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Una notte magica [ Magie e cunicoli spaziotemporali ], Aa. Vv.
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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Nonna Lina

di Giacomo Colosio
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Pubblicato il 04/02/2019 18:06:06

La signora Lina era venuta ad abitare in città, insieme al marito e ai quattro figli, a seguito del nuovo lavoro che Giuseppe, il consorte, aveva trovato presso la Pinacoteca “Tosio Martinengo” del comune di Brescia. Avevano lasciato la casa di campagna, abitata dalle sorelle di Giuseppe, e si erano trasferiti in un antico palazzo di proprietà dei conti Cantoni, in via Alessandro Monti. Lina aveva il suo bel da fare. Accudire i figli, cucinare, svolgere le mansioni di portinaia e, di tanto in tanto, fornire la sua competenza di cuoca per la signora contessa, magari in occasione di ricevimenti o speciali ricorrenze. Giuseppe, in quei frangenti, la aiutava, vestito di tutto punto da maggiordomo, ma in realtà la sua mansione principale era quella di restaurare affreschi e dipinti del grande palazzo, sotto l'attenta supervisione del conte Clemente. Dopo i primi tempi, si erano trasferiti dal piano terra all'ultimo piano, in una grande mansarda nella quale c'era una stanza enorme, che Giuseppe aveva adibito a studio. Lina era benvoluta da tutti. Conti e contessine, tutte le maestranze e perfino la signorina Fräulein, governante e istitutrice di lingua tedesca per i ragazzi dell'intero casato, le volevano bene. Aveva un buon rapporto con tutti, essendo donna non litigiosa, poco incline ai pettegolezzi e di animo gentile. Chi non l'avesse conosciuta prima, avrebbe certamente pensato che quelle buone maniere che Lina sfoggiava venissero dalla nobile famiglia, insomma che la signora fosse diventata equilibrata e gentile dopo la frequentazione di quella gente altolocata. In realtà non era così. La signora Lina era gentile ed educata, contenuta nei modi e nelle espressioni per natura o, per meglio dire, per imprimatur genetico, o indole che dir si voglia. Le poche esternazioni al di sopra delle righe erano quelle rivolte al marito, che tuttavia non trascendevano mai, limitandosi a penetranti occhiate di rimprovero, o poco più. Se Lina era tanto gentile ed educata con gli estranei, figuratevi quanto poteva esserlo con i nipoti. Fra i sette nipoti che aveva, quelli ai quali era più affezionata, ma soltanto perché frequentavano molto la loro casa, visto che la mamma li lasciava con i nonni anche per una giornata intera, erano Marco e Chiara. Questi due ragazzi erano uno diverso dall'altra, pur essendo figli della stessa madre, Franca Giulia, e del genero di Lina, un certo Jacopo, stravagante architetto che era entrato nelle grazie della suocera Lina. Il motivo di questa simpatia era uno solo: Jacopo era una buona forchetta, e Lina cucinava troppo bene. Inoltre questo architetto squattrinato aveva un'abitudine che in quella casa non esisteva: commentava ogni piatto con lodi sperticate, miagolii, leccate di dita e rumori plateali con la bocca e la lingua che mettevano in funzione le sue avide papille gustative. « Buono, mai mangiato niente di più buono di questa lepre in salmì », diceva. Oppure: « Dove si può mangiare una tinca al forno come questa? Ditemelo, suvvia, ditemelo voi... », esclamava interrogando i commensali, e nel mentre beveva un buon vino rosso di Franciacorta. Giuseppe, che era un artista poco incline ai salamelecchi, basti dire che era stato pure antifascista e nella sala del Consiglio di un comune retto da un severo Podestà aveva raffigurato, in un affresco, Benito Mussolini con falce e martello, anziché la sola falce, a petto nudo e intento alla mietitura di un campo di grano, dopo queste leccate di Jacopo era solito dire: « Cala Trinchetto... » , oppure « Uno pompa e l'altro annaffia... » Era quello uno dei casi nei quali nonna Lina rivolgeva un sorriso all'architetto, e nel frattempo fulminava il marito con un'occhiata dei suoi occhi scuri. Giuseppe aveva un gran rispetto per Jacopo, ma dopo che costui gli aveva messo incinta la figlia prima del matrimonio, gli era andato di traverso, e non risparmiava al malcapitato le sue ironiche osservazioni. L'altro, da par suo, rispondeva criticando quadri ed affreschi del suocero, che invece era un artista e ne sapeva più del diavolo. Insomma, quella di Jacopo era una mera ritorsione, un tentativo quasi mai riuscito di prendersi una rivincita. Il colmo fra i due accadde quel giorno che due gran signori vennero allo studio con un'icona del trecento, chiedendo a Giuseppe se si sentisse in grado di restaurarla. Prima di sentire una risposta, avevano aggiunto: « Signor Micheletti, nelle sue decisioni tenga presente che questa icona è di valore inestimabile... » Il “quadretto” era di dimensioni contenute, trenta per quaranta, il legno ormai quasi ridotto a segatura, con tarli evidenti