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La morte in fondo agli occhi

di Giacomo Colosio
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Pubblicato il 22/12/2018 13:19:52

Mi svegliai un mattino che il sole era ancora dietro la collina. L'orizzonte rifletteva soltanto una sorta di chiarore rosato, segno che l'aurora si stava svegliando dal torpore notturno. Mi sentii subito strano, quasi che durante la notte, che mi pareva essere stata alquanto agitata, qualche anima dell'aldilà mi avesse posseduto. Ma io ero un pragmatico, un impenitente razionale fedele ai rigori della scienza, e mai avrei accettato di pensare ad una simile eventualità.
Vivevo tutto solo in una modesta mansarda, da quando anche l'ultimo amico mi aveva lasciato. Donne? Quelle le avevo lasciate io, esigevano una vita troppo normale da me, ed io non potevo dargliela. Scesi dal letto a soppalco, che mi ero costruito con assi e paletti recuperati nel magazzino di mio nonno, morto da pochi anni, e mi avvicinai al lavello della cucina. C'era un disordine che al momento mi impedì di trovare la caffettiera, ma quando ci riuscii mi detti una mossa. Lavai i piatti e il tegamino dove mi ero fatto due uova al bacon la sera prima, e nel farlo mi resi conto di un fatto incontestabile: stavo testardamente pensando alla sensazione di essere stato posseduto, o quanto meno visitato, da uno spirito non terreno, e lo facevo in maniera insistente, quasi fosse una fissazione.
Mi sedetti, bevvi il caffè nero, forte, e mi accesi una sigaretta. Avevo una sensazione che mi entrava nei pensieri, mentre espiravo il fumo che impregnava la stanza di quell'odore acre di tabacco bruciato, mescolato all'aroma di caffè. Aspiravo e pensavo, meccanicamente, senza ostacolare il flusso dei pensieri e, pian piano, come un fiore che si apre al sole del mattino, anche la mia mente si aprì. Avevo fatto un sogno ben preciso, e cominciavo a ricordarlo, a ricostruirlo anche nei minimi particolari.
Avevo sognato mia nonna, questo era certo. Ricordavo nitidamente una fotografia che lei teneva in camera da letto, sulla petineuse in ciliegio ereditata da chissà quale avo. In quella foto c'era un uomo dall'aspetto burbero, anche se signorile, un uomo che aveva le sembianze della persona dedita alle scienze occulte. Ora, merito del caffè, il sogno si era fatto nitido; mia nonna mi aveva parlato di quell'uomo, un medico venuto da chissà dove, uno che era stato cacciato dal paese d'origine perché ritenuto una sorta di stregone, un diavolo, un indovino posseduto dalle forze del male. Nel sogno io le chiedevo spiegazioni e lei, molto sinteticamente, mi aveva detto:
« Vedeva la morte negli occhi dei suoi pazienti... e non sbagliava mai. »

Come ogni giorno mi recai in ufficio, alle poste, ed aprii il mio sportello in perfetto orario. La mattinata scorreva senza intoppi quando, verso le undici, si presentò una donna sofferente, forse per un dispiacere, o una malattia. Era ancora giovane, e mi venne da pensare ad una pena d'amore. Mentre svolgevo la pratica del bollettino postale, però, alzai gli occhi per guardarla in viso e nei suoi occhi vidi quello che le stava succedendo: quella donna stava morendo, la sua vita era irreparabilmente segnata, anche se non potevo rendermi conto del motivo per il quale sarebbe dovuta succedere una tale disgrazia. Non potevo vedere altro nei suoi occhi, ma la morte sì, quella la vedevo, ed era evidente. Non le cause, non i possibili rimedi...solo il triste epilogo che l'aspettava. Ero sorpreso di quella mia certezza di vedere la morte imminente negli occhi di un essere umano, giovane per giunta.
Approfittai di una circostanza favorevole per entrare in confidenza con quella poveretta, almeno così la vedevo io, e le dissi:
« Ha figli, signora?... la vedo stanca. Vada da un medico, si tenga su »
Scambiammo due parole e mi fu subito chiaro che la donna era in cura da molto, per un brutto male. Forse tutti, non solo io, guardandola negli occhi avrebbero potuto vedere la sua fine imminente, al che il mio sogno sarebbe risultato solo una coincidenza, in ultima analisi.
Tornai a casa con un pensiero fisso: era stata davvero una coincidenza o quel medico di cui mi aveva parlato nonna era entrato dentro di me trasferendomi questo macabro potere di vedere la morte negli occhi delle persone? E questo potere si sarebbe manifestato una sola volta o ne sarei rimasto coinvolto per sempre? E ancora: era attendibile quello che io intravedevo in quegli occhi, quale certezza c'era che vedessi realmente un futuro di disgrazie, o invece erano solo sensazioni non suffragate dalla prova dei fatti?

