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di Paolo Melandri
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Pubblicato il 30/05/2019 14:27:43

Roberto non era stupito di essere stupito. Che oramai si fosse abituato a precipitare da un'esistenza all'altra?

Il mondo aveva smesso di pestare, sbandare, oscillare; invece di mugghii e scricchiolii, alle orecchie gli giungeva il suono di flauti e violini, al cupo chiarore delle lampade a olio era subentrato uno straordinario sfavillio di luci: e tutto era successo da un momento all'altro. Lui ancora barcollava, la testa gli ronzava e lo stomaco afflitto dal mal di mare non gli dava tregua.

Questa volta si ritrovò in un'ampia sala ovale dall'alto soffitto e dalle colonne di marmo rosato. Sul parquet tirato e lucido come uno specchio, dame incipriate e splendidamente vestite, e signori con nivee parrucche, si esibivano in una danza da marionette. Sullo sfondo c'era l'orchestra e lungo le pareti erano schierati i lacchè in divisa grigio-azzurra. Nessuno gli prestava attenzione.

Solo dopo qualche tempo, all'improvviso due servitori – due spilungoni con le casacche gallonate e i pantaloni stretti al ginocchio – si precipitarono verso di lui. Lo afferrarono con una certa energia facendogli male, e stavano già per portarlo via quando una delle dame, la più giovane di tutte, avendo visto la scena, piantò in asso il suo stupefatto cavaliere e si avvicinò a Roberto. I suoi occhi nero-blu e leggermente obliqui sfavillavano.

Cosa vi salta in mente? Non vedete che quest'uomo è malato? – investì i due servitori. – Lasciatelo andare, accompagnatelo subito nei miei appartamenti e fate venire il mio medico personale. Che si occupi immediatamente di lui!

Molto bene. Come Vostra Altezza comanda, – sussurrarono i lacchè.

La giovane, che aveva forse diciassette anni, lanciò a Roberto uno sguardo pieno di curiosità, si voltò, diede la mano al cavaliere che l'aveva seguita, e riprese a ballare come se niente fosse.

Con una scrollatina di spalle, i due servitori condussero Roberto in un salottino elegantemente arredato e lo lasciarono solo. Lui si accomodò su uno stretto sofà, rivestito di seta a strisce bianche e gialle. Quando si fu ripreso almeno in parte dal mal di mare, tornarono a ronzargli in testa le vecchie domande: dove sono? e soprattutto quando sono? Essendo troppo esausto per cercare una risposta, le scacciò come mosche. Ma almeno qui non doveva vedersela con una lingua sconosciuta, sebbene l'italiano parlato da quelle parte gli sembrasse piuttosto legnoso.

Arrivò il medico, un brontolone ingrigito, che non indossava un camice bianco e nemmeno un vestito nero, bensì un'uniforme marrone con cordoncini d'argento, e quasi assomigliava a un portiere d'albergo. Visitò Roberto superficialmente, gli toccò la fronte, accostò l'orecchio al petto, scosse la testa e bofonchiò fra sé e sé: – Non è niente, ha solo bisogno di un po' di riposo –. E senza degnare Roberto di uno sguardo a passettini lasciò la stanza.

Potevano essere passate alcune ore – successivamente ricordò di avere fatto sogni confusi – quando, svegliato da una risatina sommessa, Roberto vide entrare la sua protettrice, seguita da un signore compassato, dall'aria arrogante, che a sua volta indossava un'uniforme, molto più sontuosa e ornata d'oro di quella del medico.

Allora, come sta il fanciullo che ha avuto l'ardire di sorprenderci durante il ballo in maschera?

Meglio, molto meglio, – rispose Roberto. – Grazie per avermi aiutato. Ci mancava poco che quei due zoticoni mi buttassero fuori.

Vorrei ricordarvi che siete a corte, giovanotto, e richiamare la vostra attenzione sulla circostanza che è fatto obbligo rivolgersi a Sua Altezza la Principessa d'Aosta con l'appellativo di Vostra Altezza serenissima, – si intromise l'uomo con i galloni dorati, gettando a Roberto uno sguardo di riprovazione.

Dio mio, – pensò Roberto, – ci mancava anche una principessa in carne e ossa! E magari devo rivolgermi a lei con espressioni assurde come “Vostra Altezza si compiaccia di consentirmi”, e così via… Complicatissimo, non è mica più facile del francese o del latino. E l'altro chi sarà? Un maggiordomo? O si diceva maresciallo di corte?”

Vostra Altezza vorrà perdonarmi, – disse sperimentando quella nuova lingua, – ma sono nuovo da queste parti e non conosco le usanze di lorsignori.

Oh, non fa niente, – rispose la Principessa. – Qui siamo fra di noi, e quanto all'etichetta… avrai modo di impararla. Mi sei simpatico. E poi sono curiosa. Come ti chiami, e di che ceto sei? E non essere così timido, se è lecito dirlo.

Roberto è il mio nome e… – Ma qui iniziò a balbettare perché proprio non sapeva cosa rispondere. – … e sono di ceto né troppo alto né troppo basso, credo, – disse infine.

La Principessa rise.

Se vuoi posso darti una mano. Non dovrebbe essere difficile. Che ne pensate, caro Messeri? – disse rivolgendosi al dignitario. – Non sarebbe un buon paggio? Certo non con questa ridicola tenuta. Fate in modo che abbia vestiti decenti e procurategli un alloggio al castello. Il resto, mio piccolo Roberto, si accomoderà.

