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Una notte magica [ Magie e cunicoli spaziotemporali ], Aa. Vv.
Presentazione il 22 settembre 2019, ore 17 presso il Villaggio Cultura – Pentatonic
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Giochi africani

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 06/04/2019 23:52:45

È un avvenimento bizzarro come la fantasia, simile a una febbre i cui germi sono apportati da lontano, prende possesso della nostra vita e si insedia in essa sempre più profondamente e ardentemente. Alla fine soltanto l'immaginazione ci pare l'unica realtà e la vita di tutti i giorni un sogno, nel quale ci muoviamo svogliati, come un attore turbato dal suo ruolo. È allora venuto il momento in cui il crescente disgusto fa appello alla ragione e le pone il compito di cercare una via d'uscita.

Questo era il motivo per cui la parola «fuggire» aveva per me una melodia particolare, giacché non si poteva dire che vi fosse un particolare pericolo che giustificasse la sua applicazione; a parte forse gli insegnanti, i quali mi trattavano come un sonnambulo e le cui lamentele si accumulavano, diventando piuttosto minacciose nelle ultime settimane.

«Berti, tu dormi, Berti, tu sogni, tu sei nelle nuvole», era un eterno ritornello. Anche i miei genitori, che vivevano in campagna, avevano già ricevuto qualcuna delle ben note lettere, il cui sgradito contenuto iniziava con le parole «Il Vostro figlio Alberto Berti...»

Queste lamentele erano però non tanto la causa quanto la conseguenza della mia decisione; o meglio, le due cose si trovavano in quel rapporto di interazione, che suole accelerare i movimenti scoscesi. Da mesi vivevo in una eccitazione segreta, che in quegli ambienti difficilmente può passare inosservata. Così ero già arrivato al punto di non partecipare affatto alle lezioni, sprofondandomi invece in descrizioni di viaggi in Africa che sfogliavo sotto il banco. Quando mi veniva rivolta una domanda, dovevo superare tutti quei mari e quei deserti prima di dare alcun segno di vita. In fondo ero presente solo come rappresentante di un lontano viaggiatore. Mi piaceva anche, simulando un improvviso malore, uscire dalla classe e passeggiare sotto gli alberi del cortile scolastico, lì riflettevo sui particolari del mio piano.

L'insegnante di classe aveva già adottato nei miei confronti il penultimo dei provvedimenti educativi, che vuole indicare la definitiva separazione; mi trattava come fossi aria, mi «puniva ignorandomi». Che anche questo castigo non avesse effetto era un brutto segno, un segno di quanto io fossi già assente. Questo isolamento attraverso il disprezzo mi era anzi gradito, perché mi circondava di un vuoto, nel quale mi dedicavo indisturbato ai miei preparativi.

Vi è un tempo in cui il mistero appare raggiungibile al cuore solo nello spazio, solo nelle bianche macchie della carta geografica, e in cui tutto ciò che è oscuro e sconosciuto ha una potente attrattiva. Lunghi, ebbri sogni ad occhi aperti durante le mie passeggiate notturne sui bastioni mi avevano tanto avvicinato a quei lontani Paesi, che pareva ormai sufficiente la sola decisione per penetrare in essi e godere dei loro piaceri. La parola giungla racchiudeva in sé tutta una vita, la cui prospettiva è irresistibile a sedici anni; una vita da dedicare alla caccia, alle ruberie e a straordinarie scoperte.

Un giorno ebbi la certezza che il giardino perduto era celato nel delta superiore del Nilo o del Congo. E poiché la nostalgia per quei luoghi è fra le più difficili cui resistere, cominciai a nutrire innumerevoli, pazzi progetti su come ci si potesse meglio avvicinare alle regioni delle grandi paludi, della malattia del sonno e del cannibalismo. Covavo pensieri quali tutti conoscono certo dai loro più lontani ricordi: volevo farmi strada come clandestino, mozzo o travestito da apprendista artigiano girovago. Ma infine decisi di arruolarmi nella Legione Straniera, per raggiungere così almeno i margini della Terra promessa e penetrare poi da solo all'interno; naturalmente non senza aver prima partecipato ad alcune battaglie, ché il fischiare delle pallottole mi sembrava una musica di più alte sfere, della quale si legge solo nei libri, e per partecipare alla quale bisognava andare in pellegrinaggio, come gli americani a Bayreuth.

Ero dunque pronto a prestare giuramento su qualsiasi pelle di vitello del mondo, se essa mi avesse portato fino all'equatore come il mantello magico di Faust. Ma in fondo neanche la Legione Straniera apparteneva alle forze oscure che basta evocare al primo crocevia quando si voglia patteggiare con esse. Da qualche parte doveva esserci, questo era certo, perché abbastanza spesso leggevo sui giornali i resoconti di pericoli eletti, rinunzie e crudeltà che un abile pubblicista non avrebbe saputo descrivere meglio per attirare fannulloni del mio tipo. Avrei dato molto perché uno di questi ingaggiatori, che ubriacano e rapiscono i giovani, e contro i quali mettevano spesso in guardia, mi si fosse avvicinato; ma mi pareva alquanto improbabile che ciò accadesse nella nostra cittadina nella valle, tanto pacifica e addormentata.

