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Il Paradiso Terrestre

di Giacomo Colosio
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Pubblicato il 14/12/2018 13:14:23

Dopo l'assalto alla gioielleria del centro, la più protetta e la più difficile da svuotare, avevo guidato in preda ad una sorta di eccitazione, stato d'animo il mio che rendeva il colpo ancor più affascinante, addirittura gratificante. Le pallottole schizzavano dappertutto, perfino sul parabrezza antiproiettile; mi sentivo all'inferno, pure se la mia strada doveva portarmi in paradiso. Almeno, quello era il sogno: lasciarmi la polizia alle calcagna, raggiungere lei ed andare a farmi una vita da nababbo in un paradiso terrestre.
Il posto l'aveva scelto Julie, e aveva già i biglietti, precisina com'era. Mi fidavo di lei, e poi a me bastava che ci fosse il mare, una barca, e la possibilità di fare una bella vita. Qualunque posto di questo mondo mi sarebbe andato bene, se c'era il mare e se c'era Julie.
Cavalcavia, sopraelevate, tunnel, posti di blocco ovunque, questo era lo scenario nel quale mi trovavo, purtroppo. E poi quelle sirene spiegate, e il sordo rumore dei colpi di pistola. Ma io non perdevo il controllo, mi sentivo invincibile, e comunque avevo un piano di riserva nel caso fosse andato tutto male.
Il colpo alla più bella gioielleria della città era il primo passo obbligato. Poi avrei dovuto, una volta seminata la polizia, e non era facile, trovare un buon ricettatore. Ne avevo ben tre a disposizione, dovevo soltanto scegliere il più sicuro, quello che mi avrebbe pagato sull'unghia, e non importava se non mi avesse riconosciuto un compenso adeguato, per tutti quei gioielli.
Ne avevo presa di roba buona, anche se, per dirla tutta, non avevo nemmeno la più pallida idea del valore che potessero avere sul mercato nero tutti quei gioielli.
Quando il rumore delle sirene iniziava a risultare più ovattato e non si udivano più i colpi di pistola, capii che ce la stavo facendo. Rallentai. Era inutile correre il rischio di fare un incidente, ora che li avevo seminati. Mi sentivo talmente sicuro che, quando svoltai nel vicolo dove avevo il mio nascondiglio segreto, mi accesi una sigaretta. Ne avevo bisogno, dovevo rilassarmi un po' prima di cambiare macchina e raggiungere il ricettatore.
Julie doveva essere lì ad attendermi nel garage abbandonato, al volante della sua Ford Focus, una cabriolet che ci avrebbe garantito un certo anonimato. Chi sarebbe stato quel pazzo rapinatore ad andare in giro a tettuccio scoperto, sapendo di essere inseguito da poliziotti armati fino ai denti?
Entrai nel garage a fari spenti, e fermai la macchina. C'era una calma che non diceva niente di buono, e non vedevo nessuno lì dentro. Scesi piano, abbassandomi a livello del pavimento, ed impugnai la pistola. Avevo una torcia piccola a fascio concentrato, nell'altra mano, e mi decisi ad accenderla. Niente, nessun segnale. Nel garage non c'era anima viva, né morta. Non c'era Julie e non c'era la sua cabriolet. Era un silenzio quasi irritante, e mi faceva riflettere sull'assenza della mia donna
Cosa poteva esserle accaduto, mi chiedevo.
Mi alzai, accesi le luci al neon, e mi attaccai al telefono. Il numero dava occupato. Avevo un brutto presentimento, come se avessi sbagliato qualcosa. Cominciai a temere che m'avesse tradito ma, in quel caso, che vantaggio avrebbe avuto. Non c'era una logica. La refurtiva l'avevo in macchina io, e potevo squagliarmela come e quando avessi voluto.
Ora mi si presentavano soltanto due possibili strade: andare subito a cercarla e poi andare insieme dal ricettatore, oppure smerciare i preziosi ed andare a casa con i soldi, sperando che lei avesse avuto solo qualche contrattempo alla sua Focus e fosse lì ad attendermi con i biglietti in mano e le valigie pronte. Mi venne spontaneo pensare: chissà che posto ha scelto, sicuramente un paradiso terrestre. La conoscevo bene, lei amava la bella vita più di me, se mai era possibile.
Basta, decisi di andare prima a piazzare la refurtiva, poi sarei andato a casa sua con il grano. La faccenda, messa in questo modo, mi pareva più semplice.

