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Una gran bella vita

di Giacomo Colosio
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Pubblicato il 07/12/2018 17:27:45

Dopo tanto viaggiare in giro per il mondo, eccomi qui nella mia città natale: Torino. Qualcuno potrebbe dire: finalmente! Io no, non lo penso nemmeno. Ho fatto una vita troppo bella per aver avuto anche un minimo sentimento di nostalgia, durante le mie scorribande nei paesi d'oltreoceano.
La mia fortuna è nata il giorno stesso che sono venuto al mondo. Ero il più bello. Anzi, ero di una bellezza mai vista, come ebbe a dire un'infermiera generica del reparto di ostetricia. Ma anche le ostetriche vere e proprie, che di bambini ne avevano visti a migliaia, dovevano ammetterlo: io ero il più bello di tutti i neonati, passati e presenti, ma forse perfino futuri.
Va da sé che anche alla scuola materna prima, e alle elementari di viale Vittorio Emanuele poi, fossi
chiamato “Nello il bello”, storpiando il mio nome di battesimo, Antonello. Nome che odiai fin dall'infanzia e che mi costrinse, appena raggiunta la maggior età, a cambiarlo in Rodolfo, più consono al mio fascino latino.
Ora non starò a spiegare quanto le mamme dei miei amichetti dell'asilo invidiassero la mia, di mamma, dal momento che per tutte le maestre della prima infanzia non ero solo il più bello, ma di gran lunga il più intelligente. E non starò nemmeno a raccontare di quanto il maestro Mereghetti, detto il Rosso, avesse una speciale predilezioni nei miei confronti. Nei primi anni delle elementari, non faceva che ripetere agli alunni peggiori:
« Guardate Nello, perché non fate come lui... »
Gli ultimi due anni poi si rese persuaso che ero una sorta di genio; ne ebbi conferma dal momento che per ogni passaggio di aritmetica e geometria, o dopo le normali spiegazioni delle varie materie, dall'italiano alla storia e geografia, non faceva altro che rivolgersi a me con la domanda retorica:
« Giusto, Nello? Posso continuare... »
E non c'era verso che continuasse se prima non gli avevo fatto un cenno evidente d'assenso, con la testa o almeno con gli occhi.
Fu durante questi anni che mi convinsi di un fatto che pareva a tutti scontato: avrei avuto una vita di successi, in tutti i campi.
In casa mia ero considerato un bambino prodigio, ed i miei fratelli mi guardavano come un estraneo, un alieno, un essere soprannaturale. Mio padre usciva sempre più spesso con frasi di questo tipo:
« Spero di campare abbastanza per vedere cosa combinerà questo ragazzo. C'è da esserne fieri... »
E intanto mia madre assentiva, con gli occhi lucidi per l'emozione.
L'unico neo era rappresentato dalla grande incertezza che provavo nel decidere quali fra le mie ambizioni dovessero essere prioritarie. Quando iniziai a frequentare le medie, mi accorsi che le ragazzine della mia e di altre classi mi guardavano con insistenza e addirittura spesso arrossivano, se rivolgevo loro la parola. Per dirla in altri termini, le facevo innamorare. Fu in quel periodo che mi convinsi che avrei fatto l'attore, anche perché avevo una dizione perfetta, al punto che la professoressa di Italiano mi faceva leggere in classe tutto quello che avrebbe dovuto leggerci lei, poesie comprese. La scusa che prendeva era questa:
« Leggi tu, Nello, che hai una bellissima voce... inoltre sai fare le pause giuste »
Poi fu il turno del maestro di musica e canto. Era talmente certo che fossi dotato di una voce portentosa che mi predisse una gran carriera canora, nel campo della lirica ma anche della musica leggera. Una delle sue frasi era:
« Eccolo qui il nostro futuro Caruso »
Se poi si aggiunge che suonavo diversi strumenti con una certa facilità, vi lascio immaginare quale fosse il futuro che immaginavo in quel settore.
Ma poi vennero le superiori, e mi accorsi che oltre ad essere il migliore in tutte le materie ero anche quello fisicamente più dotato, al punto tale che vincevo regolarmente i campionati studenteschi in diverse specialità, dalla corsa al salto in lungo, dal nuoto al tennis. Perfino nel calcio, il mio sport preferito, ero considerato un campione, anche perché ero il regista della squadra ma anche il capocannoniere, qualità che raramente stanno insieme. Ero insomma un insieme di Omar Sivori, Rivera e Gigi Riva. Il nostro allenatore della squadra era convinto che non dovevo perdere tempo a studiare. Mi diceva, ad ogni allenamento:
« Smetti di studiare, non ti serve a niente. Tu diventerai un grande giocatore e guadagnerai più di dieci scienziati... »
Quando passai l'esame di maturità, con il massimo dei voti e la lode, avevo da poco compiuto i diciotto anni ed allora mio padre mi fece il primo grande regalo: una Ferrari GTB 40.
Dopo un mese mi presentai all'esame per la patente. Eravamo in pochi privatisti, e l'ingegnere che doveva valutare la guida fra quelli che avevano superato i test, quando scese dalla macchina che mi precedeva, una misera millecento Fiat di un anonimo colore grigio topo, salì sul marciapiede in attesa della vettura del successivo candidato, ignorando la mia. Dopo che gli feci un deciso colpo di clacson, ed un cenno che salisse, lui timidamente disse, chinandosi al finestrino:
« Per l'esame...è lei? »
E quando gli feci cenno di sì con la testa, salì con un certo imbarazzo. Dopo nemmeno cento metri, sentenziò:
« Ho già visto che è un provetto pilota...me la fa provare questa vettura, si fida? »
L'uomo, visibilmente eccitato, fece certe manovre che non mi sarei mai aspettato. Partenze a razzo, sgommate, sorpassi azzardati in pieno centro.
« Che macchina... » disse alla fine, dispiaciuto di dover scendere. E, per salutarmi, fece un inchino.