Così mi sembrò più giusto passare prima di tutto la frontiera, per compiere in tal modo il primo passo dall'ordine al disordine. Mi immaginavo che il meraviglioso, il regno delle coincidenze e degli avvenimenti favolosi dovesse rivelarmisi sempre più chiaramente ad ogni passo, se avessi avuto il coraggio di allontanarmi dalla solita vita; che l'attrazione dovesse risultare sempre più forte man mano che le si andava incontro.

Ma non mi nascondevo il fatto che ogni situazione esercita una forza di gravità non superabile con il semplice pensiero. Certo quando, per esempio prima di addormentarmi, pensavo di prendere e andarmene, nulla mi sembrava più facile che vestirmi subito, andare in stazione e salire sul primo treno. Ma appena cercavo anche solo di muovermi, mi sentivo appesantito da pesi di piombo. Questa discrepanza fra le esagerate possibilità offerte dai sogni e i limitati provvedimenti presi per la loro realizzazione mi procurava molto dispiacere. Per quanto sapessi con lo spirito vagare senza fatica per i luoghi più impervi, a mio piacimento, mi accorgevo però nello stesso tempo che nella vita reale anche il comprare un biglietto ferroviario presupponeva uno sforzo ben maggiore di quanto avessi pensato.

Quando, non abituati a tuffarsi, ci si trova su un alto trampolino, si sente fortemente la differenza fra uno che vorrebbe tuffarsi e un altro che si rifiuta di farlo. Quando il tentativo di prendere se stessi per la collottola e buttarsi giù fallisce, si presenta un'altra soluzione. Consiste nel vincersi con l'astuzia, facendo oscillare il corpo sempre più forte sull'estremo bordo del trampolino, finché ci si vede improvvisamente obbligati a tuffarsi.

Sentivo chiaramente che questi sforzi per dare a me stesso la prima spinta verso il mondo dell'avventura erano ostacolati soprattutto dalla mia stessa paura. Il mio più forte avversario ero in questo caso io stesso, cioè un tipo pigro, che amava passare il tempo fantasticando sui libri, e veder muoversi i suoi eroi in contrade pericolose, invece di mettersi in cammino nella notte e nella nebbia per fare altrettanto.

Ma vi era un altro spirito, più selvaggio, il quale mi sussurrava che il pericolo non è uno spettacolo del quale si può godere seduti in poltrona, ma che deve esservi tutt'un'altra soddisfazione nell'osare di spingersi nella sua realtà, e quest'altro spirito cercava di trascinarmi sul palcoscenico.

Spesso durante questi discorsi segreti, di fronte a queste esigenze esasperate, avevo una paura matta. Mi mancava anche il talento pratico; la prospettiva di tutti i sotterfugi e degli intrighi che avrei dovuto osare per andare avanti, mi deprimeva. Come tutti i sognatori avrei desiderato avere la lampada fatata di Aladino o l'anello di Giaunder, il pescatore, con i quali si possono evocare spiriti servizievoli.

D'altra parte la noia penetrava in me come un veleno mortale, ogni giorno di più. Mi sembrava assolutamente impossibile “diventare” qualcosa; già la parola mi ripugnava, e dei mille impieghi che la civiltà può offrire, nemmeno uno mi sembrava adatto a me. Piuttosto mi attiravano le attività molto semplici, come quella del pescatore, del cacciatore o del boscaiolo; però da quando avevo sentito dire che i guardiaboschi oggi sono diventati degli impiegati contabili, che lavorano più con la penna che con il fucile, e che i pesci si pescano con la barca a motore, anche questo mi era venuto a noia. Mi mancava in queste cose la minima ambizione, e a quei discorsi, che i genitori sogliono fare ai figli sulle prospettive delle diverse professioni, assistevo come uno che deve essere condannato al carcere.

Di giorno in giorno si rafforzava la ripugnanza verso ogni cosa utile. La lettura e i sogni costituivano l'antidoto; ma le regioni in cui era possibile agire sembravano irraggiungibili. Là mi immaginavo un'audace società di uomini, il cui simbolo era il fuoco, il cui elemento era la fiamma. Per essere accolto in essa, o anche solo per conoscere un uomo di fronte al quale provare rispetto, avrei volentieri rinunciato a tutti gli onori che si possono conseguire dentro e fuori le quattro facoltà.

Supponevo con ragione che fosse possibile incontrare i figli naturali della vita soltanto voltando le spalle all'ordine costituito. Certo i miei ideali erano forgiati sulla misura di un sedicenne, che non conosce ancora la differenza tra eroi e avventure e che legge cattivi libri. Ma avevo in fondo ragione, in quanto ponevo l'insolito al di là della sfera sociale e morale che mi circondava. Perciò non volevo diventare inventore, rivoluzionario, soldato o comunque un benefattore dell'umanità, come succede spesso a quell'età; ero invece attirato da una zona, nella quale si esprimeva, pura e senza scopo, la lotta delle potenze naturali.

Ritenevo questa zona reale; la identificavo con il mondo tropicale, che circonda come una cintola multicolore l'azzurra cappa di ghiaccio dei poli.

 

© Paolo Melandri (6. 4. 2019)


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