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ANTOLOGIA PROUSTIANA 2019: UNA NOTTE MAGICA | partecipa
Premio letterario "Il Giardino di Babuk - Proust en Italie"
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Non mi posso fermare

di Andrea Olivo
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Pubblicato il 05/05/2019 18:17:48

                                              NON MI POSSO FERMARE.

 

 

 

 

 

  

 

 

 Caricata l’ultima cassetta di frutta sul camion in partenza, Nico intascò i soldi. Erano le cinque del mattino ed era libero di tornarsene a casa. Cosa che chiunque altro avrebbe fatto al suo posto. 

Ma andare a casa non era nei programmi. Allora prese a girare con la sua Panda del ‘92 per le strade del paese. Paese che non aveva mai lasciato, se non per la leva militare a Bressanone. Disciplina per un anno, gli sarebbe servita, diceva suo padre. Impari a obbedire, a servire lo Stato e a sparare. Padre morto di cancro ai polmoni, che con disciplina marziale si faceva fuori tre pacchetti di bionde senza filtro al giorno.

Poi c’era stato quel tentativo di dare una svolta alla sua vita a Londra; città che lo aveva masticato e sputato fuori nel tempo di un’estate, come una moneta da un distributore automatico impazzito. Certo, c’erano state le vacanze con gli amici, le notti interminabili della movida spagnola: Ibiza, la musica veloce, cubiste e pastiglie, sudore e fremiti del cuore, e un tempo scandito dai chopiti e dalle danze sfrenate. C’era stata anche Raffaella a un passo dall’altare.

Era stato un attimo: caleidoscopiche emozioni che s’inseguivano sul lungo rettilineo tagliante in due il paese: una cicatrice d’asfalto puntellata da rotonde e buchi. Voragini che Nico conosceva a memoria; non importava quanto catrame ci buttassero dentro, quelle, pervicaci e affamate, si riaprivano, come l’impulso di ficcar monete nella bocca scintillante di una slot, nell’attesa di vedere quelle tre figure in linea, quel suono detonare in una melodia di fuochi d’artificio riflessi nei suoi occhi.

I ricordi canuti lo inseguivano su quella strada, cercando di mandare a dormire quell’unico pensiero che gli martellava nella testa.

Tin. Slot. Bar. Ciliegie.

Scrigno. Scrigno…Jackpot.

E una cascata di monete che sarebbe scesa con il suono di una risata d’argento.

L’indice batteva sul tasto delle quattro frecce; gli occhi impallati erano assenti, pieni di bianco e venature rosse; la macchina correva sui settanta al centro della carreggiata, quando i fari di un camion lo colpirono in pieno. Una rapida sterzata e poi la mano che rovista nella tasca della portiera; le dita che afferrano una confezione di cartone e ne sfilano due compresse di fendimetrazina, un eccitante a buon mercato. Ne prese subito due per darsi la sveglia; poi si accese una Diana blu.

Le sei meno venti. Il bar stava per aprire, puntuale come al solito.

Nico doveva essere il primo a entrare. Il primo a schiacciare il tasto.

La saracinesca sferragliò nel buio freddo della mattina, e Nico s’infilò dentro. Il viso irsuto e camuso del proprietario si scurì per un attimo, vedendolo entrare; quello cereo e patito di Nico era animato da un’eccitazione frenetica.

“Ciao Totò, un bianco.”

“Colazione del campione, eh, Nico?”

Non fece in tempo a servire quella battuta di circostanza che Nico s’era già diretto verso di lei, luccicante come il fuoco di Sant’Elmo, in quello stanzino buio vicino ai cessi. L’odore di scarico e lavanda si mescidava a quello delle brioche fresche, della carta dei quotidiani e del caffè macinato.

Dopo aver superato la rastrelliera con gli album Panini e i calendari di Padre Pio, urtò con una spallata quella dei porno, facendo cadere La fase anale di Freud.

Eccola, davanti a lui, le era stato incollato fino a chiusura: se l’avesse lasciata scoperta, qualcuno l’avrebbe potuta scaricare con una sola moneta, come aveva fatto lui la prima volta.

 

Da non credersi, era entrato per comprare le sigarette e un gratta e vinci e gli erano rimasti due euro di resto. Era estate e indossava i pantaloncini per una partita a calcetto, e quei due euro in ogni caso gli sarebbero caduti fuori dalla tasca, non appena fosse salito in macchina.

Poi quel: “Vaffanculo, ho perso cinquecento euro,” detto con rabbia rassegnata da un cliente che lasciava il bar.

Nico si era avvicinato alla slot e, sereno come il cielo, aveva inserito la moneta e…BUM, si era allineata la combinazione vincente. S’era fiondato fuori dal bar caracollando per il marciapiede e felice come una pasqua era montato in macchina: una Saxo con cui girava come agente di aspirapolveri.

