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Una notte magica [ Magie e cunicoli spaziotemporali ], Aa. Vv.
Presentazione il 22 settembre 2019, ore 17 presso il Villaggio Cultura – Pentatonic
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Zapparoni 8

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 07/04/2019 13:23:52

Gli uccelli tacevano. Sentii di nuovo il mormorio del ruscello nel calore del fondo. Poi mi svegliai di colpo. Già di prima mattina ero stato in piedi, tormentato dall'inquietudine di chi corre dietro al suo pane. In tale stato d'animo il sonno ci sorprende come un ladro.

Dovevo soltanto avere chiuso gli occhi, infatti il sole si era appena mosso. Il sonno nella luce violenta mi aveva stordito. Mi orientai con difficoltà; il luogo era ostile.

Anche le api avevano terminato il loro sonno meridiano; l'aria era piena del loro ronzio. Pascolavano sul prato, sfioravano a sciami la spuma bianca che lo copriva o si tuffavano nella sua variopinta profondità. A grappoli si appendevano al chiaro gelsomino che orlava la strada, e quando sciamavano dall'acero in fiore accanto al boschetto l'aria risuonava come una grande campana, che continua a lungo a vibrare dopo che mezzogiorno è suonato. Di fiori non c'era scarsità; era uno di quegli anni di cui gli apicoltori dicono che vestono di miele i pali delle arnie.

Eppure c'era qualcosa di strano in quel pacifico commercio. Tolti i cavalli e la selvaggina, conosco poco gli animali, infatti non ho mai trovato un maestro che mi facesse appassionare per loro. Per le piante, la cosa è diversa, infatti avevamo un professore di botanica entusiasta, col quale spesso facevamo gite. Quanto può dipendere nella nostra storia da tali incontri. Se dovessi compilare un elenco degli animali che conosco, mi basterebbe un foglietto di carta. Lo dico soprattutto per gli insetti che riempiono il mondo a legioni.

Comunque so press'a poco come sono fatti un'ape, una vespa e anche un calabrone. Mentre lì seduto le contemplavo sciamare, mi pareva che a volte ne passassero alcune che spiccavano stranamente. Dei miei occhi posso fidarmi; li ho messi alla prova non soltanto per la caccia alle galline. Non mi costava nessuna fatica seguire una di quelle api con lo sguardo, finché si posò sopra un fiore.

Allora ricorsi al binocolo e vidi di non essermi ingannato.

Sebbene io, come ho già detto, conosca poco gli insetti, ebbi subito l'impressione di una cosa imprevista e supremamente bizzarra, quasi l'impressione di un insetto piovuto dalla luna. Poteva aver lavorato a fabbricarlo un demiurgo, in regni remoti, il quale una volta avesse sentito parlare di api.

L'ape mi lasciò tutto il tempo di contemplarla, inoltre adesso da tutte le parti arrivavano insetti simili come operai all'ingresso dell'officina quando la sirena ha chiamato al lavoro. In queste api colpiva subito la grandezza. Certo non erano come quelle incontrate da Gulliver a Brobdingnag e contro le quali si difese col pugnale, però erano di molto più grosse di un'ape e persino di un calabrone. Avevano press'a poco la circonferenza di una noce ancora nel mallo. Le ali non erano mobili come negli uccelli o negli insetti, ma giravano intorno al corpo in un orlo rigido, piuttosto come un piano destinato a stabilire l'equilibrio o a sollevare l'automa.

La grandezza dava meno nell'occhio di quel che si potrebbe pensare, infatti l'animale era assolutamente trasparente. L'impressione che ne ebbi mi venne soprattutto dai riflessi provocati dai suoi movimenti alla luce del sole. Quando stava come in quel momento, davanti a un fiore di convolvolo, di cui penetrò il calice con la proboscide formata da uno scandaglio di vetro, era quasi invisibile.

Lo spettacolo mi avvinse in un modo che mi fece dimenticare il luogo e l'ora. Un simile stupore ci prende quando ci viene mostrata una macchina nella cui forma e nel cui modo di funzionare si rivela una nuova trovata. Se un uomo della prima metà dell'ottocento venisse portato per magia a uno dei nostri grandi incroci, il movimento gli darebbe la sensazione di una confusione monotona. Dopo un periodo di sbalordimento comincerebbe a capire, o a sospettarne le regole. Saprebbe distinguere le motociclette dalle vetture per il trasporto delle persone e delle merci.

