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Una notte magica: Presentazione il 22 settembre 2019
alle ore 17 presso il Villaggio Cultura – Pentatonic
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Afrodite 8

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 25/04/2019 13:46:55

Bocconi con i gomiti in avanti, le gambe aperte e la guancia sulla mano, ella trapungeva con piccoli fori simmetrici un guanciale di lino verde, con una lunga spilla d'oro.

Da che si era svegliata, due ore dopo il mezzogiorno e tutta stanca per aver troppo dormito, era rimasta sola sul letto in disordine, coperta soltanto da una parte da una vasta ondata di capelli.

Questa capigliatura era rifluente e profonda, soave come una pelliccia, più lunga di un'ala, morbida, folta, animata, piena di calore; copriva metà del dorso, dilagava sotto il ventre nudo, brillava ancora vicino al ginocchio in anelli spessi e rotondi. La giovane donna era avvolta in questo velo prezioso, i cui riflessi erano quasi metallici e l'avevano fatta chiamare Criside dalle cortigiane di Alessandria. Non erano i capelli lisci delle Siriache della corte, né i capelli tinti delle Asiatiche, né i capelli bruni e neri delle figlie d'Egitto. Erano quelli delle figlie di Efeso e di Cesarea, delle Galilee, al di là delle sabbie.

Criside: questo nome le piaceva. I giovani che venivano a vederla la chiamavano aurea come Afrodite, nei versi che scrivevano sulla sua porta, con ghirlande di rose, il mattino. Ella non credeva ad Afrodite, ma le piaceva che la si comparasse alla dea; e qualche volta andava al tempio per portarle, come ad un'amica, scatole di profumi e veli azzurri.

Era nata sulle sponde del lago di Genezareth, in un paese di ombra e di sole, invaso dagli oleandri. Sua madre, alla sera, andava sulla strada di Gerusalemme ad attendere i mercanti, e si dava loro fra le erbe, in mezzo al silenzio campestre. Era una donna molto amata nella Galilea; i preti non abbandonavano la sua porta perché ella era caritatevole e pietosa; gli agnelli e le pecorelle del sacrificio erano sempre pagati da lei; la benedizione dell'Eterno si stendeva sulla sua casa. Orbene, quando divenne incinta, poiché la sua gravidanza era uno scandalo (giacché non aveva marito), un uomo, celebre per avere il dono della profezia, disse che ella avrebbe messo alla luce una figlia che avrebbe portato attorno al suo collo “la ricchezza e la fede di un popolo”. Non comprese bene come ciò sarebbe avvenuto ma chiamò la bambina Sarah, cioè principessa in ebraico; ciò fece tacere le maldicenze.

Criside aveva sempre ignorato ciò perché l'indovino aveva detto a sua madre quanto fosse pericoloso rivelare alle persone le profezie di cui si è l'oggetto. Ella nulla sapeva del suo avvenire, per questo vi pensava di frequente.

Della sua infanzia ricordava poco e non le piaceva parlarne. Il solo sentimento preciso che gliene fosse restato, era lo spavento e la noia che le causavano ogni giorno la sorveglianza ansiosa di sua madre che, venuta l'ora di uscire in strada, la chiudeva sola nella camera per ore interminabili. Ricordava anche la finestra rotonda per dove scorgeva le acque del lago, i campi azzurrognoli, il cielo trasparente, l'aria leggera del paese di Gâlil. La casa era circondata di lini rosei e di tamarindi. Capperi spinosi innalzavano a caso le loro teste verdi sulla nebbia fine delle gramigne.

Le giovinette si bagnavano in un ruscello limpido dove si trovavano conchiglie rosse sotto i ciuffi di oleandri in fiore: c'erano fiori sull'acqua e fiori in tutta la pianura e grandi gigli sulle montagne.

Aveva dodici anni quando scappò per seguire una compagnia di giovani cavalieri che andavano a Tiro come venditori di avorio e che lei fermò davanti a una cisterna: stavano adornando cavalli dalla lunga coda con pennacchi variopinti. Si ricordava bene come essi l'avevano sollevata, pallida di gioia, sulle loro selle, e come si fermarono una seconda volta, durante la notte, una notte così chiara che non si vedeva neppure una stella.

E neppure aveva dimenticato l'entrata a Tiro: in testa, sopra i cesti di un cavallo da soma si teneva col pugno alla criniera, lasciando orgogliosamente spenzolare i suoi polpacci nudi, per mostrare alle donne della città che lungo le gambe ella aveva del sangue. La stessa sera partì per l'Egitto: seguì i venditori d'avorio fino ad Alessandria.

E là, in una piccola casa bianca con terrazzo e colonnine, essi la lasciarono due mesi dopo, con il suo specchio di bronzo, con tappeti, cuscini nuovi, e una bella schiava indiana che sapeva pettinare le cortigiane.

