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Un incontro pericoloso 2

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 03/04/2019 22:11:32

Così dicendo Ducacci aveva fatto un cenno del capo in direzione di una signora che pranzava a uno dei tavolini in compagnia di un vecchio. Ettore l'aveva notata al primo sguardo: dovunque andasse, non poteva non attirare l'attenzione, e anche l'ammirazione – quella donna era bella.

La figura alta e sottile, indossava un tailleur nero che la stagliava nettamente contro il divano rosso. Teneva la testa pigramente appoggiata a una mano e sembrava prestare ascolto al suo accompagnatore anche se di tanto in tanto dava uno sguardo in giro agli altri clienti. Il volto colpiva per la sua regolarità: da lontano sembrava una maschera o una di quelle attrici che stilizzano sapientemente i propri tratti. I capelli castano scuri erano folti e aderenti al capo come la pelliccia di quegli animali che si accarezzano volentieri. Le coprivano le orecchie e metà della fronte. La linea del naso, leggermente troppo corta, dava al suo viso, specialmente quando guardava in su, un tocco di impertinenza. Di contro gli occhi erano grandi e lucenti come agate grigie incastonate nel marmo; e parevano ancora più grandi a causa delle ombre azzurre che li orlavano. La semplicissima eleganza dell'abito conferiva a quella creatura una sorta di conchiuso rigore formale che la faceva assomigliare a una gemma paga della propria luce. Contrastava nettamente con questo il suo fare distratto e trasognato.

Bellezza e inquietudine stridevano in quel volto. È sempre una disgrazia ereditare un potere senza la sicurezza che serve ad amministrarlo. Come un grande patrimonio, che è solo fonte di sventure se colui che lo possiede è un prodigo, così la bellezza può diventare pericolosa non solo per chi l'ha avuta in dono, ma anche per gli altri.

Ducacci, che conosceva bene coloro che vivono ai margini della società, coglieva al volo ogni elemento preoccupante. Sapeva che la contessa veniva preferibilmente evitata. Preoccupanti non erano quei lineamenti da grande gatta. Anche le tigri hanno le loro leggi. A mettere in guardia era un che di disordinato, una mancanza di equilibrio. Causa ed effetto malamente collegati. I processi che si svolgevano in quella testa erano imprevedibili. Le cose vi dovevano funzionare come in una stazione dove il puro capriccio decida se alzare o abbassare le sbarre, e come regolare gli scambi. Chiunque vi indugi si espone al pericolo di collisioni insensate. La bellezza era un'esca stupenda in cui si nascondeva un uncino.

Nel Medioevo un essere simile sarebbe stato sospettato di stregoneria, nel Settecento avrebbe avuto la reputazione di gran dama che agisce solamente in base al proprio arbitrio. Oggi si poteva intuire in tutto ciò una forzata debolezza. Le forme erano ormai quasi del tutto svuotate di contenuto, benché il loro aspetto esteriore sembrasse intatto. I nomi valevano ancora, i patrimoni si trasmettevano ancora per via ereditaria come ai vecchi tempi. Ma i singoli casi diventavano casi-limite in quanto da un lato erano ancora determinati dalla tradizione, e dall'altro già segnati dal declino – da quest'ultimo con maggiore ineluttabilità. Gli antichi tronchi davano ancora fiori, ma i frutti erano già sterili e ibridi.

 

© Paolo Melandri (3. 4. 2019)


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