Ora sparo dal Principe a comprare l’anello per Raffaella, e stasera la scopo come voglio.

E con quel pensiero stilnovista tra le gambe era entrato dal rigattiere. Principe era un uomo basso con gli occhi da commerciante fenicio, che ti leggevano dentro. “Compro il Tiffany deluxe,” aveva detto sfregandosi le mani. Principe  aveva fatto il giro del bancone, aveva chiuso la porta e gli aveva fatto segno di seguirlo nel retrobottega.

“Non sai la botta di culo, Prinicipino mio,” gli aveva detto Nico, baciandolo sulla fronte per la felicità, “un coglione ha messo tutti i suoi soldi nella…”

Principe, dall’alto del suo metro e due tacchi di stivaletti pitonati, gli aveva fatto cenno di fermarsi, aveva già capito e comunque non gliene fregava un cazzo di quella storia uguale a tante altre; consapevole che chi entrava a comprare da lui, presto o tardi, sarebbe tornato a vendere.

L’anello era stato infilato al dito di Raffaella davanti alle sue colleghe del salone di bellezza e soprattutto davanti a quella stronza di Barbara Croccia, a lei l’anello Vincenzino suo l’aveva già comprato.

Comodo aver il fidanzato nella finanza, s’era detto Nico.

Con i soldi rimasti l’aveva portata alle Rondinelle, ristorante frequentato da calciatori e veline, facendo il suo ingresso manco fosse stato un vip della televisione. E la notte le aveva sussurrato la frase fatidica, uscita con fretta scomposta, accolta con un carnevale brasiliano di sì, sì e baci su tutto il corpo, mentre Nico aveva premuto sulla sua testa, facendola scivolare verso il basso; e poi un “aaahh” alla luna famelica e tonda come una moneta a divorarsi la notte.

All’inizio era filato tutto liscio. Nico era arrivato a guadagnare piuttosto bene, e con lo stipendio di Raffaella avevano preso persino casa, progettato l’arrivo di un figlio, e il matrimonio da lì a un anno.

Poi Nico aveva cominciato a buttare monete nelle macchinette a guisa di una flotta di turisti alla fontana di Trevi. Dal principio solo la sera, a chiusura dei bar, riprovando il colpo di fortuna iniziale; in seguito anche la mattina, poi di pomeriggio, di notte, a pranzo e a cena, in giorni che uscivano sempre uguali, rotolandogli sotto gli occhi in suoni abbacinanti, cancellando il ricordo del passato, l’attesa del futuro, dilatando il presente in un’ansia boreale di migliaia di pixel.

Macinando chilometri in auto, si era fermato spesso nei bar, nelle tavole calde; ogni posto andava bene, purché avesse una di quelle; il tempo girava a colpi di pulsante, frenetico, un cane idrofobo che si morde la coda.

E in un giro di volante era finito in una delle tante sale slot disseminate su strade anonime, obliteratrici d’identità, espressione cibernetica della crisi che aveva colpito la Brianza workaholica: ditte chiuse, cappi al collo, voli di corvi su campi gerbidi.

 Dietro quei vetri, a oscurare il tempo, luci e suoni magnetici legavano uomini e donne come bestie da soma, a tracciare solchi sempre più profondi tra loro e il mondo.

Mentiva Nico, mentiva a chiunque. Aveva mentito più volte a Raffaella, grattando via la sua fiducia, giorno dopo giorno, nascondendole i debiti accumulati negli anni, il lavoro perso perché si era messo a fare la cresta sui prezzi, la macchina venduta. Anche per quella una scusa: l’ennesima bugia lanciata come una mano di dadi ormai perdente. 

Il direttore della banca l’aveva chiamata.

“Guardi, signorina Esposito, la sua carta di credito è scoperta…siete in ritardo di tre rate con il mutuo e…”

Raffaella, mentre ascoltava la voce del direttore, aveva fatto scivolare lo sguardo sul comodino in camera. L’anello era sparito. Una lacrima aveva fatto capolino sulle sue labbra, come una bambina che si è persa e non sa tornare.

Quando Principe aveva visto arrivare Nico, agitato e ansante, gli aveva allungato cinquanta euro, un decimo del valore dell’anello. Nico gli aveva afferrati senza dire niente e se n’era tornato al bar.

Era primavera e a maggio lui e Raffaella si sarebbero dovuti sposare. La cerimonia era stata organizzata con cura maniacale da lei e dalla madre, Maria Rosaria, donna determinatissima nel voler vedere la figlia sistemata.

Saputo il fatto, e davanti alle lacrime della figlia, la madre di Raffaella s’era confidata con suo cugino Graziano, detto Erdogan, per la somiglianza sputata e la passione per il kebab, bischettaro di professione e delinquente dalla nascita, che, non avendo fatto carriera nella camorra napoletana, era salito al nord, entrando nel business delle slot e del traffico di droga.

