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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Avventura del maresciallo

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 16/05/2019 01:47:18

In una certa epoca della mia vita il mio servizio mi obbligò a passare abbastanza regolarmente più volte la settimana a una data ora sul ponte piccolo (a quel tempo il Pont Neuf non era ancora costruito); avveniva allora che io fossi riconosciuto e salutato per lo più da artigiani ed altra gente minuta, ma in modo più regolare e appariscente da una merciaia molto graziosa, la cui bottega era distinta da un'insegna con due angeli, e che ogni qual volta in quei cinque o sei mesi ebbi a passare di lì, s'inchinava profondamente e mi seguiva con lo sguardo fin dove poteva. Il suo contegno mi colpì e cominciai anch'io a guardarla e a rispondere premurosamente al suo saluto. Un giorno, era inverno inoltrato, tornavo a cavallo da Fontainebleau a Parigi, e quando risalii di nuovo il ponte piccolo ella si fece sull'uscio della sua bottega e, mentre passavo, mi disse:

Serva sua, signore”. Io ricambiai il saluto e, voltandomi di tanto in tanto, vidi che ella si sporgeva per seguirmi il più a lungo possibile. Avevo dietro di me un servitore e un postiglione che intendevo rimandare la sera stessa a Fontainebleau con lettere per certe dame. Per mio ordine il servitore smontò da cavallo e andò dalla giovane a dirle in mio nome che avevo notato come le fosse caro vedermi e salutarmi; se desiderava conoscermi più da vicino, io sarei andato a trovarla dove avesse voluto.

Rispose al servitore che non avrebbe potuto portarle messaggio più gradito, e che sarebbe venuta lei dove io avessi disposto.

Proseguendo a cavallo chiesi al servitore se non conoscesse qualche luogo in cui potessi incontrare la donna. Rispose che l'avrebbe condotta da una mezzana che lui sapeva; ma da quell'uomo sollecito e coscienzioso che era, questo servitore Guglielmo di Courtrai, aggiunse subito che essendosi qua e là manifestata la peste, e n'erano morti non solo gente del popolino sudicio ma anche un medico e un canonico, mi consigliava di far portare materassi, coperte e lenzuola da casa mia. Io accettai il suggerimento ed egli promise di prepararmi un buon letto. Prima di smontare, gli dissi inoltre di portare laggiù anche un buon lavamano, un flacone di essenza odorosa e un po' di dolci e di mele; provvedesse anche a che la stanza fosse ben riscaldata, ché dal freddo i piedi mi si erano gelati nelle staffe, e il cielo era carico di nuvole da neve.

La sera ci andai e trovai una bellissima donna di circa vent'anni che sedeva sul letto, mentre la mezzana, con la testa e la schiena rotonda imbacuccate in uno scialle nero, le andava parlando fitto fitto. La porta era accostata, nel caminetto grossi ceppi freschi ardevano crepitando, nessuno udì i miei passi e io rimasi un istante fermo sulla soglia. La giovane fissava tranquilla con i suoi grandi occhi la fiamma; con un gesto del capo si era come allontanata di miglia e miglia dalla vecchia ripugnante; a quel moto una parte dei suoi pesanti capelli scuri era traboccata dalla piccola cuffia da notte che portava e scendeva sopra la camicia tra la spalla e il petto, formando due o tre boccoli naturali. Portava inoltre una corta gonnella di lana verde e pantofole ai piedi. In quel momento qualche rumore dovette tradire la mia presenza; lei voltò il capo e protese verso di me un viso cui l'estrema tensione dei lineamenti avrebbe dato un'aria quasi selvaggia, senza la raggiante dedizione che prorompeva dai grandi occhi spalancati e balzava dalle labbra silenziose come una fiamma invisibile. Mi piacque in modo straordinario; in men che non si dica la vecchia era scomparsa e io accanto alla mia amica. Quando, nella prima ebbrezza del meraviglioso possesso, volli prendermi qualche licenza, ella si sottrasse a me con un'indescrivibile veemenza così dello sguardo come della voce dal timbro profondo. Ma un attimo dopo mi sentii cingere da lei stessa e avvincere, più appassionatamente ancora che dalle braccia e le labbra, dallo sguardo che prorompeva inesauribile da quegli occhi senza fondo; parve quindi volesse parlare, ma le labbra palpitanti di baci non riuscivano a comporre parole, dalla gola tremante non riusciva suono più distinto che un singhiozzo rotto e sommesso.

