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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Un incontro pericoloso 3

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 04/04/2019 00:13:31

Adesso erano seduti uno di fronte all'altra davanti al caminetto a gas. Dai ciocchi di rame perforato guizzavano fiammelle azzurre. Per la prima volta avevano agio di contemplarsi – così come si guardano bei quadri o delle fotografie. Irene era stata una bambina solitaria. Ogni volta che riceveva una nuova bambola, si rintanava in un angolo per poterci giocare come più le piaceva, senza testimoni né spettatori. E ora si beava della stessa sensazione di possesso che allora la coglieva con tanta intensità.

La sventura di questa bella creatura era dovuta al suo indugiare, dal punto di vista spirituale, nell'età infantile – e in questo senso Eraldo le era affine. Il loro era un incontro tra fanciulli, non tra persone adulte. Quando Irene aveva visto per la prima volta il capitano in casa di suo padre, aveva saputo che tutt'a un tratto si faceva sul serio. Fino a quel momento non aveva mai immaginato che uno sguardo potesse essere tanto potente. L'aveva appreso dal colloquio con Kargané – con un senso di costernazione, come se una nave pirata si smascherasse e lasciasse rifulgere i suoi cannoni. Com'era possibile che quegli occhi si tramutassero in due luci che crudelmente, con spudorata consapevolezza, penetravano in lei? E, cosa ancor più incomprensibile, lei aveva risposto all'istante, aveva detto sì a quella domanda con la medesima consapevolezza, la medesima mancanza di pudore. Era stata la fiamma che segue la folgore. Con questo tutto era stato deciso; non c'era più modo di ribellarsi. In fondo il capitano l'aveva presa come un pascià; la costrizione che lui esercitava era più forte di tutte le catene dell'Oriente.

Fin dall'inizio Irene si era dibattuta contro quel dominio. Poteva essere conquistata, ma non vinta. Ogni nuova presa di possesso rafforzava anzi la sua resistenza, che si addensò fino all'odio. Ma con esso crebbe anche la sua gelosia.

Com'era diverso l'idolo che custodiva nel suo intimo e a cui sacrificava nei suoi sogni. Gli si era soprattutto avvicinata nel periodo in cui mandava ogni giorno fiori e frutta al giovane Coquelin, come una pastorella che depone i suoi doni davanti a un'immagine sacra. Non appena entrava in scena l'attore, lei era colta da un lieto sgomento che la trasportava fuori della realtà. Nel teatro si sarebbe sentita volare una mosca quando Coquelin veniva alla ribalta con le sue movenze libere e leggere. Irene doveva chiudere gli occhi – quella era l'apparizione; il suo sacrificio era stato premiato.

Cercava di dimenticare quanto era successo dopo. La sua rovina consisteva nel fatto che dall'ideale si aspettava cose reali, e dal reale la trascendenza. È un male universale, squisitamente umano – solo che in lei attingeva livelli maniacali. Così Irene oscillava costantemente tra l'aspettativa e la delusione.

Mentre contemplava Eraldo, questi si fondeva nella sua mente col giovane attore così com'era quando ancora non l'aveva delusa. Stavolta avrebbe condotto la cosa a buon fine; non avrebbe più sentito la mancanza di Kargané – al contrario, sarebbe andata in viaggio anche lei, appunto con Eraldo. Per cominciare avrebbe fatto in modo che egli assumesse l'aspetto esteriore che piaceva a lei; come allievo sarebbe stato docile. Già lo vedeva comparire nella terrazza mentre i cavalli aspettavano in strada. Ad un tratto sentì il desiderio di carezzargli i capelli, di occuparsi di lui con tenera premura. Gli prese la mano.

Eraldo – posso chiamarla così, non è vero? – sapesse come sono contenta che lei sia venuto”.

Per Eraldo, che conduceva una vita di puro sogno, fu come destarsi a una più alta realtà; com'era lieve e insieme delizioso il peso di quella mano. Una fata l'aveva cercato. Ora avrebbe udito cose meravigliose, eppure desiderava che il tempo si fermasse e tutto rimanesse com'era.

 

© Paolo Melandri (3. 4. 2019)


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