Dovevo uscire da quei pensieri malefici, negativi, ed allora iniziai a cucinare. Ma l'odore del cibo mi dava nausea, e riposi tutto in frigorifero. Avevo lo stomaco teso, il mal di testa e uno stato ansioso che non faceva parte del mio carattere. Accesi il televisore, ma dovetti spegnerlo subito; non mi riusciva di seguire i programmi, nemmeno quelli sportivi.
Dovevo distendermi con qualche altro passatempo. Provai prima un libro, poi un altro, alcune riviste e infine mi convinsi che l'unico modo di rilassarmi era quello di ascoltare della buona musica.
Avevo una scorta di vecchi LP di vinile, ben conservati, e scelsi Atom heart mother, il miglior album dei Pink Floyd. Erano mesi che il vecchio giradischi Pioneer con puntina laser aspettava di essere usato, e allora lo accontentai. Non c'era niente che mi liberava i pensieri come quella musica psichedelica, lo avevo sperimentato troppe volte per avere dubbi.
E invece non funzionò. Le mie orecchie non sentivano le note, e il cervello era impegnato ad elaborare sempre lo stesso pensiero: avevo o no quei poteri di vedere la morte negli occhi di chi guardavo?
Dovevo risolvere quell'enigma, non potevo stare in pace senza sapere se veramente lo spirito di quella specie di sciamano fosse entrato nel mio essere, nel mio esistere.
Mi venne in mente che il baule grande che tenevo nella “stanza del dimenticatoio” forse conteneva, tra le tante cose inutili, vecchi oggetti di nonna Teresa.
Ed infatti era proprio così. Trovai: rosari, tazzine del caffè, un candelabro in rame, e fotografie di ogni genere, raccolte in una grande busta gialla, sigillata con del nastro isolante.
Cominciai a sfogliarle e i ricordi presero forma, iniziando a galleggiare nella memoria. C'era mia mamma col fratello Giovanni, c'erano tutte le fotografie della prima comunione, e quelle della vendemmia. Ma io passavo freneticamente da una all'altra, volevo scovare quel medico, quella specie di indovino, o di mago, quello che mi era venuto a trovare in sogno.
Finalmente trovai il primo indizio. Un uomo bruno, sui cinquant'anni, sopracciglia folte, fronte bassa e molto sporgente, era stato ritratto in una posa insolita: occhi sbarrati, mani in avanti bene aperte e rivolte verso il viso di qualcuno che gli stava di fronte, forse il fotografo stesso. Insomma, la posa tipica di un ipnotizzatore. Che poi fosse una burla o meno non era dato capirlo, in quella vecchia foto ingiallita per l'ossidazione della carta.
Cercai ancora, anche perché non ero certo di riconoscere se quel viso fosse lo stesso che mi era apparso in sogno.
Feci passare tutte le fotografie, ma non trovai altro. Deluso, stavo riponendo il malloppo nella busta gialla, quando mi accorsi che una era rimasta all'interno, una fotografia piccola, un po' rovinata. La estrassi con una certa curiosità ed eccola, proprio lei, quella della nonna con questo presunto medico. Quella era proprio la fotografia del sogno. Pareva quasi si fosse nascosta, per non essere trovata. Lo considerai come un segnale negativo, e dovetti ammettere che la cosa mi turbava parecchio.