Ora, io avevo trascorso gran parte di quella giornata a cavallo su strade gelate, poi nell'anticamera del re avevo avuto un incidente molto spiacevole e violento, quindi, per stordire il malumore, avevo bevuto e tirato gagliardamente con lo spadone a due mani; e così nel bel mezzo di questa avventura incantevole e misteriosa, mentre giacevo allacciato da morbide braccia e sparso di chiome odorose, mi colse una stanchezza e quasi uno stordimento così improvviso e violento che non riuscivo nemmeno a ricordare come fossi capitato appunto in quella stanza, anzi per un attimo confusi con tutt'altra di tempi passati la donna il cui cuore batteva così vicino al mio, e subito dopo mi addormentai profondamente.

Quando mi ridestai, era ancora notte buia, ma sentii subito che la mia amica non era più accanto a me. Levai la testa e al chiarore fievole del fuoco che andava spegnendosi la vidi ritta presso la finestra: aveva socchiuso una delle imposte e guardava fuori dallo spiraglio. Poi si voltò, s'accorse che ero desto e gridò (la vedo ancora portare la palma sinistra alla gota e gettare dietro alle spalle i capelli che le erano caduti davanti):

Non è ancora giorno, non è!”.

Soltanto allora vidi veramente quanto fosse grande e bella, e attendevo con impazienza il momento che con pochi passi lunghi e tranquilli dei bei piedi, che la luce rossastra lambiva, fosse di nuovo accanto a me. Ma ella si avvicinò prima al caminetto, si chinò, prese tra le braccia nude e splendenti l'ultimo grosso ceppo che ancora rimaneva e lo gettò rapidamente nel fuoco. Poi si voltò, la sua faccia sfavillava di fiamme e di gioia, passando di corsa accanto al tavolo afferrò a volo una mela e mi era già vicina, le membra ancora calde della recente carezza del fuoco, e subito dopo illanguidite e scosse di dentro da fiamme ben fiù forti, che mi abbracciava con la destra, e con la sinistra offriva alla mia bocca il fresco frutto già morso e insieme occhi guance e labbra. L'ultimo ciocco del camino ardeva più forte di tutti. Seminando faville suggeva in sé la fiamma e la faceva poi di nuovo divampare violenta, così che il riflesso del fuoco ci investiva come un'ondata che si rompeva alla parete e sollevava d'un balzo e lasciava poi ricadere le nostre ombre allacciate. Il legno robusto crepitava senza tregua e nutriva in sé fiamme sempre nuove che levavano guizzando le loro lingue e fugavano le gravi tenebre con fasci e fontane di luce rossastra. Ma a un tratto la fiamma ricadde e un soffio d'aria fredda aperse, leggero come una mano, l'imposta, rivelando un'alba livida e odiosa.

Ci levammo a sedere, sapevamo che ormai era giorno. Ma ciò che appariva là fuori non somigliava a un giorno. Non somigliava al ridestarsi del mondo. Ciò che si stendeva là fuori non pareva una strada. Non si distingueva una singola cosa: era un caos senza forma e senza colore in cui si muovevano forse larve senza tempo. Di lontano, chissà dove, come nella memoria, l'orologio di una torre batté le ore, e un'aria umida e fredda, che non era l'aria di nessun'ora del giorno, penetrò sempre più nella stanza, così che ci stringemmo l'uno all'altra rabbrividendo. Lei si piegò indietro e mi fissò in viso con tutta la forza dei suoi occhi; la sua gola tremava, qualcosa cercava di farsi strada dentro di lei e salì fino all'orlo delle labbra: ma non si fece né parola né sospiro né bacio, ma qualcosa che senza sbocciare somigliava a tutte e tre. D'attimo in attimo si faceva più chiaro e l'espressione mutevole del suo viso palpitante diventava più intensa; a un tratto voci e piedi strascicati passarono così rasente alla finestra, che lei si piegò tutta e voltò il viso verso la parete. Passavano due uomini: per un attimo il riflesso della piccola lanterna, che uno di loro portava, cadde nella stanza; l'altro spingeva una carriola, la cui ruota cigolava e gemeva. Quando furono passati, mi alzai, chiusi l'imposta e accesi un lume. C'era ancora mezza mela: la mangiammo insieme e poi le chiesi se non la potessi vedere un'altra volta, ché partivo soltanto domenica. Quella era stata però la notte tra il giovedì e il venerdì.