Il ciambellano non sembrò particolarmente entusiasta di questo incarico, ma non ebbe altra scelta. Fece un inchino e attraverso riecheggianti corridoi e ampie scalinate condusse Roberto in una maleodorante stanzina sottotetto, dove un omino grigio era il padrone assoluto di alcuni giganteschi armadi. Accolse Roberto con ripetuti inchini, mentre il ciambellano o maggiordomo o cos'altro era quel pallone gonfiato, prima di scomparire a mo' di commiato gli lanciò uno sguardo gelido.

Per la prova ci vollero alcune ore. Da armadi e bauli, il vecchio sarto faceva comparire un abito dopo l'altro, ma non era mai soddisfatto di come cadeva. Alla fine Roberto vide nello specchio un signore che stentava a riconoscere: indossava un gilè di broccato color vinaccia con bottoni d'argento, un fazzoletto di pizzo, calze di seta color pesca, una giacca di raso con polsini ricamati, e, da non credersi, una parrucca incipriata biondo chiara. Stava quasi per stropicciarsi gli occhi, ma preferì non farlo: ormai sapeva come poteva andare a finire.

Questi costumi fantastici esistevano solo a Hollywood o nei libri di fiabe. Oppure era finito in un tempo ancora più lontano? Gli vennero in mente i cioccolatini con il ritratto di Mozart o quell'opera che un'estate aveva visto all'aperto, nel parco di un castello. Barocco o rococò? Non che ne avesse un'idea precisa, però aveva l'impressione che questa volta fosse tornato indietro almeno due o trecento anni. A sua madre quell'ambiente sarebbe piaciuto: alla televisione non si perdeva nemmeno un matrimonio reale e sapeva tutto di tutti sulle corti europee. A Roberto invece quelle vicende non interessavano per niente.

Adesso invece, ancora intontito dalle novità, doveva farsi comandare a bacchetta da un nuovo maggiordomo meno importante al quale era stato assegnato. Era un tipo davvero grossolano che si presentava sempre con un atteggiamento tronfio, salvo poi farsi piccolo piccolo ogni volta che incontrava un superiore. Assegnò a Roberto una camera in un'ala laterale del castello e gli indicò dove, con le altre cariche della corte, al capo estremo di una lunga tavolata, poteva mangiare. La stanza era un indubbio progresso rispetto al ripostiglio del sarto, e anche i pasti, se paragonati al magro pane della moglie del pastore, erano abbondanti. Ben presto però Roberto si accorse che Venaria non era un paradiso; sin dal giorno successivo infatti iniziò l'addestramento.

Cosa? Non sai tirare di scherma? E non sei mai stato a caccia? Un bell'impiastro! Ma almeno sai ballare? No? Probabilmente hai letto troppi libri. Di gente così non sappiamo che farcene. Per non parlare poi dell'educazione! Hai ancora molto da imparare se vuoi fare strada a corte. E non credere che la protezione della Principessa ti possa servire molto. Sappiamo come stanno le cose. Ha cercato di farsi bello, il furbetto! Aspetta che il Principe lo venga a sapere. Con Sua Altezza Serenissima c'è poco da scherzare: l'unica figlia la protegge come la pupilla dei suoi occhi. Sei proprio uno sprovveduto! E a cavallo almeno ci sai andare?

Sì, a cavallo Roberto sapeva andare. Alle lezioni con il maestro di scherma invece non si divertiva e si sentiva in imbarazzo a girare tutto il santo giorno con la spada. Anche le bevute con i suoi nuovi spocchiosi amici gli creavano qualche problema. Si accorse che puzzavano: evidentemente al castello non c'era l'abitudine di lavarsi ogni giorno e Roberto aveva chiesto invano un pezzo di sapone. Sotto i sontuosi gilè di raso, i signori portavano le camicie fino a quando non avevano i bordi neri come le loro unghie.

La cosa peggiore però era che non poteva esibire antenati. La gente parlava di continuo degli alberi genealogici e delle persone con cui era imparentata. Roberto sapeva che non poteva fare sfoggio citando sua nonna. Anche prescindendo dal fatto che non era ancora nata, si chiamava Maria Sarti e non aveva nemmeno uno straccio di titolo nobiliare. E invece non era questo che contava per quella gente. “Il mio signor padre, il barone di Capri”, “il mio illustre cugino”, “mia zia, una Sassonia-Gotha-Altenburg”: tutto il giorno con questa solfa. Solo Roberto era sempre solo Roberto. Il che era abbastanza comodo, ma alla lunga imbarazzante.

Anche il modo come parlavano gli procurava qualche grattacapo. Quando era arrivato aveva creduto che sarebbe finalmente tornato a parlare la sua lingua e questo lo aveva reso felice. Ma non era così semplice e la sua felicità era stata prematura. Ad esempio non si poteva dire “Il Principe vuole” o “Il Principe vorrebbe”. La formula giusta era: “Sua Altezza si degna di comandare”. Altre volte Roberto aveva l'impressione di studiare francese. Doveva imparare parole che non aveva mai sentito prima. Come faceva a sapere cos'era una gavotte, un'assemblée, un tesoriere, o un fidecommisso? Neanche le cose più comuni si chiamavano come era abituato a chiamarle. Un soggiorno qui era un salon, o un boudoir, a seconda dei casi, oppure anche un gabinetto o una salle de compagnie. Col tempo però si rese conto che gli bastava tenere aperte le orecchie e dopo qualche settimana le espressioni della gente del luogo gli uscivano di bocca senza problemi.

 

© Paolo Melandri (30. 5. 2019)


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