All'università, facoltà di architettura a Venezia, feci disastri di cuori. Non saprei dire quante ragazze vennero a letto con me, e non solo per la mia Ferrari rossa. Superavo un esame dopo l'altro e passavo i miei appunti alle giovani architette, che inesorabilmente si innamoravano.
Nel frattempo avevo fatto un provino con il Real Madrid, e dopo essere passato dovevo solo firmare l'ingaggio. Il presidente in persona, Santiago Bernabèu, mi invitò a cena con l'intenzione di farmi firmare un contratto che mi legava alla squadra per cinque anni. Quando vidi l'importo annuo che il furbo presidente mi proponeva, gli dissi:
« Non ci siamo capiti...lei mi ha scambiato per uno dei suoi dipendenti. Io sono un campione...farò una capatina dalle parti di Barcellona o al limite mi accontenterò di prendere il doppio alla Juventus».
In realtà la Juve mi aveva fatto una proposta molto più allettante, ma essendo io un torinese doc, quindi torinista, la cosa mi era andata di traverso.
Il calcio lo dimenticai quando, appena laureato, feci un viaggio vacanza in Florida. Ero ospite di un gruppo di imprenditori che si occupavano di materiale elettronico di alta tecnologia e che facevano affari in Italia tramite l'intermediazione di mio padre. La villa nella quale ero ospite, di proprietà di un certo Bill Gates, aveva una piscina olimpionica con acqua di mare, prelevata direttamente dal golfo sul quale si affacciava.
Mentre facevo la mia prima nuotata, mi si affiancò una splendida bionda dal fisico statuario, che mi confidò essere una nipote del Gates.
Con il mio fluente inglese, le feci il primo complimento:
« Che fisico, fossi in te farei l'attrice... »
Lei rispose:
« Indovinato...lo faccio già »
Ovviamente me la portai a letto la sera stessa, anzi fu proprio lei che mi ci portò. Viveva in una villa accanto, forse ancora più bella, ed in casa c'era solo la servitù. Passai una notte da tregenda, anzi la feci passare a lei perché per me era la normalità. Insomma, questa Tiffany mi si incollò per alcune settimane e mi introdusse nel mondo del cinema. Ad Hollywood, dove mi portò qualche giorno dopo, conobbi alcuni fra gli attori più in voga in quegli anni, da Charles Bronson a Jack Nicolson, passando per Paul Newman, che girava in compagnia di una ragazzina che aveva metà dei suoi anni, insomma la mia età. Fu proprio lei che chiese a Paul di farmi fare un provino.
« Ha proprio un bel viso, molto fotogenico...e poi è Italiano. Cosa ne dici, caro... », disse schiacciandomi l'occhio.
Inutile dire che che con questa Carol ci fece sesso, e che sesso. Era assatanata, e mentre facevamo l'amore gemeva in continuazione, quasi fosse una scena da girare su un Set cinematografico.
Intanto Tiffany, ingelosita, mi piantò in asso ed allora mi buttai a capofitto nel mondo del cinema. Il primo provino lo feci recitando direttamente in lingua locale, o meglio in Inglese perché l'americano non mi piaceva proprio. Il regista, un certo Stanley Kubrick, era un pignolo esagerato ma a lui piacque il mio accento londinese.
« Bella pronuncia, ragazzo, va bene così... » mi disse dopo avermi comunicato che mi avrebbe trovato un ruolo non marginale in un film che stava allestendo.
Dopo aver girato una decina di film, tutti di grande successo, cominciai ad essere richiesto anche in Italia. In particolare mi volle suo compagno sul set di “ La classe operaia va in paradiso” quel Gian Maria Volonté che avevo conosciuto durante le riprese di Quien Sabe, un buon spaghetti western del regista Damiano Damiani.
Mi presentò Elio Petri e da quel colloquio fu deciso che avrei affiancato Volonté in quel film nel quale io ero un operaio che lavorava al tornio.
Tornai quindi in Italia, un po' a malincuore, anche perché avevo la netta sensazione che mi sarebbe capitato qualcosa di spiacevole. Ed infatti ebbi un infortunio proprio sul Set del film, mentre giravo una scena nella quale lavoravo come un forsennato su un tornio parallelo con il quale dovevo produrre pezzi a ripetizione sotto il controllo cronometrico di un capoposto.
Ora sono qui in questo ospedale di Torino, il C.S.M. Di Viale Francia, controllato giorno e notte da infermieri e dottori.
A sentire questi luminari della medicina io sarei affetto da una malattia, e l'infortunio mi sarebbe capitato nel reparto montaggio motori della Fiat dove, a loro dire, lavoro da anni.
Quando gli ho chiesto spiegazioni sulla mia malattia, sulla loro specializzazione e sul nome dell'ospedale, mi hanno risposto: noi siamo tutti psichiatri, e questo è il Centro di Salute Mentale di Torino. E tu sei un tipico Mitomane; è questa la tua malattia. Poveri imbecilli, forse volevano dire che io sono un Mito-Man, ma questo lo sapevo già.


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