Lei mi rispose che lo desiderava ancor più ardentemente di me; ma se non mi trattenevo tutta la domenica le era impossibile; soltanto la notte dalla domenica al lunedì poteva rivedermi.

Mi tornarono dapprima in mente diversi impegni, così feci qualche difficoltà, che ella ascoltò senza dir nulla, ma con un'interrogazione infinitamente dolorosa negli occhi, mentre il viso le si oscurava e induriva quasi paurosamente. Naturalmente io promisi subito di rimanere la domenica e aggiunsi che mi sarei dunque ritrovato domenica sera allo stesso luogo. A queste parole mi guardò dritta in faccia e mi disse con un tono della voce ruvido e rotto:

So benissimo che per amor tuo sono venuta in una casa infame; ma non l'ho fatto liberamente, perché volevo stare con te, perché avrei accettato a qualsiasi condizione. Ma mi parrebbe di essere l'ultima delle sgualdrine se dovessi ritornare qui una seconda volta. L'ho fatto per amor tuo, perché sei per me quello che sei, perché sei Bassompierre, perché sei l'unico al mondo che con la sua presenza mi renda rispettabile anche questa casa!”.

Disse: “casa”; e per un attimo parve che avesse sulla lingua una parola più sprezzante; e, mentre pronunciava quella parola, gettò su quelle quattro pareti, su quel letto, sulla coperta che era scivolata per terra, uno sguardo tale che sotto il fascio di luce che prorompeva dai suoi occhi, tutte quelle cose brutte e volgari parvero farsi piccine e ritirarsi tremando davanti a lei, come se per un attimo quel miserevole spazio fosse veramente divenuto più grande.

Poi con un tono indicibilmente dolce e solenne soggiunse:

Che io possa morire di morte miserabile se all'infuori di mio marito e di te sono mai appartenuta ad altri o desideri altri nel mondo!” e, leggermente protesa in avanti, le labbra socchiuse, gonfie di vita, pareva attendere una risposta, una protesta appassionata della mia fiducia; ma non dovette leggere sul mio viso ciò che desiderava, poiché il mio sguardo teso ed ansioso si turbò, le palpebre batterono rapidamente e d'un tratto fu presso la finestra, volgendomi le spalle, la fronte schiacciata contro l'imposta, e il corpo scosso tutto da un pianto silenzioso ma così violento che le parole mi morirono in bocca e non osai toccarla. Afferrai infine una delle sue mani che pendevano come morte, e con le parole più calde che il momento mi suggerì, mi riuscì a poco a poco di calmarla, tanto che rivolgesse di nuovo verso di me la faccia inondata di lacrime, fino a che un sorriso, rompendo improvvisamente come un raggio a un tempo dagli occhi e intorno alle labbra, asciugò in un attimo tutte le tracce di pianto e allagò il viso di luce. Ed ora, riprendendo a parlare con me, incominciò il gioco più delizioso:

Vuoi vedermi un'altra volta? ebbene, ti farò venire da mia zia!” e con questa frase si trastullò senza fine, ripetendone forse dieci volte la prima parte, ora con dolce insistenza, ora fingendo una diffidenza infantile, poi sussurrandomi la seconda all'orecchio come fosse il più grande segreto, quindi indifferente, alzando le spalle e facendo boccuccia, come se si trattasse dell'intesa più naturale del mondo, e infine ripetendola allacciata al mio collo e guardandomi in viso carezzosa e ridente. Mi descrisse minuziosamente la casa, come si descrive la via a un bambino la prima volta che deve attraversare da solo la strada per andare dal fornaio. Poi si drizzò, si fece seria e – fissando su di me tutta la forza degli occhi raggianti, con tale intensità, che avrebbero potuto, pareva, trarre a sé anche una creatura inanimata – proseguì:

Ti aspetterò dalle dieci a mezzanotte e anche più tardi e sempre, e la porta in basso sarà aperta. Prima troverai un piccolo andito, ma non ti fermare, ci dà l'uscio della zia. Poi incontrerai una scala che ti condurrà al primo piano, e là sarò io!”. E chiudendo gli occhi, come presa da vertigine, gettò indietro la testa, spalancò le braccia e mi avvinse, e subito dopo s'era già sciolta dal mio abbraccio, e tutta chiusa nelle sue vesti, lontana e severa, e già fuori dalla stanza: era ormai giorno fatto.

 

© Paolo Melandri (16. 5. 2019)


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