Altri erano venuti alla sera della loro partenza e altri il domani.

Poiché ella abitava il quartiere dell'estremo levante che i giovani greci di Bruchion sdegnavano frequentare, per lungo tempo, come sua madre, non conobbe che viaggiatori e mercanti. Non rivedeva più i suoi amanti passeggeri, sapeva trarre da loro il piacere, ma lasciarli presto prima di amarli. Si erano visti padroni di carovane vendere a vil prezzo le loro mercanzie per rimanere dove era lei, e rovinarsi in qualche notte. Con la fortuna di questi uomini si era comprata gioielli, guanciali, profumi rari, vestiti a fiori, e quattro schiave.

Era arrivata a comprendere molte lingue straniere, e conosceva i racconti di molti paesi.

Gli Assiri le avevano detto gli amori di Douzi e di Ischtar; i Fenici quelli di Aschthoreth e di Adôni; le ragazze greche delle isole le avevano raccontato la leggenda di Iftide insegnandole strane carezze che a tutta prima l'avevano sorpresa, ma in seguito deliziata a tal segno che ella non poteva starne senza un solo giorno. Sapeva anche gli amori di Atalanta e come, sul loro esempio, suonatrici di flauto ancora vergini sfiniscano i più robusti uomini.

Infine la sua schiava indiana pazientemente, in sette anni, le aveva insegnato fino agli ultimi particolari l'arte complessa e voluttuosa delle cortigiane di Palibotra.

Poiché l'amore è un'arte, come la musica, dà emozioni dello stesso ordine, altrettanto delicate, altrettanto vibranti, qualche volta persino più intense, Criside, che ne conosceva i ritmi e tutte le sottigliezze, si stimava, con ragione, artista più grande di Plango stessa, che pure era musicista del tempio.

Sette anni ella visse così, senza sognare una vita più felice, né più intensa della sua. Ma poco prima del suo ventesimo anno, quando da fanciulla divenne donna, e vide sotto i seni la prima piega deliziosa della maturità che sta per nascere, le vennero d'improvviso delle ambizioni.

E una mattina, poiché si risvegliò due ore dopo il mezzogiorno, tutta stanca per aver troppo dormito, si voltò bocconi attraverso il letto, divaricò le gambe, mise la guancia sulla mano e con una lunga spilla d'oro trafisse con piccoli fori simmetrici il suo guanciale di lino verde.

E rifletteva profondamente.

Furono a tutta prima quattro piccoli punti che formavano un quadrato e un punto nel mezzo, poi quattro altri punti per fare un quadrato più grande, poi tentò di fare un cerchio… ma era un po' difficile. Allora ella gettò le punture a caso e cominciò a gridare:

Djala! Djala!

Djala era la sua schiava indiana che si chiamava Djalantachtchandratchapalâ, ciò che significa: “Mobile come l'immagine della luna sopra l'acqua”. Criside era troppo pigra per dire il nome tutto intero.

La schiava entrò e rimase vicino alla porta, senza chiuderla del tutto.

Djala, chi è venuto ieri?

Non lo sai?

No, non l'ho guardato. Era bello? Credo di aver dormito tutto il tempo, ero stanca, non mi ricordo più nulla. A che ora è partito? Questa mattina per tempo?

Al levar del sole, ha detto…

Che cosa ha lasciato? Molto? No, non dirmelo, mi è indifferente. Che cosa ha detto? Nessuno è venuto da me da che se ne è andato? Ritornerà? Dammi i braccialetti.

La schiava portò un cofano, ma Criside non lo guardò punto e innalzando il braccio quanto più poté:

Ah! Djala! – disse – ah! Djala! vorrei avventure straordinarie.

Tutto è straordinario – disse Djala – oppure nulla. I giorni si rassomigliano.

Ma no, in altri tempi non era così. In tutti i paesi del mondo, gli dèi sono discesi sulla terra e hanno amato le donne mortali. Ah! su quali letti bisogna dunque attenderli, in quali foreste bisogna mai cercarli, coloro che sono un po' più degli uomini? Quali preghiere bisogna dire perché vengano coloro che mi insegneranno qualche cosa o che mi faranno dimenticare tutto? E se gli dèi non vogliono più discendere, se sono morti o se sono troppo vecchi, Djala, morirò io così, senza aver veduto un uomo che metta nella mia vita tragici eventi?

Ella si rivoltò sul dorso e torse le dita le une sulle altre.

Se qualcuno mi adorasse mi pare che avrei tanta gioia a farlo soffrire fino a che morisse. Coloro che vengono da me non sono degni di piangere. E poi, è anche mia colpa: sono io che li chiamo, come mi potrebbero amare?