Nico stava per entrare al bar quando si era trovato davanti un uomo con la giacca di pelle e una croce sul collo.

“Uè, Nico, Erdogan te deve parlare.”

Portato in macchina in un campo tra carcasse di frigoriferi, materassi e copertoni bruciati, dopo essere stato pestato per bene dagli uomini di Erdogan, quest’ultimo si era chinato su di lui spiegandogli, con voce calma e catramosa, che il debito andava risolto.

“Ommo e merda,” gli aveva ringhiato uno dei tre.

Era Nazareno, cugino di ottavo grado di Raffaella, arrivato apposta da Spacca-Napoli per fargli il culo.

“Hai rubato? e mo’ ti sparo int’a’ capa.”

Nico aveva sentito l’urina calda scendergli nei pantaloni e scaldargli una coscia e s’era messo a implorare. Erdogan aveva fermato Nazareno sollevando la mano e aveva aggiunto:

“Domani adda fa una cosa per me. E se ti do questa possibilità devi ringrazia’ quella uagliuncella che tien un core d’oro; io a una chiavica cumma a te l’avrei fatta schiaccia’ cumme a uno scarraffone.”

Le Golf GT erano ripartite spruzzando fango dalle ruote.

La cosa era arrivata l’indomani in una borsa da palestra. Doveva solo consegnarla all’indirizzo indicato e tornarsene.

Ma negli occhi di Nico c’erano i rulli. I dannati rulli che gli giravano nelle iridi da giorni, una pera di adrenalina diritta al cervello, cancellando il sonno, la paura delle mazzate, del carcere, di tutto.

Così s’era fiondato nel bar, l’aveva raggiunta con i crampi allo stomaco per la dissenteria, dovuta a giorni di solo alcol, a notti senza sonno, alla rabbia eccitata. La sua cassaforte lucente, pulsante come il suo cazzo, violata da dita callose e sudate di altri uomini; quell’amore tossico lo stava chiamando.

Uscito con in tasca solo un sentimento di sconfitta, s’era piazzato al volante sotto l’effetto di quelle luci e di quei suoni che lo avevano stordito, imboccando la tangenziale in contromano. Un’auto della pula aveva notato la sua inversione a U e lo aveva inseguito, palettato, fermato, perquisito. Arrestato. Un chilo di marjuana albanese. Un viaggio diretto al carcere di San Vittore. Acqua in bocca. Non fare nomi. Quel codice lo conosceva bene.

Otto mesi in comunità, con l’attenuante della dipendenza dalle macchinette.

Una volta fuori, aveva trovato asilo dalla nonna paterna. “Che se lo tenesse lei quel diavolo,” aveva chiosato la madre.

Qualche lavoretto saltuario, gli appuntamenti al Sert con lo psicologo, e la connessione internet: youtube, youporn, e youslot con venti euro di buono omaggio per iniziare.

Dopo tre mesi, Nico era tornato a giocare nei bar e nelle sale. 

Quando Raffaella aveva saputo perché era finito dentro, aveva chiesto a suo zio di cancellare il debito a quel povero cristo che conosceva dalle elementari e di cui non le importava più nulla.

Per tutta risposta Erdogan aveva mandato due dei suoi ragazzi a prelevarlo da casa. Il debito era stato pagato con un assegno del libretto della nonna, firmato da Nico. Quasi tutti i risparmi di una vita cancellati con un centesimo d’inchiostro, una firma falsa, e un vero rimorso a rodergli dentro.

Intanto gli anni erano passati. Raffaella s’era sposata con un falegname, un bravo ragazzo, da cui aveva avuto un figlio. Nico era rimasto da sua nonna, l’unica a dargli quel briciolo d’affetto cui aggrapparsi, come un filo d’erba su un burrone, quando la caduta è inevitabile.  

Iscritto all’ufficio di collocamento, alternava contratti a termine con la vendita di piccoli quantitativi d’ascisc, andando sempre sotto. A volte prendeva i soldi in anticipo da un cliente e poi se li giocava. E allora ancora bugie, scuse e botte, consumate per starle accanto, davanti, dentro, in un tempo che non invecchia ma fa morire.

 Due anni dopo s’era trovato a caricare i camion di cassette della frutta. Turni notturni.

Meglio, se lavoro di notte, il giorno dormo e gioco meno, s’era detto.

Ma poi eccolo lì, davanti alla sua ossessione, con la dopamina e l’adrenalina alle stelle, a pigiare il bottone, accompagnando quel gesto con movimenti pelvici, come in un atto sessuale; privo di fame e di sonno, con le labbra spaccate e secche e gli occhi gonfi e pulsanti, e nelle pupille ciliegie, teschi e tesori che girano, girano, fino alla nausea, fino ai conati, ai brividi d’astinenza, con il cuore arrampicato su per l’esofago, che batte, batte…

 

E’ una battito animale…

La radio gracchiava. Totò stava provando a risintonizzarla.

