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A passi di gambero

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 12/05/2019 14:48:03

Elsa ha aggiustato di sale. Prima della procreazione abbiamo mangiato spalla di montone con contorno di fagiolini e pere, dato il principio d'ottobre. Ha fatto, ancora a tavola a bocca piena: – Adesso andiamo a letto poi subito o prima vuoi raccontarmi com'è iniziata la nostra storia, quando dove?

Io: sono io in ogni tempo. E anche Elsa c'è stata dall'inizio. Verso la fine del Neolitico rammento il nostro primo litigio: duemila anni in cifra tonda prima che il Signore si facesse carne, allorché il crudo e il cotto si scissero in miti distinti. E se oggi, prima del montone con fagiolini e pere, si è discusso di figli, suoi e miei, con parole sempre più corte, così attaccammo briga tra le paludi, avvalendoci di un lessico neolitico, a cagione delle mie pretese su almeno tre dei suoi nove marmocchi. Ma perdetti io. Malgrado l'ardore con cui la mia lingua faceva ginnastica e allineava suoni primitivi, non fui mica capace di mettere insieme la bella parola padre; soltanto madre era possibile. In quel periodo lì Elsa si chiamava Aua.

Avevo lardellato la spalla di montone con dei mezzi spicchi d'aglio e accomodato le pere stufate nel burro tra i fagiolini verdi bolliti. Anche se, a bocca ancora piena, Elsa ha detto che poteva prender piede o funzionare al primo colpo, dal momento che lei, come le aveva consigliato il medico, aveva sbattuto le pillole nel cesso, io ho capito che il letto doveva aver ragione per il primo e la cuoca neolitica per il dopo.

Così ci siamo stesi, abbracciati aggambati come in ogni tempo. Una volta io di sopra, una volta lei. In parità di diritti, benché Elsa sostenga che il privilegio maschile della penetrazione non è certo compensato dallo scadente diritto femminile di negare l'accesso. Comunque, siccome abbiamo procreato nell'amore, i nostri sentimenti si sono talmente dilatati da riuscire a produrre in uno spazio più ampio, al di fuori del tempo e del suo tic-tac e perciò al netto di ogni terrestre giacenza, un'eterea procreazione parallela; quasi a conguaglio, il suo sentimento è penetrato a stantuffo nel mio sentimento: siamo stati bravi del doppio.

Dopo che aveva forse preso piede abbiamo fumato a letto, sotto una sola coperta, ciascuno la sua idea di sigaretta. (Io me la sono svignata, giù per le scale del tempo). Elsa ha detto: – A proposito, abbiamo finalmente bisogno di una lavastoviglie.

Prima che riuscisse a mettere in moto ulteriori speculazioni sulla distribuzione invertita dei ruoli – Mi gusterebbe una volta conoscerti incinto! – le ho raccontato di Aua e dei suoi tre seni.

Credimi, Elsa: ne aveva tre. La natura ci arriva. Sul serio: tre esemplari. Ma non li aveva lei sola. Tutte ne avevano tanti così. E se ben ricordo, nell'età della pietra si chiamavano tutte così: Aua Aua Aua. E noi ci chiamavamo Edek come un sol uomo. Intercambiabili. E anche le Aue erano uguali tra loro. Uno due tre. Di più all'inizio non sapevamo contare. No, non più in basso, non più in alto: accomodato in mezzo. Inoltre erano grandi lo stesso, tutti e tre, e collineggiavano ameni. Col tre inizia il plurale. La molteplicità, la serie, la catena, inizia il mito. Adesso però non farti mica venire i complessi. Noi ne abbiamo avuti più tardi. Dalle nostre parti, a oriente del fiume, Potrimpos, che diventò dio dei Pruzzi accanto a Pikollos e Perkunos, era famoso per i suoi tre testicoli. Sì, c'hai ragione: tre seni sono di più, o sembrano di più, sempre di più, significano sovrabbondanza, proclamano prodigalità, garantiscono sazietà in eterno, ma a guardar bene sono abnormi – comunque pur sempre pensabili.

Chiaro. Dovevi dirlo: Proiezione del desiderio maschile! Può anche darsi che anatomicamente non sia possibile. Ma a quell'epoca lì, quando i miti facevano ancora ombra, Aua ne aveva tre. Ed è vero, oggi il terzo manca spesso. Voglio dire: manca qualcosa. Beh, la terzità. Non t'incazzare subito. Figurati! Non ne farò sicuramente un culto. Naturalmente due sono abbastanza. Puoi crederlo, Elsa, in linea di principio mi bastano. Mica son tanto matto da correre dietro a una cifra. Adesso che ha funzionato di sicuro, senza pillola e grazie alla tua zuppa, adesso che sei incinta e i tuoi due peseranno presto più dei tre di Aua, io sono appagato e come senza desideri.

