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Una notte magica [ Magie e cunicoli spaziotemporali ], Aa. Vv.
Presentazione il 22 settembre 2019, ore 17 presso il Villaggio Cultura – Pentatonic
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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La madre

di Eliana Farotto
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Pubblicato il 12/06/2019 18:55:51

Era in mare su una piccola barca di legno che ondeggiava piacevolmente.  C’era il sole ma non scottava, l’aria era tiepida. Improvvisamente il vento faceva rollare l’imbarcazione, il cielo diventava grigio, si alzavano onde altissime, da lontano sentiva delle voci, qualcuno stava chiedendo aiuto, aveva fame, ma lui non lo vedeva, la sua barca stava per rovesciarsi….

Si svegliò agitato, solo un lieve chiarore filtrava nella stanza dai lampioni in strada. Era nel suo letto, il letto matrimoniale che occupava da solo.  Guardò la sveglia, le 4, tra poco si doveva alzare.

Salvatore faceva il fornaio, aveva imparato da bambino a fare il pane. A vent’anni dalla Calabria si era spostato a Milano e lavorando sodo aveva potuto mettere via i soldi per sposare Teresa, e prendere una casa in affitto in un nuovo quartiere che stava sorgendo nella periferia sud-ovest.

“Perché lavorare sotto padrone?” gli aveva detto sua moglie e così era iniziata la loro avventura, con i risparmi avevano aperto una panetteria dove lavoravano entrambi. Una vita faticosa, ma loro erano giovani e innamorati, il lavoro non gli pesava.

La periferia brulicava di giovani coppie come la loro, chi veniva dal Sud, che dal Veneto o dal Piemonte, tutti lavoravano, il successo e il benessere erano a portata di mano. Potevano comprare a rate il frigorifero, la lavatrice e se mettevano via più soldi, tra qualche anno avrebbero potuto permettersi una 500 con cui andare a trovare i parenti.

Quando Teresa gli disse che era incinta Salvatore si sentì orgoglioso, ma anche preoccupato, non potevano permettersi un lavorante. La pancia cresceva ma Teresa non si assentò mai, senza lamentarsi stava in negozio, a servire il pane, le gambe le si gonfiavano ma lei continuava a sorridere.

Nacque Maria Adele, le diedero il nome di entrambe le nonne. Teresa allattava in negozio, prendendosi delle brevi pause quando non c’erano clienti.

Erano fortunati e cominciarono a chiudere un occhio se qualche mamma con bambini diceva di mettere in nota o se qualche anziano non aveva tutti i soldi per pagare. Iniziarono a regalare il pane a fine giornata. I soldi messi da parte crescevano lentamente, ma loro erano felici così.

Nacquero Daniela e Carmen, dopo tre femmine rinunciarono al maschio che Salvatore tanto desiderava.

Nel frattempo la città cresceva, un lavorante aiutava nel forno e marito e moglie si alternavano in negozio.

Salvatore non si ricordava come fossero passati gli anni, i capelli si erano fatti sale e pepe, alcuni amici erano tornati al paese, altri si erano arricchiti e avevano cambiato zona di Milano. Loro avevano fatto studiare le figlie, avevano comprato un bilocale e i muri della panetteria. Niente vacanze, vita dura. La figlia più grande si era sposata, le altre due avevano cambiato città.

Poi Teresa si era ammalata, il cancro li aveva colti impreparati, avevano ancora molti anni da passare insieme. Lei non si era arresa, aveva insistito perché Salvatore non mancasse dalla panetteria, molte persone dipendevano dalla loro generosità.

La loro panetteria era rinomata per il pane molto soffice: il motivo era la lievitazione che avveniva per merito della pasta madre che Teresa e Salvatore avevano creato e da anni mantenevano con perseveranza. La fermentazione acida era molto più lenta e richiedeva una lavorazione più complessa, ma Salvatore aveva sempre fatto il pane così, mettendoci le sue tradizioni e la sua passione.

Pochi giorni prima di morire Teresa aveva affidato la “madre” a Salvatore chiedendogli di mantenere in vita quanto avevano realizzato insieme, ricordandogli che molte persone avevano bisogno di loro, del pane caldo che loro donavano con umiltà e gli altri ricevevano con riconoscenza.

Salvatore non aveva saputo dire di no, aveva promesso e adesso che stava per compiere settant’anni continuava a lavorare da solo nel vecchio negozio.  I capelli erano ingrigiti, la sua schiena si era curvata e le figlie continuavano a dirgli di smettere, di cominciare a fare il nonno a tempo pieno, ma lui non se la sentiva di infrangere la promessa fatta a sua moglie.

Si alzò, si lavò e si recò nel forno che distava poco da casa. L’impasto, che aveva lievitato tutta la notte, era pronto per essere trasformato in filoni, pagnotte, panini dolci e salati. Rinfrescò la pasta madre impastandola con farina e acqua. 

Il negozio era chiuso, ma prima che sorgesse il sole qualcuno avrebbe bussato e Salvatore, pulendosi le mani nel grembiule, gli avrebbe consegnato il pane caldo, aiutandolo ad affrontare una dura giornata lavorativa.

Anche oggi avrebbe preparato le focacce per i bambini che andavano a scuola, la pizza per chi non poteva permettersi un pranzo più sostanzioso, avrebbe sorriso agli anziani che faticavano ad aprire la porta. Molti dei suoi clienti lo avrebbero salutato chiamandolo per nome e lui in quei momenti, anche se stanco, si sarebbe sentito bene.

Il suo pane era lì, non solo riempiva gli stomaci, riscaldava i cuori. Ricordava sempre quello che Teresa, appena ventenne gli aveva detto: il loro lavoro era il più importante del mondo, solo il pane rende buoni gli uomini. Teresa aveva creato la “madre” e lui manteneva la promessa, il suo non era un lavoro, era una liturgia, fare il pane era la sua preghiera per un mondo migliore. 

 

Racconto premiato, Premio  Nazionale Letteratura Italiana Contemporanea,  7° edizione anno 2019, pubblicato nell’antologia “Un pensiero di fine giornata”, AAVV,Laura Capone Editore, Roma maggio 2019.

 


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