Così accadde a me quando compresi che quella non era una nuova specie zoologica, ma un meccanismo. Zapparoni, quell'uomo diabolico, aveva ancora una volta invaso il campo della natura, o piuttosto ne aveva corretto le imperfezioni, abbreviando e accelerando il viaggio dell'ape al lavoro.

Mossi attentamente il binocolo per seguire le sue creature che guizzavano nello spazio come diamanti lanciati da robuste fionde. Ne udivo il sibilo, che si interrompeva bruscamente quando frenavano di colpo davanti ai fiori. E dietro di me, presso le arnie ora in piena luce, si moltiplicava in un sibilo chiaro e ininterrotto. Doveva essere costato sottili studi evitare gli urti nei punti dove gli sciami si ammassavano negli intervalli di volo.

Il procedimento, devo riconoscerlo, mi colmava di quel piacere suscitato in noi dalle soluzioni tecniche, che è anche un riconoscimento tra iniziati: qui trionfava lo spirito del nostro spirito. Mi accorsi di diverse specie di automi che pascolavano nei campi e nei cespugli. Animali forniti di particolare vigore portavano un intero gruppo di pungiglioni che tuffavano negli umbrelli e nei grappoli di fiori. Altri erano armati di braccia prensili, che posavano come delicate pinze intorno ai fasci di fiori per spremerne il nettare. Altri apparecchi mi rimanevano incomprensibili. Comunque Zapparoni aveva in quell'angolo un campo di esperimento per brillanti trovate.

Il tempo passò a volo mentre mi dilettavo di quello spettacolo. Gradualmente penetrai nella costruzione, nel sistema dell'invenzione. Gli alveari erano disposti in lunga fila davanti al muro. In parte erano di forma tradizionale, in parte trasparenti, fatti, sembrava, della medesima sostanza delle api. I vecchi alveari erano abitati da api naturali. Probabilmente questi sciami erano lì soltanto per dimostrare la grandezza del trionfo sulla natura. Zapparoni aveva certamente fatto calcolare quanto nettare uno sciame può produrre al giorno, all'ora, al secondo. Ora lo collocava sul campo sperimentale accanto agli automi.

Ebbi l'impressione che egli avesse posto in imbarazzo gli animaletti dalla economia antidiluviana, infatti ne vidi spesso qualcuno volarsene via da un fiore che prima era stato toccato da un concorrente di vetro. Se invece il calice era stato visitato prima da un'ape vera, vi rimaneva sempre un piccolo dessert.

Da questo conclusi, senza alcuna difficoltà, che le creature di Zapparoni procedevano in modo più economico, cioè succhiavano in modo più esauriente. O forse, la forza vitale dei fiori si esauriva dopo che erano stati toccati da un pungiglione di vetro?

Comunque sia, l'evidenza insegnava che questa era un'altra delle fantastiche invenzioni di Zapparoni. Osservai poi il movimento davanti alle costruzioni di vetro che rivelava un metodo complesso. Credo che sia stato necessario l'intero corso dei secoli sino ai tempi nostri per indovinare il segreto delle api. Dell'invenzione di Zapparoni acquistai, dopo averla contemplata dalla mia poltrona soltanto forse un'ora, una concezione già precisa.

Gli alveari di vetro si distinguevano a prima vista dagli antichi per il grande numero di aperture. Non somigliavano tanto ad apiari quanto a centrali automatiche di telefoni. Non avevano poi autentiche aperture, infatti le api non vi entravano. Non vedevo dove si riposavano o venivano fermate o dove avevano la rimessa, infatti non saranno sempre state al lavoro. In ogni caso nell'arnia non avevano nulla da cercare.

Le aperture avevano piuttosto qui la funzione che hanno nei distributori automatici o quella dei fori di contatto in una presa elettrica. Le api vi si avvicinavano, attirate magneticamente, vi introducevano il pungiglione vuotandovi il nettare di cui avevano piena la piccola pancia. Poi ne venivano allontanate con forza quasi come proiettili. Era un prodigio che in questi viavai, nonostante la grande velocità del volo, non avvenissero urti. Sebbene la manovra fosse compiuta con un grande numero di unità, avveniva con perfetta precisione; doveva esservi un principio centrale che la dirigeva.