nelle poche parti di tavoletta ancora consistenti, e il dipinto, stupendo, raffigurava una madonna. Era stato eseguito esclusivamente con colore rosso e oro in foglie, e i lineamenti del volto erano talmente particolari da ricordare il Giotto, o una delle sue scuole. Giuseppe, con grande sarcasmo, disse maliziosamente: « Sentiamo il parere dell'architetto... allora, Jacopo, cosa faresti tu? Suggerisci pure, ed io eseguirò... » I due guardarono incuriositi l'architetto, che nel frattempo ispezionava con una lente di ingrandimento il dipinto e le condizioni della tavoletta in legno, in attesa del suo parere. Con grande imbarazzo Jacopo, che di icone ne sapeva meno che un coltivatore di mirtilli o un taglialegna della val Brembana, se ne uscì con una risposta furba, che invece era una domanda d'attesa: « Scusate, chi vi ha mandati qui? », disse rivolgendosi ai due, probabilmente marito e moglie. « Il direttore della Pinacoteca », dissero all'unisono. « E cosa vi ha detto? » « Noi non facciamo lavori di questo tipo...l'unico che può farlo è Micheletti » « Ecco, io vi risponderei uguale...fatelo fare a Micheletti, solo un pazzo può affrontare questo rischio, ma siccome non è pazzo, vedrete che rifiuterà. » Giuseppe già rideva sotto i baffi, perché lui invece non poteva tollerare che qualcuno lo ritenesse non in grado di fare un qualsiasi restauro; quindi disse, gonfiandosi un poco il petto per far uscire tutta la sua diatriba: « Ecco, tu Jacopo non lo sapresti fare. Quindi fatti da parte e non mettere becco. Io so come fare, se permetti... » Ecco, anche in quel frangente Lina diede un'occhiataccia al marito e invece un sorriso di solidarietà verso il genero. Il lavoro alla fine venne fatto alla perfezione, ma durante l'esecuzione del restauro Lina non mancava di ricordare al marito la difficoltà di quel che stava facendo: « Te l'aveva detto Jacopo di non farlo...perché non lo ascolti, qualche volta? » Nonna Lina, come tutte le persone buone che sono le prime che se ne vanno, anche se campò abbastanza da un punto di vista biologico, morì giovane sotto l'aspetto mentale. Non aveva ancora sessant'anni quando iniziò a dire e fare cose strane. Forse già in quei giorni cominciava a manifestarsi quella subdola malattia che la colpì inopinatamente, l'Alzheimer. Alcune monete di carta, oggi diecimila lire, domani cinquanta, gettate nei rifiuti domestici, amnesie, poca voglia di cucinare ricette che erano sempre state la sua forza, e ormai dimenticate, e per ultimo alcune sue frasi che sbalordivano. Come quella volta che Chiara, la nipotina più piccola, aveva cinque anni, le chiese: « Nonna, vuoi più bene a me o a Marco? » Era Natale, e la famiglia era tutta riunita. Si erano scartati i regali e c'era un clima di allegria che contagiava anche i bambini. Tutti si aspettavano la tipica risposta: « A tutti e due uguale, piccolina! » E invece nonna Lina sbalordì figli e nipoti, generi e nuore, insomma tutti, anche il marito. Sfoderò un dolce sorriso, prese Chiara sulle ginocchia e, guardandola con amore, disse: « Ma che domande fai? Marco... » Ecco, quello fu l'inizio di una serie di circostanze che portarono alla terribile diagnosi, quasi una sentenza: Alzheimer. Nonna Lina perse pian piano il contatto con la realtà, la memoria e l'autonomia, ma rimase pur sempre una donna dolce, fine, gentile. Chi vuol ricordarla con tenerezza, narra l'episodio che sconcertò perfino la commissione medica che doveva decidere se la sua malattia fosse grave al punto di aver bisogno di un assegno di accompagnamento. Andò così: la figlia, Franca Giulia, donna di onestà inossidabile, la portò alla visita per l'accompagnamento vestita da gran signora. Ben curata, fresca di permanente, profumo da signora in età, gioielli discreti ma di pregio. Era convinta, la figlia, che cercare di ingannare la commissione non sarebbe stato né giusto e tanto meno onesto. Jacopo, il marito architetto, la derise: « Se speri che diano l'accompagnamento ad una signora che sembra Alida Valli, sei un'illusa. L'hai vestita come un'attrice...» Durante l'esame, alle prime domande Lina rispose in maniera inaspettata. «Che colore è questo divano?», chiese il primo medico. «Verde...ce l'ho uguale a casa mia», rispose nonna Lina. I medici si guardavano allibiti. Eppure la diagnosi dell'esimio professor Verzelletti, che si rigiravano fra le mani, parlava di probabile Alzheimer. «E la bandiera italiana che colori ha, signora Lina?» «Che domande: bianco, rosso e verde» Al che il responsabile della commissione, un anziano medico con la barba bianca che faceva concorrenza a quella di Matusalemme, disse: «Signora Lina, mi ascolti bene. Quella signora che l'ha accompagnata, chi è?» E nonna Lina, che per la sua risposta divenne mitica nel ricordo di Marco, Chiara, e tutti gli altri nipoti, si avvicinò alla figlia Franca Giulia, la abbracciò teneramente e sospirò: « La mia mamma.»


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