Il terzo è sempre stato un di più. In fondo solo un crepaccio della capricciosa natura. Inutile come l'intestino cieco. E poi mi domando, cosa significa in realtà questa senodipendenza? Questa tettomania tipicamente maschile? Quest'invocazione della superficie primordiale? D'accordo, più avanti Aua è diventata una dea e si è fatta confermare i suoi tre ciucci in idoli d'argilla grandi come una mano. Ma altre dee – per esempio la dea Kalì – avevano quattro e più braccia. Qua ci stava ancora un senso pratico. Le dee-madri greche – Demetra, Era – erano invece equipaggiate normalmente, e ciò malgrado hanno tenuto insieme la loro bottega per millenni. A dire il vero ho visto delle effigi di dèi con un terzo occhio, e pure in mezzo alla fronte. Non lo vorrei neanche regalato.

In generale il numero tre promette poi più di quanto mantenga. Coi suoi tre cosi Aua ha calcato la mano, proprio come le Amazzoni l'hanno tenuta leggera col loro unico seno. Ragion per cui le femministe di oggi cascano sempre nell'altro estremo. Adesso non mettermi subito il muso. Io sono a favore delle lib. E credimi, Elsa, due bastano davvero. Te lo conferma qualunque medico. E il nostro pupo, se non è un maschio, ne avrà certo abbastanza di due. Cosa significa qui: Aha! Insomma gli uomini ci hanno questa mania, sbavano dietro a sempre più seno. Del resto tutte le cuoche con cui ho periodato avevano solo qualcosa a destra a sinistra, come te: Mestina due, Agnese due, Amanda due, Sofia c'aveva due commoventi tazzine da caffè. E la badessa cuciniera Margherita ha asfissiato nel letto il ricco patrizio Eberardo con le sue due – peraltro immani – tette. Quindi restiamo sulla terra. Più che altro si tratta di un sogno. Non roseo, no! Non cominciare sempre a litigare. Sarà ben consentito, ancora, sognare un pochino. O no?

Semplicemente ridicola, questa gelosia di tutto e niente. Dove andremmo a finire, in che povertà ci ridurremmo senza progetti né utopia! Allora non potrei più far guizzare tre volte la linea col piombo sulla carta bianca. Allora l'arte si ridurrebbe a dire sempre sì e sissignore. Ti prego, Elsa, sii ragionevole per una volta. Facciamo che tutto questo è un'idea dalla cui contraddizione crescerà al seno femminile la dimensione mancante, qualcosa come una specie di sovrasseno. Devi concepirla dialetticamente questa cosa. Pensa alla lupa romana. A espressioni come: il seno della natura. E per quanto riguarda il numero, al dio trino e uno. Oppure ai tre desideri della fiaba. Perché preso in castagna? Io desidero proprio? Dici? Ah. Dici?

E va bene. Concesso: quando brancolo nel vuoto, intendo sempre il terzo seno. Di sicuro non capita solo a me. Ci saranno pure dei motivi, se noi uomini siamo ossessionati dal seno e come slattati troppo presto. Deve dipendere da voi. Potrebbe dipendere da voi. Perché voi date peso, troppo peso all'eventualità che vi caschino, vi caschino sempre di più. E lasciali cascare, maledizione! No. I tuoi no. Ma anche loro, garantito, col tempo. Quelli di Amanda cascavano. I seni di Lena furono cascanti anzitempo. Eppure io le ho amate, le ho amate così tanto. Mica dev'essere sempre quel po' di seno in più o in meno. Per esempio potrei trovare altrettanto bello il tuo culo, fossette comprese. E, sia chiaro, in nessun caso tripartito. Oppure qualche altra rotondità. Adesso lì, dove la tua pancia presto sfereggerà e sarà la quintessenza di tutto ciò che ha spazio. Forse ci siamo dimenticati che c'è dell'altro. Qualcosa di terzo. Anche in altri campi, anche politicamente, come possibilità.

Aua, comunque, ne aveva tre. La mia Aua trisenuta. E anche tu ne avevi uno in più, là nel Neolitico. Retropensa un pochino, Elsa: a come abbiamo cominciato.

 

© Paolo Melandri (12. 5. 2019)


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