“Adesso arrivo con il bianchino, Nico.”

Nico ce l’aveva fatta, era arrivato per primo alla slot. La sera aveva fatto chiusura con Totò, aspettando che finisse di pulire anche i pavimenti e solo a saracinesca abbassata era rincasato. 

Erano le venti e trenta e la nonna stava guardando la sua telenovela davanti a una mela cotta, con i piedi appoggiati su una sedia per favorire la circolazione.

“Hai pagato le bollette, Nico?”

Nico aveva fatto cadere un sì nervoso e pesante sul tavolo.

“Lasciale sulla mensola, allora, che le metto con le altre.”

Ma Nico non le aveva pagate.

“E le gomme, le hai fatte montare le gomme da neve?” aveva continuato la nonna.

“Sì, ma poi non nevica, tanto,” le aveva risposto sempre più nervoso.

“Mangia qualcosa, Nico,”  aveva detto l’anziana donna.

“Non ho fame,” le aveva risposto.

Lei aveva insistito, e lui s’era seduto, ma in gola non gli andava giù nemmeno l’acqua.

Le bollette, cazzo, i soldi, che sfiga, c’ero quasi, novecento euro bruciati.

Il volume della tv era quasi al massimo, Nico si sentiva caldo, bollente, una pressione pazzesca sulle tempie; le voci dei personaggi gli bucavano i timpani.

“Cosa ha detto?” aveva provato a chiedere l’ottuagenaria mentre allungava il collo come una tartaruga.

“Non si capisce niente come parlano,” aveva proseguito.

“Che lo sposa, cazzo, lo sposa!” era esploso Nico, “non capisci manco una fottuta telenovela. Cazzo cazzo cazzoooo…” aveva sbraitato, prima di spaccare il piatto per terra e annaffiare il pavimento di minestra.

L’anziana s’era messa a tremare portandosi una mano sul cuore fragile dopo il primo infarto. Era fuggita con la sua vestaglia a fiori attraverso lo stretto corridoio strisciando le pantofole, come una figlia che aveva fatto infuriare un genitore povero di pazienza.

Nico aveva spento la tv. Ora sentiva detonare nell’altra stanza il bip elettronico del misura pressione e sua nonna ripetere:

“Oh Signore mio, Signore mio, aiuto aiuto aiuto…”

Avrebbe voluto chiederle scusa, avrebbe voluto piangere, ma le lacrime erano state prosciugate dalle luci colorate della slot, raggi di un sole radioattivo.

L’indomani sarebbe stato giorno di paga e questo lo aveva fatto rinsanire. Si era calmato, aveva ripreso a respirare, a ragionare, dopo che il senno era diventato un palloncino pieno d’elio negli attimi precedenti.

Ripresa la lucidità aveva cominciato a pianificare la giornata.

Sistemerò tutto, intasco i soldi, vado al bar, pago le bollette, e scarico quella fottuta macchinetta. Me lo merito dopo tutto. E compro alla mia vecchia un dvd di Montalbano, così è contenta.

Convinto oltre misura di quell’idea, e riuscendo a disegnare anche un pensiero gentile per un altro essere umano, un sottile raggio di sole in quel cuore di pece, Nico era uscito e s’era diretto al lavoro in anticipo.

Il turno sarebbe iniziato a mezzanotte. Inutile provare a dormire, sotto una coperta di solitudine, appena chiudeva gli occhi, i rulli prendevano a girare, e con loro il letto e lo stomaco stretto in un pugno.

 

Dopo quarantott’ore di sogni senza sonno, in quello stanzino buio, con una finestrella chiusa da sbarre di ferro come crisantemi di ruggine, c’era la sua ricompensa.

“Uè, Nico, vedi che stasera non puoi fermarti con me dopo la chiusura,” puntualizzò Totò, appoggiando il bicchiere sullo sgabello accanto alla slot.

“Sì, sì, va bene, recupero e me ne vado.”

Come infastidito da quella frase foriera di vittoria, Totò tornò verso il bancone.

“E vai bella, siamo solo io e te. Hai fatto la troietta ieri. Ora papà è tornato e ti dà una bella ripassata.”

Le parlava con una punta di acredine euforica, come se realmente la slot lo potesse sentire. Delle bollette, del dvd di Montalbano s’era già dimenticato. Ma soprattutto dell’ordine con cui quelle azioni dovevano essere fatte.

Nico aveva nella tasca destra del suo vecchio piumino una busta bianca con dentro seicentoquarantasei euro, di cui sedici in monete da due. Cominciò con quelle.

