivocabile. Al massimo potete essere imputati di comportamento scorretto, nella fattispecie marcia non adeguata...»
Mi guardarono entrambi come se avessi detto un'eresia.
« Vabbè...lasciamo stare. Ci cantate qualcosa? », continuai.

Fu così che nacque il mio amore per la canzone napoletana. Io, nordico, amante del rock country e di Fabrizio De André, io che studiavo con i Dire Straits o i Doors al massimo volume, oppure sognavo con La canzone di Marinella, cominciavo ad entrare nello strano mondo della canzone napoletana, tutto core e lacreme, sentimento e nostalgia, cielo e mare.
Gino Spallino mi spiegava che i palermitani ce l'hanno nel sangue, la canzone napoletana, e la cantano forse meglio dei napoletani stessi. Era per quello che avevano fatto subito amicizia: Marco suonava e lui cantava.
Come prima canzone, forse proprio per scioccarmi, mi cantarono apposta Lacreme napulitane. Di primo acchito capii poco ma la voce di Gino, intonata, passionale, teatrale quel tanto che bastava, mi colpì molto.
Le note della chitarra, suggestive e struggenti come la canzone, sembrava volessero distillarmi il cuore. I due se ne accorsero e proseguirono di buona lena, impegnati e convinti.
Mia cara madre
sta pe' trasì Natale
e a stà luntano cchiù me sape amaro.
Comme vurria appiccià duie tre biancale
comme vurria sentì nu zampugnaro.
A 'e ninne mie facitele 'o presepio
e a tavola mettite 'o piatto mio,
facite, comm 'a sera d''a vigilia
comme si 'mmiezzo a vuie stesse pur'io.
E nce ne costa e 'llacreme st'America
a nuie napulitane
a nuie ca nce chiangimmo 'o cielo 'e Napule
comme ' amaro stu 'ppane!

Passammo sere e sere a sentire questa canzone, l'intonazione, il significato profondo che muove questa preghiera dell'emigrante, la traduzione delle parole.
Alcuni passi mi facevano venire il groppo alla gola. Forse era il momento che stavamo vivendo, lontani da casa, in una terra che ci pareva straniera, o forse era la mia predisposizione al sentimento che mi faceva commuovere come un'educanda.
Alla fine c'era sempre una lacrimuccia, malcelata da una sfregatina d'occhi o dalla scusa di pulire gli occhiali.
Poi veniva la strofa che mi faceva morire letteralmente di languore nostalgico.
La moglie dell'emigrante aveva abbandonato la famiglia e la figlioletta piangeva con i nonni per la mancanza del padre e della madre. Terribile, crudele questo passaggio.
Io piangevo come un vitello...le lacreme napulitane si trasformavano in lacrime bresciane.
M'avite scritto
che Assuntulella chiagne
chi l'ha lassata e sta luntana ancora.
Che v'aggia di?
Si 'e figlie vonno 'a mamma
facitela turnà chella Signora.
Io no nun torno. Me ne resto fore.
E resto a faticà pe' tutte quante,
io 'ch'aggio perso a patria, casa e onore,
io 'so 'carne 'e macello
io so' emigrante!
E nce ne costa e 'llacreme st'America
a nuie napulitane
Pè nuie ca nce chiangimmo 'o cielo 'e Napule
comme 'è amaro stu 'ppane!

Che devo dire se i figli voglion la mamma; fatela tornare, quella signora. Io no, non posso, devo restare, sono carne da macello. Son emigrante. Come si fa a non piangere, dopo queste parole?

Son passati tanti anni ma a volte mi ritrovo ancora a cantarla, questa canzone. Recentemente è successo anche a Porto Azzurro, dove ho molti amici pescatori di origini napoletane, vicine o lontane.
Eravamo davanti al bar Corinto e l'amico Luigi Moio, detto l'attore per la sua bella faccia,
mi presentò alcuni parenti che erano venuti in vacanza.
« Jack, ti presento questi miei parenti. Napoletani veraci. »
« Veraci veraci ..? », incalzo io, pregustandomi la scenetta.
« Veraci...» dicono quelli.
« E allora conoscerete questa canzone, certamente... »
Nel mentre attacco la strofa iniziale cercando di imitare il gorgheggio napoletano e mimando da disperazione dell'emigrante con il gesto delle braccia e delle mani che si rivolgono al cielo.
Luigi ride. Mi conosce da trentacinque anni. Sa che sono stonato come una campana e che il mio accento ricorda più l'Alto Adige che la Campania, ma le parole le so tutte ed il sentimento c'è.
Mi guardano sbalorditi, incerti tra il sorriso e il pianto.
A rompere il ghiaccio la cameriera, carina, che sta servendo dei turisti stranieri ai tavolini vicini. Quelli si dimostrano interessati alla sceneggiata napoletana e lei, con un sorriso che le permette di dire tutto ciò che vuole, mi passa accanto dicendo:
« Bravo Jack...per essere un bresciano l'hai cantata bene. Però se smetti di cantare ti offro l'aperitivo. Mi fai scappare i clienti!»
Guardo l'orologio. Sono le diciotto e trenta. L'aperitivo ci sta.
« Okkei », dico imitando l'accento napoletano, « vada per nu' spritze cu nu' poco d'Aperòl
e nu' tocco ' e Sciardonnèè».

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