Che braccialetto oggi?

Li metterò tutti. Ma lasciami, non ho bisogno di nessuno. Va' sugli scalini della porta e se viene qualcuno digli che sono col mio amante, uno schiavo nero, che io pago… Va'.

Non esci?

Sì, uscirò sola, mi vestirò da sola, non rincaserò. Vattene, vattene.

Lasciò cadere una gamba sul tappeto e si stirò fino ad alzarsi. Djala era uscita dolcemente.

Ella camminò lentissimamente per la camera, con le mani incrociate attorno alla nuca, intenta alla voluttà di applicare sulle lastre i piedi nudi dove il sudore ghiacciava. Poi entrò nel bagno. Guardarsi attraverso l'acqua era per lei una delizia: si vedeva come una grande conchiglia di madreperla aperta sopra una roccia; la sua pelle diventava omogenea e perfetta, le linee delle sue gambe si allungavano in una luce azzurra, tutta la sua figura era più elastica non riconosceva più le sue mani. L'elasticità del suo corpo era tale che ella si sollevava su due dita, si lasciava galleggiare un po' e ricadeva mollemente sul marmo, sotto un risucchio leggero che le urtava il mento. L'acqua le entrava nelle orecchie col solletico di un bacio.

L'ora del bagno era quella in cui Criside cominciava ad adorarsi: tutte le parti del suo corpo diventavano una dopo l'altra oggetto di un'ammirazione tenera e motivo di una carezza. Con i capelli ed i seni, faceva mille giochi deliziosi. Qualche volta anzi, accordava ai suoi perpetui desideri una compiacenza più efficace, e nessun luogo di riposo si offriva così bene alla minuziosa lentezza di questo delicato sollievo.

Il tempio di Afrodite-Astarte si innalzava fuori dalle porte della città, in un parco immenso pieno di fiori e di ombre, dove l'acqua del Nilo, trasportata da sette acquedotti, manteneva in qualsiasi stagione prodigiose verzure.

Questa foresta, fiorita sulle rive del mare, questi ruscelli, questi laghi, questi prati cupi, erano stati creati in mezzo al deserto, due secoli prima, dal primo dei Tolomei. Da allora, i sicomori piantati per ordine suo erano diventati giganteschi: beneficati dalle acque feconde le aiuole erano diventate praterie, i bacini s'erano allargati in laghi, la natura, di un parco, aveva fatto una contrada.

I giardini erano più che una valle, più che un paese, più che una patria: erano un mondo compiuto, chiuso da limiti di pietra, retto da una dea, che era anima e centro di questo universo. Tutto intorno si elevava una terrazza in forma anulare, lunga ottanta stadi e altra trentadue piedi. Non era un muro, era una colossale cinta, fatta di millequattrocento case. Un ugual numero di prostitute abitava questa città santa e riassumeva in questo unico luogo settanta popoli diversi.

Il piano delle case sacre era uniforme: la porta di rame rosso (metallo sacro alla dea) portava un fallo in guisa di martello, che picchiava su un controbattente fatto a immagine del sesso femminile; e al di sopra era inciso il nome della cortigiana con le iniziali della formula liturgica usuale.

Da ogni lato della porta si aprivano due camere in forma di bottega, cioè senza muro dalla parte del giardino. Quella di destra, detta “camera esposta” era il luogo dove la cortigiana abbigliata sedeva sopra un'alta cattedra, nell'ora in cui arrivavano gli uomini. Quella di sinistra era a disposizione degli amanti che desideravano passar la notte all'aria aperta, senza però coricarsi sull'erba.

Oltrepassata la porta un corridoio dava accesso ad una vasta corte lastricata di marmo, occupata nel centro da una vasca di forma ovale. Un peristilio circondava d'ombra questa grande zona di luce e proteggeva, con un'oasi di freschezza, l'entrata delle sette camere della casa. Nel fondo si innalzava l'altare che era di granito rosa.

Tutte le donne avevano apportato dal loro paese un idolo della dea e lo tenevano sull'altare domestico, adorandolo nella loro lingua, senza mai comprendersi tra di loro.

Lachmi, Aschtoreth, Venere, Ischtar, Freia, Militta, Cipride, tali erano i nomi religiosi della loro Voluttà divinizzata. Qualcuna la venerava sotto una forma simbolica, un ciottolo rosso, una pietra conica, una grande conchiglia spinosa. La maggior parte elevava, sopra uno zoccolo di legno tenero, una statuetta grossolana dalle braccia magre, dai seni pesanti, dai fianchi eccessivi e che accennava con la mano il suo ventre increspato a forma di delta. Deponevano ai suoi piedi un ramo di mirto, seminavano l'altare di foglie di rose e bruciavano un piccolo grano d'incenso per ogni voto esaudito.