Da quel giorno la mia vita divenne un incubo. Non dormivo quasi mai e i miei sogni erano sempre brutti, addirittura incubi, a volte.
Sognavo di essere diventato un esperto assunto da una grossa multinazionale del settore assicurativo, ed ogni giorno ero obbligato a guardare attentamente negli occhi decine di persone che facevano un'assicurazione sulla vita, oppure ero un medico e visitavo centinaia di pazienti al giorno, e la prima indagine che facevo era proprio quella di fissare i pazienti nel fondo dei loro occhi.
Mi alzavo stanco, depresso, ed ero dimagrito parecchio. Non mangiavo che poca frutta ed avevo continuamente conati di vomito.
Piano piano mi convinsi che quel potere diabolico, o magico se preferite, lo avevo davvero.
Erano diventati molti i casi che lo confermavano, questo potere.
Prima una zio, negli occhi del quale solo un mese prima avevo visto la fine imminente, poi un collega di lavoro, e anche quella signora ammalata, la prima che mi fece nascere il dubbio di essere stato posseduto da uno spirito. Tutti deceduti in poco tempo.
La più ovvia conseguenza fu quella che iniziai ad avere il terrore di guardare le persone negli occhi e, per non correre il rischio, non le guardavo nemmeno in faccia. Tenevo costantemente gli occhi bassi, anche sul lavoro, al punto tale che alcuni clienti, ma anche colleghi, si lamentarono del mio comportamento con il direttore della filiale.
Fu così che fui trasferito in una sede vicina, temendo ci fossero gravi incomprensioni all'interno del personale.
Per un certo periodo tutto filò liscio. I colleghi, e anche il nuovo direttore, probabilmente immaginavano che fossi timido, o scorbutico, e fosse quello il motivo per il quale parlavo tenendo gli occhi bassi.
Poi qualcuno cominciò a porsi delle domande, e le voci si spingevano ben oltre la vaga ipotesi che attribuiva il mio comportamento alla timidezza. Non mi restava altro da fare che mettermi un bel paio di occhiali neri, molto scuri, di una tonalità che impediva al mio interlocutore di capire se avevo gli occhi ben aperti, e lo stavo guardando oppure se invece li tenevo pressoché chiusi. In tal modo riuscivo ad evitare di guardare le persone dritte negli occhi, e per un certo periodo non mi capitò di vedere la morte in procinto di agire.
Il mio medico personale, che non credeva minimamente ai miei poteri e mi considerava una specie di esaltato, se non affetto da un disturbo della personalità, mi aveva dato un buon consiglio: se ti chiedono perché usi gli occhiali scuri, devi parlare di una congiuntivite allergica dovuta a pollini, polveri ed acari. E così feci, ritrovando almeno un po' di serenità nel lavoro.

