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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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di Paolo Melandri
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Pubblicato il 19/05/2019 12:09:05

La traccia insidiosa con cui il tempo si allontana da noi.

Voi, predecessori, sangue nella scarpa. Sguardi senza occhi, parole senza bocca. Forme, prive di corpo. Discesi dal cielo, dispersi in seplocri lontani, resuscitati dai morti, ancora, sempre rimettendo ai nostri debitori, triste pazienza angelica.

E noi, ancora, sempre avidi del sapore di cenere delle parole. Non ancora, come dovremmo, muti.

Di' per favore, grazie.

Per favore. Grazie.

Risa antiche, di secoli. L'eco, immane, più volte spezzata. E il sospetto che nulla più verrà all'infuori di questa risonanza. Ma solo la Grandezza giustifica la mancanza contro la legge e riconcilia il colpevole con se stesso.

Uno, Kleist, colpito da questo udito troppo sensibile fugge con pretesti che non gli è concesso penetrare fino in fondo. Senza meta, in apparenza, segna la lacerata carta d'Europa con la sua traccia bizzarra. Dove io non sono, là è la felicità.

La donna, Gunderrode, confinata in quel cerchio ristretto, meditativa, perspicace, non segnata dalla caducità, risoluta a vivere per l'immortalità, a sacrificare il visibile all'invisibile.

Che si siano incontrati: vagheggiata leggenda. Winkel sul Reno, noi l'abbiamo visto. Un luogo adatto.

Giugno 1804.

Chi parla?

Nocche bianche, mani che dolgono, allora sono le mie. Allora vi riconosco e vi ordino di lasciare quello a cui vi siete aggrappate. Che cos'è. Legno, finemente arcuato, bracciolo di una poltrona. La fodera rilucente, di tinta incerta, azzurro argento. Splendente parquet a mosaico sul quale mi trovo io. Persone disseminate con naturalezza per la sala, come i sedili, in bell'ordine. Se ne intendono, bisogna ammetterlo. Non come noi in Prussia. Più sontuoso, più raffinato. Gusto, gusto. Loro lo chiamano cultura, io lusso. Mantenersi cortese e tacere, per quel po' di tempo.

Questo mese, è deciso, pensa Kleist, voglio tornare. Silenzio però. Come mi sento io non riguarda nessuno, e me meno di tutti. Una battuta di cui sarei fiero se fosse mia. Eventualmente la userò per spaventare quel povero consigliere aulico.

Lo seguo come un agnello, contraddire è un segno di malattia. In grado di viaggiare? Ma certamente, diamogliela vinta, al dottor Wedekind. Per dio e per il diavolo, io sono sano. Sano come quel matto incatenato alla rupe, Prometeo. Quello vive mille anni e anche più a lungo. Brucio dalla voglia di chiedere al dottore dov'è quell'organo che ricresce, e se non me lo tira via per far arrabbiare gli avvoltoi. Niente pesanti confidenze con il mondo degli dèi. Essere mortale, pio desiderio.

Buffonate. Delle quali questi qui, nella loro regione serena, non sanno niente. Che io non mi possa mescolare a loro. Tè con intrattenimento, diceva l'invito. La parete dietro a me, bene. Questa luminosità. Sulla sinistra la fila di finestre, ampio panorama. Un paio di case del paese in primo piano, lungo una strada in pendio. Terreno a prato con qualche albero. Poi il Reno, questo fiume indolente. E lontano, stagliata nitidamente, la catena delle colline uniformemente fluttuante. Al di sopra, ignaro azzurro, il cielo.

La signorina accanto alla finestra mi toglie la vista del paesaggio.

Sì: la giustezza assoluta della natura. La Gunderrode, ipersensibile alla luce, si protegge gli occhi con la mano, si sposta dietro la tenda. Degno è il dolore di stare a cuore agli uomini, e di esser tuo confidente, o natura! Son giorni e giorni che questo verso non mi esce dalla testa. Quel pazzo poeta. Cercare conforto in un folle – come se non sapessi cosa significa. Già penso che avrei fatto bene a restare al convitto, nella verde penombra della stanza, sopra quel lettuccio, prevenire il mal di testa, invece che venire qui da Francoforte in quella carrozza orribilmente traballante, restare silenziosa, scostante, e sciupare agli altri l'atmosfera. Mi lasciano stare ora, tollerano il mio distacco come un'estrosità, non chiedono altro se non che io estrosa mi mostri, di tanto in tanto. Invece, per finzioni e compiacenze mi manca la voglia, ora e sempre. Non provo inclinazione per nessuna delle cose che il mondo propugna. Le sue esigenze, le sue leggi e i suoi disegni, mi pare tutto quanto così insensato.

