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ANNIVERSARIO PROUST: 10 luglio 1871 - 10 luglio 2019
Una notte magica [ Magie e cunicoli spaziotemporali ], Aa. Vv.
Presentazione il 22 settembre 2019, ore 17 presso il Villaggio Cultura – Pentatonic
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Alta Piana

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 28/05/2019 19:39:53

Attraverso le ombre del fumo mi sembrò di intravedere più volte l'ombra del mostro, ma sempre troppo fuggevolmente per aver agio di colpirlo. Inoltre, nel vortice, false immagini mi trassero in errore, sicché infine mi vidi sperduto nella selva. E udii un fruscio e il pensiero m'intimorì che la fiera mi avesse aggirato per assalirmi alle spalle. Per esser sicuro da tal pericolo mi inginocchiai sul terreno, tenendo presso di me il fucile e avendo alle spalle, per difesa, un roveto.

Avviene che in simili situazioni a volte il nostro occhio si arresti sulle minime cose; ed io osservai, inginocchiandomi, una pianticella in fiore, e riconobbi il rosso “uccellino di bosco”. Mi dovevo dunque trovare là dove mi ero spinto un giorno assieme a fratello Ottone, cioè assai presso la cima del colle di Cranio di Corvo. E veramente, con un breve cammino, riuscii a raggiungere la non vasta cima, che al modo di un'isola sporgeva dall'onda di fumo.

Di qui vidi la radura presso Cranio di Corvo illuminata da pallidi riflessi di luci; ma il mio sguardo ne venne distratto verso un punto lontano nella profondità dei boschi, ove scorsi, minuscolo e costruito quasi di rossa filigrana, un castello, con i suoi pinnacoli e le rotonde torri, in fiamme; e rammentai che sulla carta di Fortunio quel punto era designato come la «Residenza meridionale». Quell'incendio mi rivelò che l'audacia del principe e di Brandimarte li aveva condotti sino alle gradinate stesse del palazzo e a colpire quivi; e come sempre, quando vediamo la prova di un'azione animosa, un sentimento di gioia mi gonfiò il petto. Ma tornandomi nella memoria la risata trionfante del Forestaro, il mio sguardo ansioso perlustrò Cranio di Corvo; e io vidi cose il cui spudorato orrore mi fece impallidire.

I fuochi che illuminavano Cranio di Corvo davano ancora riflessi e bagliori, ma similmente a una coppa argentea che sia coperta da uno strato di bianca cenere. Il riflesso ne cadeva sulla capanna dello scorticatore e per la porta spalancata, colorando di rossa luce il teschio che ghignava, fissato all'architrave. Da varie tracce, evidenti sul terreno attorno alle zone arse e nell'interno della capanna, e di cui non voglio dire, si poteva indovinare che i lemuri avevano colà tenuta una spaventosa festa, e i resti ne giacevano ancora sul luogo. Noi uomini guardiamo simili stregonerie orrende trattenendo il respiro e come a un mondo inconcepibile.

Sia sufficiente il dire che il mio occhio scoprì fra i teschi da lungo tempo scarnificati ancora altre due teste nuove, erette in cima a lunghe pertiche: quelle del principe e di Brandimarte. Dalle punte di ferro, al cui uncino erano infilate, esse fissavano i bracieri, che andavano ingrigendo nello spegnersi. Al giovane principe i capelli erano divenuti bianchi, ma i tratti del suo viso erano più nobili ancora di quella suprema bellezza che solamente il dolore educa e forma.

Le lacrime mi scesero per il viso a quello spettacolo, quelle lacrime nelle quali meravigliosamente con il dolore si confonde un moto di entusiasmo. Su di quella pallida maschera, donde la pelle pendeva a brandelli e che elevata sul palo del martirio di là considerava, a terra, il fuoco, vi era l'ombra di un sorriso di suprema dolcezza e serenità; e indovinai che in quel giorno, a ogni nuovo passo, ogni debolezza era caduta da quel nobile spirito come gli stracci da un re, che vada travestito da mendicante. Allora un brivido mi percorse: intesi come costui fosse degno dei suoi lontani antenati vincitori di mostri; egli aveva vinto, nel proprio petto, il drago che ha nome spavento. Ora finalmente fui libero da ogni dubbio: vi erano ancora tra di noi uomini nobili, e nel loro cuore viveva sempre la conoscenza dell'ordine e dei valori di cui la loro nobiltà ci era conferma. E poiché gli alti esempi ci muovono all'imitazione, io giurai, di fronte a quel capo mozzo, che in futuro, in qualsiasi istante, avrei preferito morire in solitudine tra uomini liberi piuttosto che trionfare in mezzo a un branco di servi.