Evidentemente il procedimento naturale era stato semplificato. Così ad esempio era risparmiato tutto quanto riguardava la produzione della cera. Non c'erano né grandi né piccole celle e nulla che stabilisse la differenza tra i sessi, ogni cosa raggiava di uno splendore perfetto ma completamente privo di erotismo. Non c'erano né uova né larve, né fuchi né regine. Se ci si voleva attenere a una stretta analogia, Zapparoni aveva approvato e sviluppato soltanto un alveare di operaie neutre. Anche su questo punto aveva semplificato la natura, la quale già con l'uccisione dei pecchioni aveva osato una iniziativa economica. Sin dall'inizio egli aveva escluso maschi e femmine, madri e nutrici.

Se mi rammento bene, il nettare che le api succhiano dai fiori subisce diverse trasformazioni nel loro stomaco. Zapparoni aveva tolto anche questa fatica alle sue creature sostituendola con una chimica centrale. Vedevo come il nettare incolore iniettato attraverso i fori veniva raccolto in un sistema di tubi di vetro, nei quali gradualmente cambiava colore. Intorbidato sulle prime da una sfumatura di giallo, diveniva color paglia e arrivava al fondo con una stupenda tinta di miele.

La metà inferiore dell'apparecchio serviva da serbatoio o luogo di raccolta, che si riempiva a vista d'occhio della deliziosa sostanza. Potevo seguire l'aumento sulla misura incisa nel vetro. Se col binocolo osservavo i cespugli intorno e il fondo del prato, e poi riportavo lo sguardo sugli apparecchi, vedevo che il deposito del miele era salito di diverse linee.

Presumibilmente l'aumento e in genere il lavoro non venivano osservati soltanto da me. Distinsi un'altra specie di automi che oziavano davanti agli apparecchi o anche aspettavano come fanno i sorveglianti o gli ingegneri in una officina o in un cantiere di costruzione. Si distinguevano facilmente dagli altri perché erano color fumo.

 

Capitolo XIII.

Tutto preso da quello spettacolo, avevo completamente dimenticato che aspettavo Zapparoni. Però egli era presente come capo invisibile. Sentivo la potenza sulla quale lo spettacolo era fondato. Nel regno della tecnica, la tecnica diventava magia e non avvinceva tanto per il suo valore economico, e nemmeno per il suo significato politico, quanto per la parte di divertimento che vi si scopriva. In questi casi ci si accorge che siamo presi in un gioco, anzi in una danza dello spirito, che nessun'arte del calcolo può afferrare. Possiamo ricorrere soltanto all'intuizione, a un appello del destino.

I lineamenti del gioco sono più palesi nelle piccole che nelle forme gigantesche del nostro mondo. Agli occhi grossolani ha valore soltanto l'immenso, soprattutto quando è accompagnato dal moto. Eppure una zanzara ha tanti organi quanto il leviatano.

Era questo che mi avvinceva tanto al campo sperimentale di Zapparoni, così come dimenticai il luogo e il tempo come un bambino a scuola. Non pensai nemmeno che forse vi poteva essere pericolo: infatti spesso gli automi mi sibilavano accanto come proiettili. Si irradiavano fuori dagli alveari a fasci, per gettarsi sulla variopinta flora come un tessuto lampeggiante, e poi tornavano in rapido volo, frenavano, attendevano in fitto sciame che una raccoglitrice dopo l'altra venisse chiamata da impercettibili richiami, da invisibili segnali in rapido ritmo perché consegnasse il suo raccolto. Era uno spettacolo che affascinava e ipnotizzava insieme, e cullava la mente. Non sapevo che cosa mi stupisse di più, se la ingegnosa invenzione dei singoli corpi o il loro gioco combinato. Forse più di tutto mi deliziava la forza danzante dello spettacolo, potenza concentrata in ordine superiore.