L'idolo era il confidente delle loro pene, il testimone dei loro lavori, causa immaginaria di ogni loro piacere. E quando morivano, le seguiva nella fragile bara, come un guardiano nella loro sepoltura.

Le più belle fra queste ragazze venivano dall'Asia. Tutti gli anni, le più belle navi che portavano ad Alessandria i doni dei tributari o degli alleati sbarcavano con le balle e gli otri cento vergini scelte dai preti per il servizio del giardino sacro: erano Misane e Ebree, Frigie e Cretesi, figlie di Ecbàtana e di Babilonia e delle rive del golfo delle Perle, e delle sponde sacre del Gange. Le une erano bianche di pelle, con visi da medaglie e seni inflessibili, le altre, brune come la terra sotto la pioggia, portavano anelli attraverso le narici e scuotevano sulle spalle capigliature corte e fosche.

Ne venivano da più lontano ancora: piccoli esseri fragili e lenti di cui nessuno sapeva la lingua e che rassomigliavano a giovani scimmie divine. I loro occhi si allungavano verso le tempie, i loro capelli neri e diritti erano bizzarramente pettinati. Queste ragazze restavano timide per tutta la vita, come animali sperduti. Conoscevano i movimenti dell'amore, ma rifiutavano il bacio sulla bocca. Le si scorgevano, tra due unioni passeggere, sedute sui loro piccoli piedi a divertirsi puerilmente.

In un prato solitario, le figlie bionde e rosee dei popoli del Nord, vivevano in greggi, coricate sull'erba: erano Sarmate dalla triplice treccia, dalle gambe robuste, dalle spalle quadrate, che con fronde di albero si facevano corone e lottavano a corpo a corpo per divertirsi; Scite camuse, poppute, vellose, che non si accoppiavano se non nella posa delle bestie; Teutoni gigantesche che terrificavano gli Egiziani con i loro capelli pallidi come quelli dei vecchi e le loro carni più molli che quelle dei bambini; Galle rosse come vacche e che ridevano senza motivo; giovani Celte dagli occhi color verde-marino e che non uscivano mai ignude.

Altrove le Iberiche dai bruni seni si riunivano durante il giorno: avevano capigliature pesanti che pettinavano con ricercatezza e ventri nervosi che non depilavano mai. La loro pelle soda e il loro dorso vigoroso piaceva agli Alessandrini.

Le prendevano per danzatrici e per amanti con la stessa frequenza.

Sotto l'ombra larga delle palme abitavano le figlie dell'Africa: le Nubiane velate di bianco, le Cartaginesi vestite di garze nere, le Nere avvolte in costumi multicolori.

Erano millequattrocento.

Quando una donna entrava là, non ne usciva più, se non al primo giorno della sua vecchiaia. Davano al tempio la metà del loro guadagno e il resto doveva bastar loro per i pasti e i profumi. Non erano schiave, ed ognuna di loro possedeva veramente una delle case della Terrazza, ma non erano tutte ugualmente amate e le più fortunate, sovente, compravano delle case vicine, che le rispettive abitanti vendevano per non dimagrire di fame. Costoro trasportavano allora la loro statuina oscena nel parco e cercavano un altare costruito con una pietra levigata, in un angolo che non abbandonavano più. I mercanti poveri lo sapevano e di preferenza si rivolgevano alle fanciulle che dormivano così sul muschio, all'aria libera, vicino al loro santuario; ma qualche volta non si presentavano neppure questi, e allora le povere ragazze riunivano a due a due le loro miserie in appassionate amicizie, che diventavano amori quasi coniugali, famiglie ove ogni cosa veniva divisa, persino il lembo di lana, e nelle quali gli alternativi favori consolavano le lunghe castità.

Coloro che non contavano amiche si offrivano come schiave volontarie alle loro compagne più ricercate. Era proibito a costoro di avere più di dodici di queste disgraziate al loro servizio; ben venticinque cortigiane avevano raggiunto questo massimo e fra tutte le razze avevano scelto una servitù variopinta.

Se per caso concepivano un figlio, era allevato nella cinta del tempio per la contemplazione della forma perfetta, e al servizio della sua divinità: se partorivano una figlia, la bambina nasceva per la dea.

Il giorno stesso della sua nascita si celebravano le nozze con il figlio di Dioniso, e lo Ierofante la deflorava lui stesso con un coltellino d'oro, poiché la verginità spiace ad Afrodite.

