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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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La città dei cecchini

di Giacomo Colosio
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Pubblicato il 28/12/2018 09:11:07

Era una bella giornata di mezzo aprile e l'aria era chiara e tersa, pungente. Gli orologi segnavano le tre pomeridiane.
Jack si alzò il bavero del giaccone e vi si immerse fino al mento per ripararsi da quelle fresche raffiche di brezza marina. Amava che il vento gli si strofinasse sulla pelle, ma la sua cervicale lo faceva davvero soffrire troppo, se solo sgarrava un po'. E poi l'umidità; gli anni passavano e cominciava a sentire gli acciacchi dell'età, anche se non era ancora arrivato alla soglia dei cinquanta.
Diede una rapida occhiata di qua e di là della strada e si decise ad attraversare, con passo svelto. C'era un bel traffico, a quell'ora.
Le macchine sfrecciavano senza tante storie ed i pedoni non venivano nemmeno presi in considerazione. Erano talmente pochi ormai i pazzi che andavano a piedi, con il rischio di beccarsi una pallottola in corpo, in quella città maledetta; li potevi contare sulle dita di una mano.
Jack era uno di quelli.
Non lo faceva tutti i giorni, però. Solo quando non doveva farsi riconoscere; per lavoro, insomma. E c'era sempre la possibilità che qualche automobilista coglione avesse voglia di fare tiro a segno con quel povero bipede che attraversava la strada.
L'auto, Jack, la lasciava almeno tre isolati prima e si faceva una camminata a piedi, rasentando i muri per paura che a qualche tiratore scelto venisse voglia di esercitarsi nel tiro al bersaglio mobile, tanto per allenarsi.
Quella era proprio la città dei cecchini; così era chiamata: Killer's City.
Approdò sul marciapiede e di gran fretta si apprestò ad entrare nel grande edificio, dove sapeva avrebbe trovato l'amico George.
Una strana storia, quella di George. Una combinazione amorosa molto intrecciata, la sua, come capita poche volte nella vita.
Lui tradiva la moglie con un'amica di lei; una donna che lo aveva conquistato per il suo aspetto appariscente, non certo per il cervello.
Era una vera oca giuliva, e lo si capiva da subito, appena apriva bocca. Ma aveva un modo di guardare gli uomini che questi, chissà mai perché, si scioglievano al suo sguardo. Tutti, o quasi. A meno che fossero...sì insomma, non fossero attratti dalle grazie femminili.
Ed anche George si era sciolto, come tanti altri.
Julie, questa specie di mangiatrice di uomini, era la moglie di un collega d'ufficio con il quale non scorreva buon sangue. Era il classico uomo, quello, del quale non potevi fidarti; sul lavoro, dico, ma anche per altro.
Qualcuno sospettava pure che passasse le informazioni segrete a qualche potenza straniera. Era troppo ricco per il misero stipendio che il ministero della Difesa passava, ed ostentava un modo di vivere che non poteva certo permettersi; Lotus Elise compresa.
In più, quella scusa di una grossa vincita ad una delle tante lotterie non aveva convinto nessuno, sicché questo Paul, o Eagle come si faceva chiamare vantandosi di essere un'aquila di intelligenza, era un sorvegliato speciale dell'intero Dipartimento.
Ma la cosa che più faceva imbestialire George era il fatto di aver scoperto una tresca di sua moglie Virginia proprio con questo collega odioso.
Uno scambio di coppie, in ultima analisi, all'insaputa perfino dei protagonisti.
Una faccenda di corna incrociate. Brutta storia davvero; prima o poi ci sarebbe stata una resa dei conti, certamente.
Nemmeno Jack, che sapeva tutto di tutti ed aveva informazioni anche sul colore delle mutande di giornata del Presidente, ne sapeva niente prima di essere informato dall'amico.
Ed ormai erano passati due mesi da quando George si era confidato.
“ Chissà mai cosa vuole George da me “, pensava Jack mentre si apprestava a spingere la porta in cristallo del palazzo.
Se era un colloquio di lavoro, come il fatto di essere stato convocato nell'ufficio del Ministero faceva supporre, allora doveva prepararsi ad accettare l'incarico di ammazzare Paul, con ogni probabilità. Quello era il lavoro di Jack, dopotutto. E' che non gli era mai capitato di ricevere incarichi che riguardassero addetti del Ministero della Difesa; le sue vittime erano sempre state spie straniere, o traditori, o attentatori alla sicurezza dello Stato.
Non aveva mai sbrigato faccende che riguardavano problemi interni all'organizzazione.