Non vorrei trascurare una circostanza caratteristica di simili scoperte. Dopo avere osservato per un'ora intera con grande tensione tutte quelle evoluzioni, credetti di comprendere, non il segreto tecnico, ma il sistema dell'invenzione. Subito dopo, ne iniziai anche le critiche e meditai sui miglioramenti. Questa inquietudine, questa scontentezza è strana, sebbene conti fra le nostre caratteristiche. Supponiamo che in Australia ci capitasse di incontrare un genere di animali mai veduto, certo ci colpirebbe lo stupore, però non ci metteremmo subito a riflettere sul modo di perfezionarli. Questo indica la differenza dell'autorità creativa.

La critica è uno dei tratti fondamentali del nostro mondo; è in armonia col movimento. Entrambi sono indipendenti l'una dall'altro. Se la critica diminuisse, aumenterebbe la quiete dello spirito, e l'intelligenza diminuirebbe a beneficio dello sviluppo materiale. Intanto il processo non si lascia dirigere né in un senso né nell'altro: questo significa che sono in gioco potenze superiori.

Oggi ogni ragazzo al quale si regali una motocicletta fa della critica tecnica. Per l'invenzione di Zapparoni, dopo il primo stupore si presentava la questione del costo. Le creature di vetro davano l'impressione di automi di lusso: ciascuna doveva costare quanto una buona automobile, magari addirittura quanto un aeroplano. Certo dopo che fossero state perfezionate, Zapparoni le avrebbe prodotte in serie, come accadeva per tutte le sue invenzioni. Evidentemente con quello sciame, anzi forse con una sola ape di vetro, poteva in una giornata di primavera guadagnare più che con uno sciame naturale in un anno intero. Probabilmente potevano lavorare anche con la pioggia e di notte. Ma come gareggiare con la regina delle api, la Grande Madre, che ne partorisce a migliaia?

E inoltre le api non sono soltanto operaie in una fabbrica di miele. Senza pensare alla loro completa autonomia, il loro lavoro oltre all'utile manifesto ha una parte nei piani cosmici: comprende la loro funzione di messaggeri d'amore, che trasportano il polline, fecondano i fiori. Le vitree collettive di Zapparoni mi avevano dato l'impressione di succhiare i fiori senza riguardo e di usare loro violenza. Dove avessero scacciato i vecchi sciami, la conseguenza doveva per forza essere prima un cattivo raccolto, poi una misera fioritura e infine il deserto. Dopo alcune grandi incursioni non ci sarebbero più stati né fiori né miele, e anche le api si sarebbero spente, come si spengono balene e cavalli. E allora sarebbe stata ammazzata la gallina che aveva fatto le uova d'oro, abbattuto l'albero che dava le mele.

Bene, il miele era un cibo squisito, ma se si voleva accrescerne la produzione, non era faccenda che riguardava l'industria degli automi. Era piuttosto compito della chimica. Pensai ai laboratori, che avevo veduto nella Provenza, magari a Grasse, dove si estrae la sostanza profumata da milioni di fiori. Là c'erano foreste di aranci amari, campi pieni di violette e tuberose e azzurre piante di spigo che pendevano nella macchia. Con simili sistemi si poteva ottenere probabilmente anche il miele. Si potevano sfruttare i prati come i giacimenti di carbone, dai quali si trae non soltanto una sostanza combustibile, ma anche innumerevoli prodotti chimici, essenze, colori, medicine d'ogni specie, anche fibre tessili, conduttori elettrici ed elettronici. Mi sorprende che non vi avessero già pensato.

Naturalmente Zapparoni aveva meditato la questione delle spese già da molto tempo, altrimenti sarebbe stato il primo miliardario che non sapesse calcolare con la massima precisione. Già molti hanno imparato a proprio danno, quanto conosca bene il valore dei centesimi la gente ricchissima. Non sarebbero mai diventati così ricchi se fosse mancato loro quel dono.

C'era dunque da supporre che lo stabilimento avesse un significato, al di fuori della solita economia. Poteva essere il giocattolo di un nababbo, col quale si dilettava quando tornava dal campo da golf o dalla pesca. In un'èra della tecnica ci sono molti giocattoli tecnici. Addirittura dei milionari si sono già rovinati con simili giocattoli. Nel gioco non si stringono i cordoni della borsa.