“Andiamo, andiamo, non fare la stronza, lo so che sei in battuta, vieni da papà, su avanti, dai, sì sì sì, sììììììììì…” urlò eccitato Nico.

Ce l’aveva fatta, la prima cascata di monete. Ora doveva solo andare a cambiarle da Totò, che, a quel suono, con gli occhi piccoli e porcini, strinse un sentimento di fastidio, come se Nico quei soldi glieli stesse rubando da sotto il naso. Dietro di lui, appiccicata con lo scotch, una scritta a pennarello:

 

IN QUESTO BAR VINTI 12000 EURO ALL’ENALOTTO.

 

E sotto l’articolo del giornale che titolava:

 

Barista spara mettendo in fuga ladro rom

 

 

 

Intanto, entravano i primi clienti, e dietro il bancone comparve una donna corvina e lampadata che cominciò a servire cornetti e cappucci con gesti automatici e sorrisi frivoli.

Nico arrivò con la mente a mettersi in fila per cambiare i soldi e pagare le bollette, che aveva lasciato in macchina. Gli sarebbe bastato uscire un attimo, prenderle, rientrare, pagare, e andarsene a casa.

Il sole si stava alzando nel cielo, quando sentì le sue dita sbattere forte sul pulsante, dopo aver rimesso dentro una moneta. Le sue dita; dita che avevano deciso per lui; dita che si erano mosse in quel gesto compulsivo, senza che lui se ne accorgesse.

Diede una golata al bianchino per sciogliere il groppo in gola che gli impediva di respirare. La slot era una cagna in calore da penetrare con un fallo d’acciaio. La ricompensa iniziale non gli era bastata, ne voleva di più, era lei a chiederglielo. Sentì i circuiti caldi squagliare il suo sperma congelato e la dopamina irrorare le sue orbite.

Arrivò così il mezzogiorno senza farsi conoscere, un oscuro viandante.

Nico era esausto e al contempo incapace di fermarsi. Era riuscito per ben due volte a scaricare, ma poi…poi ancora: non erano i soldi, forse non lo erano mai stati. Era quella vittoria sfiorata con un dito a farlo affogare sempre di più in un brivido caldo da cui non riusciva a risalire.

Gli erano rimaste le ultime banconote. Cambiò anche quelle e le infilò con nausea isterica in quella bocca slabbrata, guadagnando qualche minuto di quasi vincita, di quasi orgasmo, di quasi ricompensa.

La luce dello schermo gli aveva deformato il viso in una maschera di disperazione e sconfitta. Un demone triste.

Afferrò il bicchiere per scagliarlo contro il vetro della slot, ma poi, contraendo tutti i muscoli, lo appoggiò al rovescio sopra al pulsante. Quel bicchiere era un cartello con scritto: vietato entrare.

Nico si diresse al bancone; Totò stava raccontando a un gruppo di muratori, in pausa pranzo, come avesse sparato al rom bastardo.

“E bang bang, a quell’infame,” aveva detto mimando il gesto tutto entusiasta.

I quattro annuirono sorridendo dopo aver seguito il racconto.

“Totò,” disse Nico, “mi assento un attimo, vedi che ho messo il bicchiere.”

“E qual è il problema?” disse alzando il palmo della mano come a reggere un vassoio.

Mentre usciva Nico fu raggiunto dalle voci sghignazzanti dei muratori. Ridevano. Ridevano di lui.

“Messo male l’amico,” si era fatto sfuggire uno dei quattro.

Quella frase gli aveva fatto salire il sangue alla testa, ma quando uscì, la luce del sole gli invase gli occhi e la gola, cancellando tutto. Si fermò per un attimo come strattonato da due forze. Guardò dall’inferriata del cesso e la vide, gravida di lui.

Ora torno, aspettami. Nessuno ti deve toccare.

Buttatosi in auto come un animale ferito, partì senza guardare: l’auto balzò giù dal marciapiede, e uno scooter sbandò per evitare lo schianto.

“Testa di cazzo,” gli urlò l’uomo alla guida, superandolo.

Nico accelerò e si mise all’inseguimento dello scooter, pazzo di rabbia, bruciando due semafori rossi. Poi prese a tamponarlo quando si fermò a un incrocio.

“Allora, a chi testa di cazzo, ‘zo di merda,” urlava e suonava il clacson con la bavetta raggrumata agli angoli della bocca.

L’uomo gli diede una rapida occhiata e terrorizzato da quella faccia indemoniata scappò via zigzagando tra le auto.

“Tutti uguali, suonano e insultano e poi non scendono mai, cazzo.”

Nico sfrecciava sul rettilineo. Sapeva da chi andare. Lucido, quando si trattava di recuperare i soldi. Gli partiva il pilota automatico.