Si guardò intorno per l'ultima volta ed entrò di gran fretta, insieme ad una folata di vento che si portò appresso qualche foglia e una manciata di polvere di strada, grigia come lo smog.
Riabbassò il bavero del giaccone e diede una rapida occhiata, per sincerarsi che all'interno fosse tutto a posto. Poteva anche essere una trappola, diamine. Era stato convocato d'urgenza e la cosa gli puzzava un po'. E, a ripensarci bene, era stato fatto con un messaggio, questo invito.
Strano; non era la forma canonica per essere convocati ad una riunione. Va bene che anche i tradimenti non rientravano nei canoni del controspionaggio, ma insomma la faccenda puzzava di bruciato lontano un miglio.
Laggiù, in fondo al corridoio che permetteva l'accesso agli ascensori, la luce lasciava spazio ad una zona d'ombra. Tanto bastò ad insospettire Jack che, d'istinto, mise mano alla sua fidata Dazer Super Laser, la pistola di ultima generazione dalla quale non si separava nemmeno a letto.
Teneva le mani in tasca, ma le dita erano appoggiate sul pulsante di comando... quella zona scura lo impensieriva.
Decise di tornare indietro molto lentamente e, dopo pochi passi, trovò l'ampia scalinata che portava ai piani superiori. Al secondo piano prese l'ascensore. Aveva pigiato il 136 ed aveva almeno tre minuti di tempo per organizzarsi. L'ufficio di George era due piani più in basso e proprio per questo motivo avrebbe tenuto meglio sotto controllo le due rampe di scale da fare, per scendere.
In quel momento il suo orologio tuttofare squillò; un messaggio in codice.
Capì al volo che era cifrato dal momento che il significato appariva davvero dubbio: “ le scale portano al paradiso...firmato George. “
Cosa poteva voler dire? Era un avvertimento, certamente. Forse su quella rampa di scale c'era qualcuno ad attenderlo, e l'amico se n'era accorto. Il Paradiso poteva significare l'aldilà.
Cambiò repentinamente il piano al quale l'ascensore doveva fermarsi e si bloccò al 104.
Aspettò una trentina di secondi e lo fece ripartire, ma lui nel frattempo era uscito. Un piccolo trucco per evitare di trovarsi di fronte l'eventuale aggressore, nel momento dell'apertura delle porte.
Camminò spedito fino alla fine del lungo corridoio e prese l'altro ascensore. Cambiò anche piano; era meglio il 138, quattro piani più in alto dell'ufficio dove George lo aspettava.
Jack la sapeva lunga in fatto di sicurezza, trucchi e quant'altro.
Per non essere colto di sorpresa si era anche messo sdraiato, con la sua pistola laser piazzata in modo tale da colpire un uomo in piedi appena si fosse aperta la porta. Sempre se ci fosse stato qualcuno, ed avesse avuto un'arma in mano.
E l'uomo c'era, infatti. E puntava l'arma ad altezza d'uomo, nel centro delle porte dell'ascensore. Era Paul.
Jack lo freddò ancora prima che quello capisse che dentro c'era un uomo sdraiato.
Fuori, una calma esagerata. Sospetta.
Cominciava a temere per la sorte dell'amico. Fece i quattro piani di corsa ed arrivò trafelato all'ufficio di George. Lo trovò socchiuso; non era sua abitudine lasciare le porte aperte.
Capì che in quelle stanze era successo qualcosa di grave quando sentì dei rumori sospetti.
C'erano due donne là dentro, e parlottavano. Virginia, la moglie dell'amico, e quell'oca, Julie, la moglie di quell'aquila che si era appena fatto freddare.
Che ci facevano insieme? E George, dov'era?
« Tu guarda nei cassetti dell'altra scrivania...mi ha detto che le prove le teneva in ufficio. »
Era Virginia a parlare.
Julie apriva e chiudeva i cassetti con una certa agitazione.
« E Paul...che aspetta ad arrivare? Non sarà per caso... »
Non riuscì a finire la frase; la resa dei conti era vicina. Jack entrò come un ciclone e non c'era bisogno della sua stazza per mettere a tacere quelle due. Al primo ceffone sentì schizzare il sangue sulla sua mano e avvertì il rumore della mandibola di Julie che si incrinava.
Cadde a terra svenuta.
Virginia invece, che aveva impugnato maldestramente un'arma, prese un gran cazzotto in bocca e cadde a terra tramortita. In un angolo della stanza c'era il corpo di George, esanime.
Lo avevano fregato, i bastardi. Tutti e tre d'accordo...sentì un morso allo stomaco, mentre sparava. Gli veniva da vomitare; non aveva mai ucciso una donna, prima, ed ora era stato costretto a farlo con due.

Fuori il vento non aveva smesso di fischiare e l'aria era ancor più gelida. Jack si alzò il bavero del giaccone e si calò fino al mento. Maledetta cervicale, e maledetto lavoro. Si sentiva stanco di quella vita. Si sentiva anche vecchio, non solo stanco.
Alzò gli occhi al cielo; il tempo si stava guastando e la sera calava in fretta. Attraversò la strada che già le automobili accendevano i fari. Il mattino seguente avrebbe fatto rapporto, ma le luci dell'alba erano lontane. Ora aveva bisogno di una bottiglia, e di un letto.




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