Però la supposizione era troppo inverosimile, infatti se Zapparoni voleva sprecare tempo e danaro per i suoi menus plaisirs, il cinema gli offriva abbondanti occasioni. La Zapparoni Film era la sua grande passione personale. Là egli osava esperimenti che avrebbero portato ogni altro uomo all'asilo dei poveri. Così l'idea di far recitare degli automi, era naturalmente vecchia e nella storia del cinema era stata sperimentata molte volte. Però che fossero automi quelli così presentati, non era mai stato nascosto, quindi i tentativi si erano limitati al fiabesco o al grottesco, ad effetti consueti nel teatro delle marionette o della vecchia lanterna magica. Zapparoni invece voleva realizzare l'automa nel senso antico, l'automa di Alberto Magno o del Regiomontano. Voleva uomini artificiali in grandezza naturale, figure simili agli esseri umani. Tutti si erano divertiti a quell'idea, se n'erano sdegnati e l'avevano dichiarata la trovata di cattivo gusto di un uomo immensamente ricco.

Eppure tutti avevano sbagliato, infatti già la prima di quelle opere aveva fatto furore. Era una commedia di lusso per marionette senza marionettista e senza fili, la «prima» non soltanto di un nuovo lavoro ma di un nuovo genere d'arte. Certo le figure erano ancora un po' diverse dagli esseri umani, ma a loro vantaggio. Le facce erano più luminose, più immacolate, gli occhi avevano il taglio più grande, erano più simili a pietre preziose, i movimenti più lenti, più nobili e nel turbamento più rapidi, più violenti. E anche il brutto, l'anormale era interpretato in modo nuovo, piacevole o terrificante, ma sempre affascinante. Un Caliban, uno Shylock, un Quasimodo come Zapparoni lo presentava, non poteva esser stato generato in nessun letto, partorito da nessuna donna, per quanto strane fossero le strade in cui si fosse smarrita. E tra questi potevano esservi puri esseri magici, Golia, il nano Naso, l'archivista Lindhorst, l'Angelo dell'Annunciazione, trasparente, così che attraverso il suo corpo e le sue ali si vedevano gli oggetti.

Si poteva dunque dire che queste figure non imitavano semplicemente l'essere umano, ma lo conducevano oltre le sue possibilità, fuori delle sue dimensioni. Le voci giungevano a un'altezza che svergognava ogni usignolo, a una profondità che svergognava qualsiasi basso; movimenti ed espressioni rivelavano che la natura era stata studiata e superata.

L'impressione fu straordinaria. Si ammirava oramai con infatuazione ciò che alla vigilia si era deriso. Non voglio ripetere quel che affermavano i panegiristi. Vedevano nel nuovo teatro delle marionette una nuova opera d'arte che presentava tipi ideali. Certo bisognava tener conto dell'ingenuità dello spirito di allora, che afferrava le più audaci invenzioni come la bambina la sua bambola. I giornali compiangevano il destino di un giovane che si era gettato nel Tamigi. Aveva preso un'eroina di Zapparoni per una donna di carne e ossa e non aveva saputo sopravvivere al dolore. La direzione espresse il suo rammarico e lasciò trasparire che non sarebbe stato inconcepibile che la giovane robot avesse ascoltato il giovane. Egli aveva agito con troppa fretta, non aveva afferrato tutte le possibilità della tecnica. In ogni caso il successo fu tremendo e certamente coprì le spese. Zapparoni aveva la mano d'oro.

No, chi sapeva giocare con uomini artificiali, aveva un passatempo sufficiente. Non aveva bisogno di divertirsi con api di vetro. Quello in cui mi trovavo non era un cortile di ricreazione. Infatti vi sono altre regioni dove il danaro perde la sua importanza. Dovetti pensare alla conversazione col brasiliano che mi aveva detto una volta: «Non è ancora deciso chi sulla terra avrà il sopravvento, se l'uomo o la formica».

Certo, che quelle api di vetro raccogliessero miele, era un gioco. Era un compito assurdo per opere d'arte. Intanto con esseri capaci di questo, si poteva tentare quasi ogni cosa. Per quegli automi era più facile riportare granelli d'oro e diamanti che il nettare attinto dai fiori. Però anche per i migliori affari sarebbero costati troppo. Le assurdità economiche si compiono soltanto dove è in gioco la potenza.

E veramente il padrone di quegli sciami era un uomo potente. Era forse più potente di un altro che comandasse a un uguale numero di aeroplani. Davide era più forte, più intelligente di Golia.

 

© Paolo Melandri (7. 4. 2019)


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