Ormai ero in pensione, anche se ero ancora giovane e potevo godermi la vita senza avere troppi contatti con la gente. Avevo da parte anche un bel gruzzoletto, risultato dei miei risparmi e di un'eredità in denaro, e alcuni beni che uno zio paterno mi aveva lasciato, essendo solo al mondo. Cominciavo insomma a rivivere, ed i cattivi pensieri mi stavano abbandonando.
Ma un brutto giorno la mia vita prese una nuova piega. Mentre mi facevo la barba, mi venne in mente, non so come, di guardare a fondo nei miei occhi. Non pensavo al mio potere, lo avevo quasi scordato. Avevo solo intenzione di valutare quei piccoli capillari che si erano rotti nella sclera, per decidere se fosse il caso di andare a fare una visita oculistica.
Fu in quel momento che la vidi, la morte. La mia morte. Non potevo sbagliarmi. Li richiusi di colpo, i miei occhi, e dopo qualche secondo, scosso dalla paura, mi guardai nuovamente. Stavo morendo, la vedevo troppo nitidamente per avere dei dubbi.
Che fare? Fui assalito dal panico; mi sentivo perso, impotente, confuso. Non sapevo nemmeno a chi confidare il mio segreto, troppo pesante da reggere sulle mie deboli spalle.
Decisi allora di andare a trovare una vecchia amica di famiglia, che aveva una figlia della quale in paese si parlava un gran bene. Era assai stimata non solo come persona, ma anche come professionista, anche se ancora giovane e alle prime armi. Viveva sola con la madre e la accudiva; in pratica le aveva dedicato la vita. In quella stessa casa aveva uno studio di psicanalisi, e si diceva in giro che sapeva ridare la voglia di vivere anche alle persone più depresse.
Arrivai in quella villetta isolata, in mezzo alla campagna della prima periferia, ad un tiro di schioppo dal centro e tuttavia immersa nella natura.
Che bel coraggio doveva avere per vivere in quel posto isolato, pensai appena giunto. Ma poi capii che non era coraggio, il suo: era serenità.
Me ne resi conto subito, al primo colloquio, o meglio seduta, come la chiamava lei.
« Qual buon vento, Riccardo », esordì la signora Maria, lontana parente di mia madre.
Che donna, quella. Aveva almeno trent'anni più di me, e dimostrava ancora una lucidità encomiabile, anche se malferma sulle gambe. La figlia, Gemma, spingeva la carrozzina sulla quale stava la mamma, racchiusa in un bel scialle azzurro chiaro che si intonava con i suoi capelli, bianchi come la neve. Sulle ginocchia una coperta, e si vedeva bene che la signora Maria se l'era fatta da sola, una passione quella del lavoro a maglia che aveva anche mia madre.
« Ho bisogno di tua figlia, Maria. E poi la volevo conoscere, ne parlano tutti tanto bene! »
« Che c'è, figliolo. Qualche problema? »
« Sì, grosso anche. Ma preferisco parlarne a lei. E' una cosa delicata »
Gemma mi sorrise, allungò la mano e ci presentammo. Aveva degli occhi dolci, azzurri e calmi come un lago alpino. Infondevano sicurezza, serenità.
« Se vuole ne parliamo anche ora. Venga nel mio studio », disse, precedendomi.
Andammo nello studio e mi fece accomodare su una poltrona che pareva studiata apposta per farmi sentire a mio agio e rilassarmi. Lei si sedette dietro una scrivania antica, aprì un quaderno ed iniziò a scrivere.
« Riccardo...e poi? » disse.
« Riccardo Gentilini », risposi. Cominciavo già a liberarmi di un peso, me lo sentivo.
Lei scrisse qualcosa e mi fece un cenno. Capii che potevo iniziare.
« Temo che non mi crederà », anticipai, prima di iniziare il racconto del mio strano sogno.
Lei mi guardò e mi sorrise con grazia. C'era qualcosa in quella donna che mi piaceva, mi rasserenava.
« Che io le creda o meno non ha alcuna importanza. Se lei ha un problema, quello esiste e nessuno può contestarlo. Non si preoccupi...si liberi »
Da quel momento in poi non parlò più. Prendeva appunti e mi guardava. Poi restava un attimo a meditare, e tornava a scrivere.
Raccontai tutto quello che ricordavo: il sogno, i miei dubbi, la ricerca delle fotografie di mia nonna, le prime esperienze con la constatazione che avevo un maleficio, o meglio un potere soprannaturale di prevedere la morte imminente di una persona, semplicemente guardandola negli occhi.
Gemma mi guardava e non palesava alcuna emozione, non pareva colpita più di tanto, e nemmeno sorpresa. Alla fine le raccontai delle verifiche che avevo fatto sulle morti che avevo previsto, quella prima donna, poi un collega, e poi altri casi di conoscenze occasionali, o quel vicino di casa che avevo incontrato fuori del garage. Tutti morti, chi in breve tempo e chi dopo alcuni mesi.
« E adesso cosa spera di cambiare, nella sua vita. Mi dica quali sono le sue esigenze, cos'è che la preoccupa maggiormente », disse lei pacatamente.
Spiegai l'espediente degli occhiali scuri, e a quel punto mi parve di vedere un lieve sorriso sulle sue labbra.
« Le sembra stupida quella cosa che ho fatto?...gli occhiali, dico », chiesi a bruciapelo.
« No, anzi »
« E allora, perché quel sorriso? »
« Niente, non si preoccupi. Se ho sorriso è perché considero geniale quella scelta », disse la psicologa.
Quindi aggiunse, dopo aver completato con calma gli appunti:
« Ma poi è successo qualcosa di grave, immagino. Me ne vuol parlare? »
E così le raccontai della pensione, della mia nuova vita, che potevo dire essere diventata tranquilla, fino al giorno che allo specchio vidi la mia morte.
Per un minuto buono nella stanza regnò un silenzio imbarazzante. Non riuscivo a capire se lei mi credesse, o meno, e se fosse rimasta sorpresa dalla mia rivelazione, oppure se anche lei si sentisse turbata. Io non avevo più niente da dire, e infatti fu Gemma a rompere il silenzio:
« Lo immaginavo. Che lei vedesse la morte nei suoi occhi era scontato dovesse accadere, prima o poi », disse.
« Quindi lei crede a questo mio potere? »
« No, assolutamente », disse con disinvoltura, « ma la questione non è se io ci credo o meno, il problema è che ci crede lei »
« Quindi... », dissi io con una certa curiosità.
« Quindi mettiamoci nell'ipotesi che sia tutto vero, che lei abbia questo potere e che non si sia sbagliato, vedendo la morte nei suoi occhi »
Ero perplesso. Se avevo ben capito mi stava dicendo che non credeva minimamente ai miei poteri ma che si sarebbe comportata come se invece io li avessi per davvero.
Volevo chiarire la cosa, quindi mi azzardai:
« Se non ci crede, come fa a curarmi? Vuol tentare di convincermi che mi sto sbagliando? »
Lei mi guardò, sfoderò il suo lieve sorriso rassicurante, e disse:
« No, non sia mai. Ci comporteremo come se lei li avesse, questi poteri. »
A quel punto fissò un appuntamento, e mi salutò. Prima che uscissi, aggiunse:
« Intanto lei pensi serenamente quali desideri vorrebbe esaudire se, poniamo, le restasse un anno di vita. La prossima seduta ne parliamo. »
Salutai sua madre, che ci guardava entrambi, forse per capire se la seduta era andata per il verso giusto, ed uscii.
In macchina continuavo a pensare a quelle parole: cosa vorrei fare, quali desideri esaudire prima di morire. In quel modo si dava per scontata la mia morte e dovevo riconoscere che,
inspiegabilmente, la cosa mi tranquillizzava ed anzi mi esortava a pensare al futuro, a come passare il tempo nel migliore dei modi.
Avevo già in mente qualcosa, e giunto a casa mi misi a cucinare, stappai una buona bottiglia di vino, e cominciai a fare progetti, mentalmente.
Col passare dei giorni mi stavo mettendo nella condizione mentale idonea ad un fine vita.
Iniziai e mettere in vendita tutte le proprietà: la casa materna, che avevo affittato perché troppo grande per me che vivevo solo, il mio bilocale a mansarda, dove abitavo, la casa in campagna che avevo ereditato, con i terreni annessi e gli attrezzi agricoli.
Il progetto era semplice: prendere una barca a vela, la mia passione di sempre, portarla al mare ed iniziare a girare per le isole e le coste italiane. E, insieme al mare, volevo visitare le grandi città marinare, Venezia, Genova, Pisa, Napoli, e poi i porti delle grandi isole, Sardegna e Sicilia.

