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Una notte magica [ Magie e cunicoli spaziotemporali ], Aa. Vv.
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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Giustizia

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 23/05/2019 21:26:47

Ero seduto in mezzo al giardino. Davanti a me il viottolo coperto di ghiaia saliva tra due prati verdepallido fin dove l'erta cessava e lo steccato dipinto di verde scuro si profilava nitido sul chiaro cielo primaverile. Dove terminava il viottolo, nello steccato c'era una porticina. Nell'aria limpida e sottile le api andavano e venivano tra gli alberi rosei dei peschi in fiore. Ed ecco che in alto cigolò la porticina e per primo balzò nel giardino un cane, un levriero grande e aggraziato dalle lunghe zampe. Dietro al cane entrò, chiudendo dietro di sé la porticina, un giovane angelo biondo e snello, uno degli snelli paggi di Dio. Portava calzari a punta rialzata, al fianco gli pendeva una lunga spada e nella cintura aveva uno stiletto. Gli copriva il petto e le spalle una fine corazza d'un azzurro metallico, che brillava al sole, e petali bianchi cadevano sopra i suoi lunghi e folti capelli d'oro. Così scendeva per il viottolo, la figura esile e delicata serrata in un giustacuore color di smeraldo, le maniche rigonfie dalla spalla al gomito, di lì strette sino alle nocche delle belle mani. Camminava lentamente, con grazia, la mano sinistra giocava con l'impugnatura dello stiletto, il cane saltava nell'erba lungo la via del padrone, alzando di quando in quando lo sguardo verso di lui con amore. Ora non era più lontano di quanto getta la palla un bimbo di cinque anni.

Mi rivolgerà la parola quando sarà qui?”.

Nel prato il bambino del giardiniere giocava coi fiori caduti. Si avvicinò traballando all'angelo e gli guardò i piedi. “Che belle scarpe hai, molto belle!” disse. “Sì,” disse l'angelo “lo credo bene, vengono dal mantello della Madonna”.

Vidi ora che le scarpe erano di drappo d'oro, intessuto di non so quali fiori o frutti rossi. “Un giorno il santo apostolo Pietro rincorreva la Madonna,” disse l'angelo al bambino “perché aveva qualcosa da dirle, e lei non lo sentì e non si fermò. E allora egli le corse dietro e nella fretta mise un piede sullo strascico del mantello e ne strappò un lembo. Così il mantello fu messo da parte e ne furono ritagliate delle scarpe per noi”. “Molto belle sono le tue scarpe!” ripetè il bambino. Quindi l'angelo riprese il suo cammino lungo il viottolo che l'avrebbe condotto davanti alla mia panchina. Un'indicibile esaltazione mi invase al pensiero che avrebbe parlato anche con me. Ché sulle parole semplici che balzavano dalle sue labbra era diffuso uno splendore, come se intanto pensasse a tutt'altro, pensasse in segreto e con giubilo represso a beatitudini del paradiso. Ed ecco che stava davanti a me. Lo salutai togliendomi il cappello e mi alzai. Quando sollevai lo sguardo l'espressione del suo viso mi spaventò. I lineamenti erano di meravigliosa finezza e bellezza, ma gli occhi azzurri avevano uno sguardo cupo, quasi minaccioso, e i capelli d'oro non avevano nulla di vivo, ma mandavano un sinistro luccichio metallico. Accanto gli stava il cane, una zampa davanti graziosamente sollevata, e mi guardava anche lui con occhi attenti.

Sei un giusto?” chiese l'angelo severamente. Il tono era altero, quasi sprezzante. Tentai di sorridere: “Non sono cattivo. Voglio bene a molta gente. Ci sono tante belle cose”. “Sei giusto?” ripeté l'angelo. Pareva che non avesse neppure udito quel che dicevo; nelle sue parole c'era un'ombra dell'impazienza di un signore che ripete a un servo un ordine che non ha capito subito. Con la destra trasse un poco lo stiletto dal fodero. Mi feci inquieto; cercai di comprenderlo, ma non mi riuscì; il mio pensiero si spense, incapace di afferrare il senso vivo di quella parola; davanti al mio occhio interno stava una parete nuda; tentavo invano, penosamente, di raccogliere i miei pensieri. “Ho afferrato così poco della vita,” dissi finalmente “ma talvolta m'invade un grande amore e allora nulla mi è estraneo. E sicuramente allora sono giusto: ché mi sembra di comprendere tutto, come la terra esprima alberi fruscianti e come le stelle ruotino sospese nello spazio, e di tutto l'essenza più fonda, e tutti i moti degli uomini…”.

Mi arrestai sotto il suo sguardo sprezzante, schiacciato da una tale consapevolezza della mia insufficienza che mi sentii arrossire di vergogna. Lo sguardo diceva chiaramente: “Che vano, odioso chiacchierone!” Né c'era traccia di comprensione o di pietà.

Un sorriso altero increspava le labbra sottili. “Giustizia è tutto,” disse “giustizia è la prima cosa, giustizia è l'ultima. Chi non lo comprende morrà”. Così dicendo mi voltò le spalle e a passi elastici prese la via in discesa, scomparve dietro la pergola del caprifoglio, riemerse poi e infine scese per la scala di pietra; scomparendo a tratti, prima le gambe snelle fino al ginocchio, poi i fianchi, infine le spalle con la scura corazza, i capelli d'oro e il berretto color di smeraldo. Dietro di lui correva il cane, si disegnò in contorni nitidi e delicati sul primo ripiano della scala e balzò poi d'un tratto nell'invisibile.

 

© Paolo Melandri (23. 5. 2019) [Questo racconto è così conchiuso e terminato.]


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