Dopo ella entrava al Didascalion, grande e splendido monumento che serviva da scuola, situato dentro il tempio e dove le bambine in sette classi imparavano la teoria e il metodo di tutte le arti erotiche: lo sguardo, la stretta, i movimenti del corpo, le complicazioni della carezza, i segreti della morsicatura, del glottismo e del bacio. L'allieva liberamente sceglieva il giorno della sua prima esperienza, essendo il desiderio un ordine della dea, che non bisognava contrariare; le si dava in quel giorno una delle case della Terrazza; e alcune di queste fanciulle, che qualche volta non erano neppure puberi, erano tra le più infaticabili e spesso tra le più richieste.

La parte interna del Didascalion, le sette classi, il piccolo teatro e il peristilio della corte erano ornati da novantadue affreschi, che riepilogavano gli insegnamenti dell'amore. Era l'opera di tutta quanta una vita umana: Cleocarete d'Alessandria, figlio naturale e discepolo di Apelle, li aveva finiti poco prima di morire.

Recentemente, la regina Berenice, che prendeva vivo interesse alla celebre scuola, e che vi mandava le sue giovani sorelle, aveva ordinato a Demetrio una serie di gruppi marmorei per completare la decorazione; ma uno solo fino allora era stato collocato nella classe infantile.

Alla fine di ogni anno, in presenza di tutte le cortigiane riunite, aveva luogo un gran concorso, che faceva nascere in questa folla femminile una eccitazione straordinaria, poiché i dodici premi assegnati conferivano il diritto alla suprema gloria che potessero sognare: l'entrata al Coditteion.

Questo ultimo monumento era circondato da tanto mistero, che non se ne può dare una descrizione particolareggiata. Sappiamo soltanto che era compreso nel peribolo, che aveva forma triangolare la cui base era un tempio alla dea Coditto, in nome della quale si compivano spaventose orge sconosciute. I due altri lati del monumento si componevano di diciotto case; vi abitavano trentasei cortigiane, così ricercate dai ricchi amatori, che non si concedevano per meno di due mine; erano le Bapti di Alessandria. Una volta al mese, durante il plenilunio, si riunivano nella cinta chiusa del tempio, rese folli da bevande afrodisiache e cinte di falli rituali. La più vecchia delle trentasei doveva prendere una dose mortale del terribile filtro erotogeno. La certezza di una subita morte le faceva tentare senza timore tutte le voluttà pericolose che spaventavano i vivi.

Il suo corpo, spumante in ogni parte, diventava il modello e il centro della vorticosa orgia; fra le lunghe urla, grida, lacrime e danze le altre donne nude la stingevano, bagnavano i loro capelli al suo sudore, si fregavano alla sua pelle ardente e attingevano nuovi ardori nello spasimo ininterrotto di questa furiosa agonia.

Vivevano così tre anni, alla fine del trentaseiesimo mese era questa l'ebbrezza della loro morte.

Altri santuari meno venerati erano innalzati alle donne, in onore degli altri nomi della multiforme Afrodite. C'era persino un altare consacrato a Urania che riceveva i casti voti delle cortigiane sentimentali; un altro ad Apostrofia che faceva dimenticare gli infelici amori; un altro a Crisea che attirava gli amanti ricchi, un altro a Coliade che approvava le più basse passioni, poiché tutto ciò che aveva attinenza con l'amore, per la dea era pietà. Ma gli altari particolari non avevano efficacia e virtù che per i piccoli desideri. Erano serviti di giorno in giorno, i loro favori erano quotidiani e familiare il loro commercio. Le supplici esaudite deponevano al di sopra di essi semplici fiori; coloro che non erano contente li lordavano con i loro escrementi. Non erano né consacrati né mantenuti dagli altri preti e di conseguenza la loro profanazione non era peccaminosa.

La disciplina del tempio era ben differente. Il Tempio, il Gran Tempio e la Grande Dea, il luogo più sacro di tutto quanto l'Egitto, l'inviolabile Astarteion, era un colossale edificio lungo trecentotrentasei piedi, innalzato di diciassette scalini al di sopra dei giardini. Le sue porte d'oro erano vigilate da dodici ieroduli ermafroditi, simboli dei due oggetti dell'amore e delle dodici ore notturne.

L'entrata non era rivolta verso oriente, ma nella direzione del Faro, cioè verso nord-ovest; mai i raggi del sole penetravano direttamente nel santuario della grande Immortale notturna. Ottantasei colonne sostenevano l'architrave, fino a metà erano tinte di porpora, e tutta la parte superiore si librava da queste rosse vestimenta con una ineffabile bianchezza, come dei tronchi di femmina eretti.