Quel peso sul petto, già dal mattino, da quel sogno che ora riaffiora. Insieme a un gruppo di persone lei camminava in una zona arida e dolce, estranea e al tempo stesso familiare, nel suo fluente abito bianco, fra Savigny e Bettina. Savigny d'improvviso portò all'altezza della guancia un arco, lo tese, prese la mira con un dardo smussato. Allora lei vide: al margine del bosco il capriolo. Il grido di spavento che si sentì sfuggire arrivò come sempre troppo tardi, il dardo lo raggiunse. Il capriolo, colpito alla gola, si abbatté al suolo. Accanto a lei Bettina, che non la perdeva d'occhio, fu la prima a rendersi conto della sciagura. Lina! esclamò con un lamento. La Gunederrode capì: lei stessa era stata ferita, al collo, non c'era bisogno di toccarselo. Lo scialle bianco di Bettina si tinse di rosso tanto che la Gunderrode non poté non stupirsi dell'intensità che hanno i colori nel sogno. Trovava così naturale morire dissanguata. Ed ecco sorgere dinanzi a loro dal terreno il tetto basso di una tenda, e sotto, chinata, una creatura pelosa, una specie di gnomo, che rimescolava una disgustosa brodaglia fumante dentro una pentola. E una mano – la sola che sapesse cosa era necessario fare – si immergeva senza timore nella brodaglia, che non scottava, ma leniva, e la cospargeva sulla ferita che lei aveva nel collo. L'incantesimo agì all'istante. Sentì la ferita rimarginarsi, scomparire. Svegliandosi si toccò quel punto: una pelle delicata, illesa. È questo che io posso avere da lui: l'ombra di un sogno. Si proibì di piangere e dimenticò il sogno e il motivo della sua tristezza.

Ora comprende: la mano era quella di Savigny.

Ma perché al collo? Non così è stabilito. Lei conosce il punto sotto il seno su cui deve appoggiare il pugnale, un chirurgo, che lei ha scherzosamente interrogato in proposito, gliel'ha indicato premendovi sopra il dito. Da allora, se si concentra, avverte quella pressione e di colpo è tranquilla. Sarà facile e sicuro, deve solo fare attenzione ad avere l'arma sempre con sé. Quel che pensiamo abbastanza a lungo e sovente non fa più nessuna paura. I pensieri si logorano come monete che passano da una mano all'altra o come immagini evocate di continuo dinanzi agli occhi della mente. In qualunque luogo lei può vedere disteso il suo cadavere, senza trasalire, anche laggiù in riva al fiume, su quella lingua di terra sotto i salici su cui sosta il suo sguardo. C'è solo da augurarsi, pensa, che a ritrovarla sia un estraneo, uno coi nervi saldi e che dimentica in fretta. Lei si conosce, conosce la gente, si aspetta di venir dimenticata. I gesti clamorosi li evita finché è possibile. Ha la sfortuna di essere appassionata e orgogliosa, quindi di essere mal giudicata. Così si tiene a freno con briglie che tagliano la carne. Può anche andare, si vive. Pericoloso diverrebbe se cedesse all'impulso di allentare le briglie, di partire, e se poi, nella corsa più sfrenata, andasse a cozzare contro quell'ostacolo che gli altri chiamano realtà e di cui lei, glielo rimprovereranno, non si fa il giusto concetto.

Che disposizione provvidenziale che i pensieri non ci passino sulla fronte quali scritte visibili. Come niente qualunque occasione di stare insieme, anche una innocua come questa, si trasformerebbe in un incontro tra assassini. Oppure impareremmo a elevarci al di sopra di noi stessi, a guardare senza odio in quegli specchi deformanti che gli altri sono per noi. E senza l'impulso a frantumare gli specchi. Ma per questo, lei lo sa bene, non siamo fatti.

 

© Paolo Melandri (19. 5. 2019)


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