Bledar, ti vendo a Bledar, lui si compra tutto.

 

Parcheggiata la macchina allo sfasciacarrozze, Nico si vide arrivare incontro due pitbull pieni di cicatrici. Seduta su uno sgabello, mamma Guroshe, in tuta di ciniglia, fumava e contava i soldi intascati da un cliente.

“Signora, c’è Bledar?” le chiese Nico mentre un pitbull gli buttava il muso sul batacchio ringhiando.

La donna alzò lo sguardo e gli fece cenno con la testa. Nico seguì quella linea tracciata nell’aria e raggiunse Bledar dentro l’ufficio, sotto gli occhi attenti dei due meccanici che armeggiavano con cacciaviti e chiavi inglesi.

Entrò bussando.

Fece cenno con la mano in segno di saluto. Bledar era al telefono, seduto dietro alla scrivania. Quando l’albanese appese, Nico si fiondò sulla sedia e attaccò:

“Ho bisogno di vendere la macchina,” disse, grattandosi la testa.

Era passato qualche anno, ma il copione era sempre lo stesso.

“Perché non sei andato dal Principe?”

“Lui non le compra le macchine.”

“Infatti.”

“Come, che vuoi dire?”

“Quella me la chiami macchina?” disse Bledar indicandola dalla finestra con un sorriso di fastidio.

Nico andò in ansia, doveva intascare e tornare al bar prima che qualcuno la toccasse.

I pitbull intanto grattavano la porta e con una testata entrarono scodinzolando in segno di entusiastica sottomissione verso il padrone.

“La puoi sempre usare per portare in giro i tuoi cani.”

“Anche cane si vergogna a salire su quel rottame.”

“Un prestito. Duecento euro, ti prego,” si mise a supplicare.

“Nessuno presta a te. Sei segnato. Erdogan ha detto di non fare business con te.”

“Te li ridò in giornata, vado e…”

Ma l’uomo, senza proferire parola, gli fece segno di tacere, mentre i cani presero a ringhiare e ad agitarsi.

Nico non sapeva più cosa inventare. Se avesse avuto una pistola, l’avrebbe usata, era arrivato al limite.

Poi entrò uno dei due meccanici che andò a bisbigliare qualcosa all’orecchio di Bledar.

“Va bene, va bene, ti do cento euro per ruote da neve e due sedili.”

“Duecento,” rilanciò Nico.

“Centoventicinque e non ti faccio mangiare dai miei cani.”

“Accetto.”

Quando uscì dall’ufficio, qualcuno aveva già scaricato le ruote che aveva in macchina e smontati i due sedili.

“E ora come guido?” chiese Nico.

“Siedi su cambio, a te piace prendere in culo,” rispose sghignazzando Bledar.

“Che cazzo dici?”

“Tu ancora non ha capito storia di macchinette, vero?”

“Sì, sì, lo so, è una malattia eccetera.”

“No, quello,” disse Bledar continuando a ridere, “tu non capisci un cazzo, bello.”

Nico lo ascoltava sempre più nervoso mentre con gli occhi cercava qualcosa da metter al posto del sedile.

“Prendo quello,” disse indicando lo sgabello sul quale sedeva mamma Guroshe.

La donna guardando Nico si fregò indice e pollice.

“Quanto?”

Mamma Guroshe gli sparò un due.

“Due euro?”

Mamma Guroshe scosse il dito.

“Dieci, non di più!”

La donna prese la banconota e si andò a sedere su una sedia tenendosi il cuscino.

“Contento tu,” rispose Bledar, allontanandosi verso l’ufficio e poi ancora a voce gridata: “Ti stanno fottendo,” disse spingendo avanti e indietro il bacino.

Nico poggiò le chiappe sullo sgabellino da pianoforte cigolante e senza imbottitura che sculava a destra e a sinistra a ogni curva.

Adesso la fotto io la stronza, e se qualcuno ci sta giocando giuro che lo ammazzo.

“Fottermi a me… Sono io che la fottoooo,” urlava con la testa fuori dal finestrino, gli occhiali da sole usati come cerchietto per i capelli, e la tecno pompata distorta dalle casse dell’auto.

Le ruote lisce giravano come rulli colorati e lisergici, consumate e colleriche.

Ma quel “ti stanno…”, lanciatogli da Bledar, sembrava riferirsi a delle persone, esseri umani in carne e ossa. E cominciò a scavargli dentro come un tarlo.

 

 

“Chi cazzo ha tolto il bicchiere?” sbraitò arrivato davanti alla slot.

Nel bar c’era solo la donna lampadata. Era stata assunta da poco, e spaventata dalla reazione di Nico, disse subito:

“Uno dei muratori, è stato uno…”

“Fanculo, cazzo, Dio…” Nico aveva il collo gonfio e il viso purpureo dalla collera, “e hanno vinto, hanno scaricato?” e non sentendo una risposta immediata, “allora, sei sorda? hai capito quello che t’ho detto?”