Tra l'epistilio e la coronide, il lungo zooforo snodava in cerchio la sua bestiale ornamentazione, erotica e favolosa; vi si scorgevano centauresse coperte da stalloni, capre assoggettate da magri satiri; vergini macchiate da tori mostruosi, naiadi possedute da cervi, baccanti amate da tigri, leonesse afferrate da grifoni. La grande moltitudine degli esseri si svolgeva così, sollevata dall'irresistibile passione divina. Il maschio si tendeva, la femmina si apriva, e nella fusione delle sorgenti creatrici si risvegliava il primo fremito di vita. La folla delle coppie oscure si apriva a caso, qualche volta, attorno a una scena immortale: Europa inclinata sopportante il bell'animale olimpico; Leda che guidava il robusto cigno fra le sue giovani gambe incurvate. Più lungi l'insaziabile Sirena sfiniva Glauco spirante; il dio Pan in piedi possedeva un'amadriade scapigliata; la Sfinge levava la sua groppa al livello del cavallo Pegaso e all'estremità del gran fregio lo scultore si era effigiato lui stesso in cospetto della dea Afrodite, modellando vicino a lei nella molle creta una vulva perfetta, come se ogni suo ideale di bellezza e di gioia e di virtù si fosse raccolto da gran tempo in quel fiore fragile e prezioso.

Le cortigiane erano in mostra nelle loro “camere esposte” come i fiori in vetrina. I loro atteggiamenti e i loro costumi non erano meno differenti di quello che non fossero la loro età, i loro tipi, le loro razze. Le più belle, secondo la tradizione di Frine, non lasciavano scoperto che l'ovale della loro faccia, si tenevano coperte nei capelli fino ai talloni, nei loro grandi abiti di lana leggera. Altre avevano adottato la moda dei vestiti trasparenti, attraverso i quali misteriosamente si distinguevano le loro bellezze, come attraverso un'acqua limpida si vedono i muschi verdi in macchie nere sul fondo. Coloro che per unico fascino non avevano che la loro giovinezza, restavano nude fino alla cintola, e incurvavano il dorso in avanti per far apprezzare la solidità dei loro seni. Ma le più mature, che sapevano come i tratti del viso femminile invecchino prima della pelle del corpo, stavano sedute interamente nude, sostenendo le mammelle nelle mani e divaricando le loro gambe pesanti come se volessero dimostrare che erano ancora femmine.

Demetrio passò loro davanti lentamente senza stancarsi di ammirare.

Non gli era mai successo di vedere la nudità della donna senza un'intensa commozione; non comprendeva né il disgusto davanti alle giovinezze tramontate, né l'insensibilità davanti a bambine troppo giovani. Purché restasse silenziosa e non dimostrasse più ardore del minimum che esigeva la cortesia del letto, egli le perdonava di non esser bella. Meglio ancora, egli preferiva che ella avesse un corpo grossolano, perché con più il suo pensiero si soffermava su forme perfette, con più il suo desiderio se ne allontanava. Il turbamento che gli cagionava la bellezza vivente era di una sensualità esclusivamente cerebrale, che riduceva a nulla l'attività genetica. Si ricordava con angoscia di esser rimasto un'intera ora, impotente come un vecchio, vicino alla più meravigliosa donna che egli avesse mai tenuta nelle braccia. E da quella notte egli aveva imparato a scegliere amanti di una bellezza meno pura.

Amico – disse una voce – non mi riconosci più?

Si volse, fece segno di no e continuò la sua strada, poiché egli non spogliava mai due volte la stessa donna. Era l'unico principio che seguisse durante le sue visite ai giardini. Una donna che non si è ancora posseduta, ha qualche cosa di una vergine; ma qual buon risultato, quale sorpresa aspettarsi da un secondo incontro? È quasi un matrimonio.

Demetrio non si esponeva alle delusioni della seconda notte. La regina Berenice bastava alle rare sue velleità coniugali, e al di fuori di lei, egli aveva cura di rinnovare ogni sera la complice dell'indispensabile adulterio.

Clonarietta!

Gnatena!

Plango!

Mnaide!

Crobila!

Ioessa!

Gridavano i loro nomi al suo passare e qualcuna vi aggiungeva l'affermazione della propria natura ardente o l'offerta di una pratica anormale. Demetrio continuava la strada: si disponeva, secondo la sua abitudine, a prendere a caso nel gregge, quando una bambina vestita di azzurro inclinò la testa sulla spalla e gli disse dolcemente senza alzarsi:

Non c'è proprio verso?

Questa formula imprevista lo fece sorridere. Si fermò.

Aprimi la porta – disse. – Voglio te.

La piccola, con un movimento allegro, balzò in piedi e batté due colpi col martello fallico. Venne ad aprire una piccola schiava.

Gorgo – disse la piccina – ho qualcuno; presto, del vino di Creta, dei dolci e fa il letto.

Ella si volse verso Demetrio.

Hai bisogno del satiron?

No – disse il giovane ridendo. – Ne hai?

