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Primo viaggio

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 06/05/2019 21:43:48

La cosa peggiore non era il freddo, ma il vento davvero pungente. Gli sembrava di essere sotto una doccia ghiacciata. Roberto si sfregò gli occhi ma fu inutile: era proprio sveglio.

Era lì, in pieno inverno, su un'ampia strada tutta dritta e innevata che non aveva mai visto prima. O invece sì? Le donne con i fazzoletti in testa che spalavano la neve accumulandola ai margini della via, le case grigie e tutte uguali, gli uomini in uniforme con i lunghi cappotti: quelle cose le conosceva! Proprio accanto a lui c'era la vecchia con gli occhi acquosi. Di nuovo c'era solo quel tizio con il cappotto di pelle e un berretto piatto color verde oliva che se ne stava lì a gambe divaricate come un ufficiale. Il cappotto gli arrivava fino alle caviglie e in braccio reggeva una pesante scatola nera: la puntava come un'arma verso la donna che non la smetteva di brontolare. Solo quando iniziò a girare una manovella e la macchina si mise a ronzare, Roberto capì che si trattava di una vecchia cinepresa.

Sullo sfondo si vedeva una gran folla, dalle cui prime file si staccarono alcuni uomini con addosso malridotti cappotti militari. Più indietro delle donne recitavano in coro uno slogan incomprensibile: ram-tam-tàm, ram-tam-tàm. Roberto se ne stava lì, intirizzito dal freddo. Non aveva la minima idea di come fosse finito in quel posto; una cosa sola sapeva: stava succedendo qualcosa. Queste scene le aveva già viste in tivù. A prescindere da cosa volesse quella gente agitata – magari aveva fame oppure si trattava di uno sciopero – in ogni caso aveva la rabbia stampata in faccia. Dalla parte opposta nel frattempo erano arrivati due camion verde oliva che sembravano usciti da un vecchio film di guerra. Ma erano troppo sgangherati per essere degli americani. Quando l'ufficiale smise di riprendere e urlò un ordine, i soldati saltarono giù dai mezzi e bloccarono la strada imbracciando i fucili. I piedi erano avvolti in stracci di lana. Per un attimo ci fu grande silenzio. Le donne con i fazzoletti in testa abbassarono le pale. Poi da lontano si udì un rumore di cingoli: dovevano essere i carri armati.

Roberto aveva paura. Si guardò intorno, si abbassò e poi si mise a correre. Riuscì a sgusciare fra due soldati sogghignanti, a superare con un salto un mucchio di neve e si fermò senza fiato davanti all'ingresso di una casa. Scosse la porta di ferro, ma era chiusa. A sinistra, una piccola scala innevata conduceva in cantina. Inciampò, e si accorse che le scarpe gli si erano riempite di neve. Pieno di rabbia guardò intorno nella stanza buia e disadorna. L'odore di sapone e vapore raffreddato gli fece capire che doveva essere finito nella lavanderia. Di macchine lavatrici però nemmeno l'ombra. Inciampò in un mucchio di carbone. Un tubo tutto arrugginito portava a una cucina sulla quale c'erano due pentoloni. Ma la cucina era spenta. A una corda tesa erano appese delle enormi lenzuola. Ne prese tre, assicurandosi che fossero asciutte, vi si avvolse per riscaldarsi perché con la sua giacchetta di lino moriva dal freddo e infine si sdraiò su una panca di legno mezza marcia al centro del locale.

 

© Paolo Melandri (6. 5. 2019)


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