Era passato più di un mese dal nostro primo incontro e Gemma mi fece capire che quella avrebbe potuto essere l'ultima seduta. Fisicamente stavo bene, mi sentivo tranquillo, non pensavo affatto al futuro. Volevo vivere giorno per giorno, godendomi tutte le bellezze che ero pronto a visitare. La barca ormai era in cantiere, quasi finita, ed avevo venduto tutto, tranne la mansarda. Mi restava parecchio denaro, probabilmente non sarei riuscito nemmeno a spenderlo.
« Quindi ha deciso, Riccardo, un bel giro del mondo? », esordì con un velo di allegria.
« Beh, proprio del mondo non credo, ma l'Italia vorrei vederla tutta, se ci riuscirò », risposi.
« Probabilmente i tranquillanti non serviranno più, io credo. Comunque se ne porti un paio di confezioni e la ricetta. Non si sa mai... », disse Gemma.
Parlammo ancora un po' del più e del meno, della barca, di come mi ero organizzato per viverci, e alla fine lei volle sapere che sogni facevo ultimamente.
« Viaggi, mare, barca, posti nuovi, fotografie... a volte confusi ma in certi casi nitidi, con immagini molto belle », dissi senza enfasi.
Prima di salutarci lei mi disse una cosa che mi colpì, un pensiero positivo che mi fece sperare nel miracolo.
« Senta Riccardo, volevo dirglielo prima, ma ora non posso più rimandare. Dal mio punto di vista lei è guarito, forse la morte non la riguarda più. Ne tenga conto, nel suo viaggio. Potrebbe durare molti anni », disse con il suo solito lieve sorriso sulle labbra.
« Guarito dalla morte, come è possibile? », obiettai.
« Forse lei ha visto la sua morte mentale, la sua auto-esclusione dalla vita, non la morte fisica. In tal caso, mi creda, sarebbe guarito. Il viaggio glielo chiarirà. »
Furono quelle le sue ultime parole. Salutai Gemma con un abbraccio, ringraziai la madre, che mi guardava con benevolenza, e promisi che se le cose fossero andate nel migliore dei modi sarei tornato a raccontare il mio lungo viaggio.

Tornai a casa con una certa ansia; avevo fretta di guardarmi allo specchio, senza timore.
A giorni sarei andato al cantiere navale di Viareggio per prendere possesso della barca, pronta per il varo, e mi serviva una conferma.
Salii le scale col cuore in gola, come un ragazzo al suo primo appuntamento. Mi fiondai in bagno, allargai gli occhi più che potevo, e mi feci coraggio. Rimasi più di un minuto a guardare nel profondo dei miei occhi, ma non vedevo altro che l'azzurro del cielo, il blu del mar Tirreno, e una vela che navigava beata in alto mare. E le uniche grida che avvertivo non erano più l'eco dei miei tristi pensieri, ma quelle dei gabbiani, in volo festoso dietro la mia barca a vela.

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