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E a me piaceva tanto giocare...

di Giacomo Colosio
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Pubblicato il 10/01/2019 14:15:46

Credo molto nel destino, in quelle cose meravigliose che ti possono succedere di punto in bianco. Ero lì lì che stavo per buttarmi disperato dalla finestra, quando sentii squillare il telefono. Era un Road manager americano, e mi disse che mi avrebbe aiutato a mettere insieme una nuova band. Mi assicurò che tutti i componenti erano dei talenti nati, mancavano solo di esperienza musicale, mentre io ne avevo da vendere. Non capii bene cosa intendesse dire; infatti io me l'ero venduta tutta, la mia esperienza musicale, e non mi restavano altro che i soliti vizi, fumo e alcool. Niente soldi, non una donna che mi accudisse; quelle poi se ne stavano alla larga dopo che il mio successo era crollato, anzi svanito nel nulla. No money, no woman, è questa la dura legge del mondo dello spettacolo. Ero rimasto a secco, colpa di quel mio modo di aggredire il pubblico, dicevano i sapientoni, in altre parole quella che passa sotto il nome di critica musicale. E allora avevo lasciato, abbandonando il gruppo. Svanito nel nulla, si disse nell'ambiente a ragion veduta. « Jeff, prima di tutto ti devo tirar fuori da quel buco nel quale ti sei rinchiuso di proposito; quel posto è veleno per te, come uomo e ancor più come musicista » disse con una voce calma e pacata che sapeva tanto di forza e decisione; insomma, si capiva che il tipo ci sapeva fare con gli sbandati come me. Dopo meno di un'ora era già lì col suo furgone, ed io mi sentivo come una foglia secca sbattuta di qua e di là dal vento. Mi spingeva a raccattare dei vestiti e me li fece buttare alla rinfusa in una vecchia borsa, una sacca che usavo quando giocavo a basket. Prese le mie chitarre, ed aggiunse: « Vedrai la Fender che ti ho preparato... però ti devi portare anche le tue, ti aiuteranno a ricominciare. I ricordi sono più vivi che le persone, ed aiutano, specialmente se sono belli. E qualche foto della tua ex, se ti va... ma di donne, vedrai quante ne arriveranno » Mi portò a casa sua e mi mise a letto, fino a tarda sera. Mi sentivo un bambino nelle braccia di una mamma adottiva, maschio per giunta. E non era nemmeno gay, era così per natura, carino, autoritario, forte e gentile, il tutto in una miscela ben dosata. Abitava nel quartiere di West London, in una via parallela alla famosa Portobello Road. Aveva un grande appartamento in un edificio dipinto in colori pastello, ogni finestra della facciata aveva il suo, quasi fosse un arcobaleno di mattoni. Quando mi svegliai, mi parve di sentire degli strani rumori venire dalla cantina. Non potevo sbagliarmi: erano accordi, prove musicali. C'era il bel suono di un piano, e una batteria che mandava in temperatura il sangue, per non parlare del sax che pareva piangesse note calde. Sentivo l'argento vivo in corpo, e mi fiondai giù per le scale. La cantina era una grande stanza, accogliente, per niente umida. Per terra c'erano dei mattoni, disposti in strani disegni geometrici. Alle pareti erano stati dipinti degli spartiti di vecchie canzoni rock, e mi si allargò il cuore quando vidi che c'era anche la mia Heart full of soul, di qualche anno prima, quando ero diventato una star del gruppo The Yardbirds. Molto ben augurante, quella canzone, anche perché il mio cuore era pur sempre pieno di soul, anche nella disgrazia, nella vita allo sbando. I tre ragazzi mi guardarono come ipnotizzati. Avevano smesso di suonare, e mi fissavano. Erano commoventi, pareva avessero avuto una visione, e quella visione ero proprio io. Come non sentirsi gratificati. Poi Rod, il cantante, uno che aveva un sorriso pulito come una piazza spazzata dal vento di primavera, disse: « Sei sempre stato un mito per noi. Se vuoi si suona insieme, tu ci puoi aiutare » Non sapeva che erano loro che stavano aiutando me, poveri bravi ragazzi, ingenui e inesperti delle brutture della vita. Mi intonò una strofa di una canzone che non conoscevo, così, sui due piedi, senza accompagnamento. Mi venne un colpo; mi pareva di sentire me stesso quando cantavo nelle chiese di Wallington, a dieci anni, e suonavo la chitarra acustica. Li guardai tutti con un groppo alla gola, sentii una stupida lacrima che mi inumidiva la gota, e mi venne logico pensare, a quel punto: poche balle Jeff, se non ricominci sei un pezzo di merda, butti nel cesso non solo te stesso, ma anche questi bravi ragazzi, che non se lo meritano. E così decisi. E quando un uomo decide non ci sono cazzi che tengano, riprendersi è un gioco da ragazzi. E a me piaceva tanto giocare, specialmente con la musica. Inoltre, diciamo la verità, mi sentivo ancora un ragazzo.

 

nota: è la storia del rientro di Jeff Beck nel mondo della musica.


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