Il ricettatore mi stava facendo troppe obiezioni, troppi problemi. Stavo quasi per decidere di cambiarlo.
« E' roba di lusso, difficile da piazzare. E poi sono pezzi unici, troppo facilmente riconoscibili » diceva Jack con gli occhi puntati sui gioielli. Li guardava e sembrava rapito, in estasi. Una luce sinistra brillava nella sua spenta pupilla. Già pregustava il lauto guadagno. Io avevo fretta. Per farla corta, gli dissi:
« E tu sfasciali, se sono troppo belli...recupera diamanti e gemme preziose, e tieni l'oro da parte, o fondilo. Il valore si dimezza, ma vai sul sicuro »
Mi accontentavo della metà del valore che Jack ipotizzava; erano tanti soldi, ma mi servivano tutti e subito.
« Mi bastano due ore per trovarti tutti i liquidi, se ti accontenti di mezzo milione. Vieni alle venti stasera, al buio è meglio. Vieni solo e porta i gioielli. Questo lo tengo in pegno, per farlo vedere. »
Era un grosso anello; a me pareva pacchiano, ma probabilmente il diamante era di valore. Gli lasciai anche qualche altro buon pezzo, e sentivo dentro di me che poteva essere un rischio mettergli in mano tutta quella merce. Ma volevo incentivarlo a trovare i soldi.
Uscii piano piano e, dopo aver percorso un viottolo secondario, mi immisi nella statale. Andavo a passo d'uomo, come un turista che cerca un posto per dormire. Avevo tutto il tempo per andare da Julie e tornare prima delle venti. Lei abitava a meno di dieci minuti, non serviva guidare a folle velocità correndo il rischio d'essere fermato.
Davanti a casa sua notai del movimento. C'era parecchia gente sul marciapiede di fronte alla villetta e, quando vidi l'auto della polizia e un'autoambulanza con le luci di emergenza accese, mi venne un colpo. Avevo voglia di fuggire, e passare al piano di riserva. Ma la curiosità era troppo grande, e poi l'amavo troppo per lasciarla in mano agli sbirri. Avevo il cuore in gola e l'attesa si faceva snervante.
Poi la vidi. Era su una barella, ma stava bene. Anzi, voleva scendere per entrare con le sue gambe nell'autoambulanza. Che le era successo? Aveva la testa fasciata, e qualche macchia di sangue sulla camicetta bianca, ma niente di preoccupante. Poi vidi lui. Era il vicino di casa, quel bestione con la testa rasata e il pizzetto, tatuaggi anche sulle orecchie. Un agente l'aveva ammanettato e lo stavano caricando a forza sul cellulare.
Julie gli sbraitava contro, a muso duro. Mi sembrava di vederla piangere, il trucco gli era colato sotto gli occhi, fin sugli zigomi.
Maledetto bastardo, era lo stesso che aveva già tentato una volta di violentarla; avrei dovuto ammazzarlo quella volta, invece avevo avuto pietà, un sentimento che non paga, per chi fa il mio mestiere.
Ora dovevo passare per forza al piano B. Arrivai in fondo al viale, e parcheggiai la Mustang a ridosso dei tigli. Da lì vedevo tutta la scena e non potevo essere visto. L'autoambulanza accese le sirene e partì. Dietro, incollata, viaggiava la macchina della polizia, mentre la camionetta con l'arrestato prendeva un'altra strada.
Seguii a debita distanza l'autoambulanza fin che capii in quale ospedale la portavano. Era uno dei migliori, l'Hospitality Homes. Bene, ora sapevo dov'era. Sarei passato dopo a prenderla, non doveva essere una grande impresa, anche se fosse stata piantonata.
Voltai verso Blandford Street e presi per il centro. Erano quasi le otto di sera e speravo che Jack li avesse già trovati, i soldi.
Entrai nel viottolo dove aveva il magazzino e, per sicurezza, scesi dalla macchina con la pistola in pugno. Non ero tranquillo. Aprii la porta con un calcio e mi trovai di fronte quattro agenti. Mi aspettavano, era chiaro: quel bastardo mi aveva tradito, s'era accontentato dell'anello e di quei pochi gioielli. Non ebbi il tempo nemmeno di pensare a come difendermi, che fui raggiunto da una raffica di pallottole.
Ero caduto supino sul pavimento. Feci di tutto per rialzarmi, speravo ancora di riprendere la partita, ma il joystick non rispondeva. Lo scagliai contro il muro e cliccai New Game. La prima partita l'avevo persa. Peccato, ero arrivato a buon punto. Forse avevo sbagliato a lasciare Julie sola in casa. La prossima giocata l'avrei portata con me, e l'avrei tenuta per mano. L'amavo troppo per farle correre quei rischi.



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