“Sì, sì.”

“Sì cosa? Cazzo.” Ora Nico le urlava in faccia.

“Sì, ho capito, no, non ha vinto,” rispose con voce strozzata.

Nico si tranquillizzò all’improvviso, ma le mani gli tremavano ancora.

“Ok, ok, calmiamoci…non volevo aggredirti, non dirlo a Totò, d’accordo?”

La donna fece veloci cenni col capo.

 “Me li cambi tutti in moneta?” disse con voce contrita, più per la paura di non poter giocare che per gentilezza.

La donna annuì di nuovo e gli cambiò i soldi mentre entrava una cliente.

“Un gratta e vinci e Vivere sani e belli,” chiese la donna.

Poi cominciò a snocciolare i numeri del Lotto.

Nico aveva ripreso a buttare dentro monete come un ossesso e pigiava, pigiava, piegando il busto a destra, a sinistra, come per evitare di essere colpito dal fallimento.

Si fermò solo quando anche l’ultima moneta fu ingoiata.

Non disse nulla, Nico. Uscì dal bar con le mani chiuse a pugno, il corpo incurvato verso il basso e quel “ti stanno fottendo” a tirargli ancora di più i nervi.

 

Era rientrato in casa. La nonna seguiva il rosario delle sei su TV2000; lui le arrivò davanti con la faccia sconvolta; lei gli chiese cosa fosse successo.

“Le macchinette, lo so che sono loro.”

Nico non rispose nemmeno, staccò il lettore dvd e se lo mise sotto braccio. Lei si alzò e gli prese la mano, accarezzandola.

“Dove vai con quello, Nico?”

“E’ rotto,” rispose lui, “lo porto a riparare.”

“Non dire le bugie a nonna,” disse lei con la carità negli occhi, stringendogli la mano per non lasciarlo andare.

Lui con uno strattone la fece ricadere sulla sedia. Lei si tenne la testa e il cuore, sentendosi mancare. Lui non le chiese scusa. Non disse nulla. Troppo forte l’emozione. Si sarebbe disfato in un pianto inconsolabile, non poteva cambiare copione. Meglio che lo odiasse quella donna che l’aveva sempre difeso da tutti. Si sarebbe potuto fermare. Non lo fece. E se ne andò con l’oggetto sotto braccio.

 

Cambiò i venti euro del lettore in monete da cinquanta centesimi, tanto glielo aveva pagato Principe. Quaranta monete, quaranta possibilità di tentare la sorte, quaranta carezze biochimiche a scaldarlo dal cervello all’inguine.

Cadde anche l’ultima moneta nell’utero metallico insieme al sole delle cinque. Nel bar venivano serviti i primi aperitivi; la gente affollava il bancone e nessuno questa volta fece caso a Nico che usciva con il cuore pesante.

Vagò per ore intorno all’isolato, senza meta, senza scopo. Si avvicinò a una signora con una larga borsa per derubarla, ma si fermò in tempo, chiedendole scusa per averla urtata. Guardò le macchine passare con i fari accesi; passò un tir, pensò di buttarcisi sotto. Vide un bambino piangere oltre un finestrino, lo schiacciò con un dito.

Arrivarono le otto e se ne tornò verso la macchina passando davanti al bar. La serranda era abbassata quasi del tutto, si vide entrarvi in scivolata come quando giocava da terzino nella squadra del paese, e urlare: “questa è una rapina.”

Stava superando la finestra con l’inferriata, quando vide una Bmw bianca, ultimo modello, decappottabile. L’aveva riconosciuta per un graffio sulla portiera; per quel graffio Erdogan aveva mandato all’ospedale il ciclista che gliel’aveva fatto passandogli accanto.

Allora la frase di Bledar tornò a bisbigliarli alle orecchie. Si fermò. Sbirciò dentro e lo vide: era proprio lo zio di Raffaella. Con la sua pancia da pellicano, i suoi baffi, l’odore di kebab che si portava addosso come acqua di colonia, e tutti quei peli che gli crescevano rabbiosi sul collo come filo spinato.

Cazzo ci fa qui? Totò mi aveva detto che lui i camorristi come Erdogan gli odiava.

Volle vederci più chiaro. Entrò dal cortiletto sul retro e tese l’orecchio. Il cuore come un tamburo.

“Allora, stanno a funziona’ le nuove macchinette?”

“Mah, stamattina Nico era riuscito a scaricarne una…”

“E ha incassato?”

“No, li ha rigiocati…”

“E vabbuò, mo’ aumentiamo ancora u’ deficit, accussì non vince cchiu nisciuno.”