Bisogna pur che ne abbia – fece la bambina; – me lo domandano molto più spesso che tu non creda. Vieni da questa parte, sta attento agli scalini, ce n'è uno rotto. Entra in camera mia; ritorno subito.

La camera era molto semplice come quelle delle cortigiane novizie. Un grande letto, un secondo letto di riposo, qualche seggiola e qualche tappeto la ammobiliavano scarsamente, ma da una apertura si vedeva il mare, la duplice rada di Alessandria.

Demetrio rimase in piedi a guardare la città lontana.

Soli cadenti dietro ai porti! incomparabili glorie di città marinare, calma del cielo, porpora delle acque, su quale anima ardente di dolore o di gioia, non sapeste gettare il silenzio? Quali passi non si sono arrestati, quale voluttà non si è sospesa, quale voce non si è spenta a voi davanti?… Demetrio guardava: un'ondata di fiamma torrenziale sembrava uscire dal cielo a metà tuffato nel mare, e direttamente incurvarsi fino all'altra riva del bosco di Afrodite. Dall'uno all'altro dei due orizzonti, la sontuosa gamma della porpora invadeva il Mediterraneo. Tra questo splendore semovente e lo specchio torboso del lago Mareotide, la massa bianca della città era tutta rivestita di riflessi paonazzi. Le diverse orientazioni delle sue ventimila case basse si macchiettavano di mille zone di colore, in perpetua metamorfosi, a seconda delle fasi decrescenti dell'irraggiamento occidentale.

Tutto ciò fu rapido come l'incendio: poi il sole affondò quasi improvvisamente e il primo riflusso della notte fece ondeggiare su tutta la terra un brivido, una brezza vellutata uniforme e trasparente.

Ecco fichi, dolci, un favo di miele, del vino, una donna. Bisogna godere i fichi mentre c'è luce, la donna quando non ci si vede più!

La piccina rientrava ridendo: ella fece sedere il giovane, si mise a cavalcioni sulle sue ginocchia e con le sue mani dietro la testa, assicurò nei capelli castani una rosa che stava per cadere.

Demetrio ebbe, suo malgrado, una esclamazione di sorpresa. Lei era interamente nuda, e così spogliato dalla sua veste a sbuffi, il suo corpicino appariva così giovane, con un seno così infantile, con anche così strette, così visibilmente impubere, che Demetrio si sentì come invaso di pietà, come un cavaliere sul punto di far sopportare tutto il suo peso a una puledra così gracile.

Ma tu non sei una donna! – esclamò.

Non sono una donna? Per le due dee, che cosa sono dunque io? Un Trace, un facchino, un vecchio filosofo?

Che età hai?

Dieci anni e mezzo. Undici anni: si può dire undici anni. Sono nata nei giardini; ma mia madre è di Mileto; è Pizia, detta la Capra. Vuoi che te la mandi a chiamare, se mi trovi troppo piccina? Ha la pelle morbida, la mamma, è bella.

Sei stata al Didascalion?

Ci sono ancora, al sesto corso. Fra un anno avrò finito: prima no, purtroppo.

Ti ci annoi?

Se sapessi quanto sono esigenti le maestre! La stessa lezione la fanno ricominciare venticinque volte: cose inutili, che gli uomini non domandano mai. Ci fanno stancare per nulla: a me tutto ciò non piace. To', prendi un fico; no questo, non è maturo. Ti insegnerò una nuova maniera di mangiarli: guarda.

La conosco: è la più lunga e non è la migliore. Mi pare che tu sia una brava allieva.

Oh! ciò che so, l'ho imparato da sola. Le maestre vorrebbero far credere che sono più abili di noi: hanno più pratica, questo è vero, ma non hanno inventato nulla.

Hai molti amanti?

Tutti troppo vecchi: è inevitabile! I giovani sono così stupidi: non vanno che dalle donne di quarant'anni. Certe volte ne vedo passar di quelli che sono belli come amori, e se tu vedessi chi scelgono! C'è da impallidire. Spero di non vivere fino all'età di quelle donne: avrei troppa vergogna a spogliarmi. Se tu sapessi come sono contenta di essere ancora così giovane! I seni spuntano anche troppo presto: mi pare che il primo mese in cui vedrò colare il mio sangue mi crederò vicina alla morte. Lasciati dare un bacio: mi piaci.

La conversazione prese qui un andamento meno grave e più silenzioso: Demetrio si accorse ben presto che non era il caso di far lo scrupoloso con una donnina così esperta. Pareva che lei si rendesse conto di essere un pascolo un po' magro per un giovanotto e sconcertava il suo amante con una prodigiosa attività di contatti furtivi, che egli non poteva né prevedere, né permettere, né dirigere, e che mai gli lasciavano il riposo di una stretta amorosa. Il piccolo corpo agile e sodo si moltiplicava attorno a lui, si offriva e si ricusava, scivolava, girava, lottava. Finalmente si presero. Ma quella mezz'ora non fu che un lungo gioco.