I tratti del viso di Brandimarte invece erano immutati: dall'alto della sua stanga egli guardava con lieve ribrezzo e con scherno Cranio di Corvo, e l'espressione era di calma voluta, come chi sia preso da crampi dolorosi e non ne lasci apparire traccia in volto; né mi avrebbe sorpreso il vedere fisso nell'occhiaia il monocolo, che egli usava portare quando era vivo. I suoi capelli erano ancora neri e lucenti, e compresi che al momento giusto egli aveva ingoiata la pastiglia, che ogni Mauretano porta con sé. Codesta è una capsula di vetro colorato, che nel momento della minaccia più grave si pone in bocca; un morso è quindi sufficiente a rompere la capsula, nella quale è racchiuso un veleno di grande potenza. Questa è una procedura che nel linguaggio dei Mauretani si usa denominare «appello di terza istanza», in risposta al terzo grado di violenza; e la procedura risponde all'idea che quell'ordine si è formato della dignità umana. Si ritiene cioè che la dignità umana possa essere minacciata dal sopportare la bassa violenza, e ci si attende che ogni Mauretano sia pronto, a ogni ora, a rispondere all'appello mortale. Tale fu dunque l'ultima avventura di Brandimarte.

Non so quanto io sostassi colà, fissando impietrito quello spettacolo e quasi fuori dal tempo; ero caduto in una specie di sogno, pur vegliando, e avevo scordato l'incombere del pericolo. Ma in tale stato sonnambulare si procede fra i pericoli senza prudenza e tuttavia in comunione con l'intima anima delle cose. Io salii sulla radura di Cranio di Corvo, e quasi in una ebbra visione le cose mi apparvero chiare, eppure intime nel mio essere, come se conosciute e amiche già nei favolosi paesi dell'infanzia. I teschi pallidi fissati ai vecchi alberi mi guardavano interrogandomi e udivo i colpi echeggiare per la radura, il pesante ronzare del bolzone della balestra e l'acuto fischio della palla da schioppo. I colpi mi passavano così vicini da agitarmi i capelli sulle tempie, ma io ne avevo la percezione solamente al modo di una melodia che accompagnandomi segnasse il ritmo del mio passo.

Giunsi, alla luce delle fiamme residue, sino alla dimora dell'orrore e abbassai verso di me l'asta che portava la testa del principe. Con ambedue le mani la estrassi dalla punta di ferro e la deposi nella sacca di cuoio. Mentre inginocchiandomi adempivo questa cerimonia, sentii un forte colpo alla spalla. Un proiettile doveva avermi toccato, ma non provavo dolore e neppure vedevo sangue sulla mia giubba; e tuttavia il braccio destro pendeva paralizzato. Come se ridesto dal sonno, ora mi guardai attorno e mi affrettai a rientrare con il mio nobile trofeo nel bosco. Avevo dimenticato il fucile colà ov'era il rosso fiorellino, né ormai poteva più servirmi. Mi affrettai perciò a ritrovare il luogo ove avevo lasciato i combattenti.

Quivi era silenzio e le fiaccole non davano più luce. Un bagliore di rossa bragia vagava ancora fra i cespugli bruciati, e a quel barlume di luce l'occhio vedeva giacere sull'oscura terra i cadaveri dei lottatori e i cani uccisi, gli uni e gli altri mutilati e straziati spaventosamente. Belovar giaceva in mezzo ad essi, presso il tronco di una vecchia quercia, e il capo era spaccato e il sangue fluendo aveva macchiata la bianca barba. Anche la bipenne al suo fianco e il largo pugnale che la sua destra stringeva ancora saldamente erano rossi di sangue. Ai suoi piedi agonizzava il fedele molosso Leontodonte, il corpo segnato da ferite, e nel morire gli leccava la mano. Il vecchio aveva combattuto bene, attorno a lui giaceva una corona di uomini e di cani, ch'egli aveva uccisi, e così aveva trovato una morte degna di lui, nel pieno tumulto della lotta, dove rossi cacciatori perseguono per i boschi rossa selvaggina, e morte e voluttà sono profondamente confuse. Io fissai a lungo gli occhi dell'amico morto e con la mia sinistra gli posi sul petto un pugno di terra. La grande madre, di cui aveva compiute le selvagge feste ricche di sangue, è orgogliosa di simili figli.

 

© Paolo Melandri (28. 5. 2019)


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