Nico aveva capito. Ora era chiaro il “ti stanno fottendo” di Bledar. Un sentimento d’odio si stava condensando nel suo cuore, un accumulo di pietre pronte a rotolare a valle travolgendo tutto. Sgusciò dentro senza farsi notare e arrivò là, dove Totò lo teneva.

I due armeggiavano con la slot.

“E’ chesta ca’?”

Totò annuì. Era aperta. Sventrata. Violata. Una chiave ficcatele dentro la pancia come una forcipe. Lo schermo acceso. Pulsante.

“Domani ti mando ‘u tecnico. Intanto pagami che me ne devo annà. E vedi che noi non ci siamo visti. Oggi è stata un’eccezione che su venuto io in persona.”

Nico gli era arrivato alle spalle, quando il cellulare gli suonò nella tasca, facendoli voltare di scatto.

I due si videro le canne del fucile spianate contro. Totò era sbiancato; Erdogan, più incazzato che intimorito, lo guardò come fosse un cane che ringhiava al padrone e gli puntò il dito come un’arma ancora più reale di quella che impugnava Nico.

“U’ sapevo che avrei fatto bene a farti accirere da mio nipote, sfacimme e mer...”

“STAI ZITTO, CAZZO!” urlò Nico con il cellulare che non la smetteva di suonare il tema di Tetris.

“Guarda che ci vogliono i palle per spara’ a un altro cristiano,” e nel dirlo si afferrò il pacco, “e tu con quel cazziello che tiene in mezz…” ma la frase gli volò via con un pezzo di mano.

Nico gli aveva sparato proprio in mezzo alle gambe. Il botto era stato seguito da un urlo animalesco; intanto, Totò, a volo di falco, si era accucciato in un angolo tra la slot e la porta, e guardava il non più boss rotolarsi a terra e gemere in una pozza di sangue.

Nico puntò il fucile verso Totò.

“No, no, ti prego, che vuoi? Gli dovevo dei soldi, mi ha convinto lui, te lo giuro,” frignava quell’uomo che poche ore prima si era vantato di aver sparato a un ladro. Un ragazzino rom disarmato.

“Voglio giocare,” rispose freddo Nico.

A riempire la stanza solo i rantoli di Erdogan e la melodia di Tetris. Era sicuramente la nonna, l’unico rapporto umano che gli era rimasto; vituperato e abbandonato da amici e parenti cui aveva chiesto soldi, ripagati solo con bugie e delusioni. Sapeva già cosa gli avrebbe chiesto, se doveva tenergli in caldo la cena, se preferiva la pasta o la minestra, la mela cotta, o il gelato alla nocciola che gli piaceva tanto. Lei si preoccupava sempre che il suo Nico mangiasse; non importava cosa combinasse, lei lo perdonava sempre; le ricordava tanto suo figlio, come lui la faceva ridere.

“A che serve la chiave?” chiese minaccioso.

“A scaricare la slot,” rispose Totò.

“E così che mi fottevate, la slot paga meno del dovuto e a sera tu te la scarichi, figlio di puttana,” disse, poggiandogli le canne del fucile sulla bocca e premendo.

Era armato di una lucidità viola e folle, era l’unica cosa che teneva insieme una collera pulsante a gonfiargli le vene delle mani. Si era seduto sullo sgabello davanti a lei, deluso di vederla dentro, nuda, svergognata.

“Diremmo che mi chiedeva il pizzo, che mi minacciava e tu sei intervenuto. Sarai l’eroe del paese,” provava a farlo ragionare Totò.

Nico gli fece segno di alzarsi sollevando il fucile con due piccoli colpetti, come stesse imbracciando una canna da pesca. Lo diresse verso l’uscita. Totò scappò fuori senza fare un suono, senza far caso al boss a terra esangue e con gli occhi da pesce, inespressivi. Solo il movimento dello stomaco.

Nico con il ginocchio chiuse il portello della slot. Le passò le mani sui fianchi facendole scivolare. Su un tavolino, una cassetta piena di monete. Se la mise accanto. Fucile tra le gambe, inserì la prima. Fece un bel respiro e schiacciò il pulsante.

E poi ancora e ancora e ancora…

 

Un suono blu di sirene aveva invaso la strada e ora si mischiava con le luci dello schermo e si appiccicava sui muri.

Il viso illuminato.

Le sbarre alla finestra.

Gli occhi chiusi per un attimo.

Le pistole puntate alla schiena.

Il mani in alto o spariamo.

Il dito sul grilletto.

Un’esplosione metallica.

Ce l’aveva fatta. Scendevano tutte le monete del mondo e anche quelle del cielo, avevano la risata di sua nonna, gli occhi di suo padre, la pelle di Raffaella, il profumo delle notti brave, il sapore del successo, il colore del sangue.

Il pulsante lampeggiò, piano.

E si spense.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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