Lei scese dal letto per prima, intinse il dito nella coppa di miele, se ne imbrattò le labbra; poi con mille sforzi per non ridere, si chinò su Demetrio fregando la bocca sulla sua. I suoi riccioli rotondi danzavano da ogni parte sulle sue guance.

Sorrise il giovane, alzandosi sui gomiti.

Come ti chiami? – disse.

Melitta. Non hai visto il mio nome sulla porta?

Non avevo guardato.

Potevi vederlo nella camera. Me l'han tutti scritto sui muri e fra poco sarò obbligata a farli ridipingere.

Demetrio sollevò il capo; le quattro pareti della camera erano coperte di iscrizioni.

Toh, è curiosa! – disse. – Si può leggere?

Certo, se vuoi. Non ho segreti.

Lesse: trovò parecchie volte ripetuto il nome di Melitta, accompagnato con nomi di uomini e barbari disegni. Frasi tenere, oscene e comiche si incrociavano bizzarramente. Erano amanti che vantavano il loro vigore o enumeravano i fascini della piccola cortigiana o burlavano le sue buone colleghe. Tutto ciò non aveva interesse, se non come testimonianza scritta della generale abiezione.

Ma verso la fine della parete destra Demetrio sussultò:

Che è questo? che è? Dimmi!

Ma chi? che cosa? dove?… – disse la bambina – che hai?

Qui. Questo nome, chi l'ha scritto?

Il suo dito si fermò su questa duplice linea: Melitta a Criside – Criside a Melitta.

Ah! – rispose lei. – Sono io. L'ho scritto io.

Ma chi è questa Criside?

È una mia grande amica.

Comprendo, ma non ti domando questo. Quale Criside? Ce ne sono molte.

Ma la mia è la più bella: Criside di Galilea.

La conosci? Tu la conosci? Ma parlamene dunque! Da dove viene? Dove abita? Chi è il suo amante? Dimmi tutto!

Si sedette sul letto da riposo e si prese la piccina sulle ginocchia.

Sei innamorato, allora! – disse lei.

Non ti riguarda. Raccontami ciò che sai; ho fretta di saper tutto.

Oh! ma io non so nulla affatto. È subito detto: è venuta due volte da me, e capirai bene che non le ho chiesto informazioni sulla sua famiglia. Ero troppo felice di averla e non ho perduto tempo in conversazioni.

Come è fatta?

È fatta come una bella ragazza, che vuoi che ti dica? Devo enumerarti tutte le parti del suo corpo, aggiungendo che è tutto bello? E poi, lei è una donna, una vera donna… quando penso a lei mi viene subito desiderio di qualcuno.

Si gettò al collo di Demetrio.

Tu non sai nulla – riprese lui – nulla sul suo conto?

So… so che viene dalla Galilea, che ha quasi vent'anni, che abita nel quartiere degli Ebrei, a oriente della città, vicino ai giardini: ecco tutto.

E della sua vita? dei suoi gusti? non puoi dirmi nulla? Se viene da te, vuol dire che le piacciono le donne, ma è soltanto lesbica?

No, certamente. La prima notte che passò qui portò un amante e ti giuro che non simulava nulla. Quando una donna è sincera lo vedo dai suoi occhi. Ciò non impedisce che una volta sia venuta affatto sola… E mi ha promesso una terza notte.

Non ha altre amiche, che tu sappia, nei giardini? Nessuna?

Sì, una donna del suo paese, Chimairide, una povera.

Dove abita? Bisogna che io la veda.

Dorme nel bosco da un anno, ha venduto la sua casa. Ma conosco il suo buco. Se lo desideri posso condurti. Vuoi mettermi i sandali?

Demetrio con mano rapida allacciò i sandali sulle gracili caviglie di Melitta i cordoni di cuoio intrecciato; le porse la corta veste che ella prese semplicemente sul braccio, e uscirono in fretta.

Camminarono a lungo. Il parco era immenso. Di tratto in tratto, di sotto un albero, una ragazza diceva il suo nome aprendo la veste, poi si ricoricava con il viso tra le mani. Melitta ne conosceva qualcuna, che senza fermarla la baciava. Passando davanti a un logoro altare, ella colse tre grandi fiori e li depose sulla pietra.

La notte non era ancora nera. La luce intensa dei giorni estivi ha qualche cosa di durevole che vagamente si attarda nei lenti crepuscoli. Le stelle deboli e umide, appena più chiare del fondo del cielo, occhieggiavano con palpito dolce e le ombre dei rami restavano indecise.

 

© Paolo Melandri (25. 4. 2019)


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