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"Il Giardino di Babuk - Proust en Italie" VI Edizione 2020
Intervista a Sara Galeotti, I classificata sezione B: Racconto breve
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Il viaggio

di Eliana Farotto
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Pubblicato il 30/06/2019 09:51:19

Il viaggio

Racconto secondo classificato, Premio Letterario nazionale “È meglio scrivere…(racconti)”,III edizione  anno 2018, Associazione Culturale I.C.S.  Roma, pubblicato sull’antologia di poesie e racconti, Youcanprint.

 

Chiuse il libro e lo appoggiò sul mobile che faceva le veci del comodino, dove altri volumi attendevano di essere letti.

Sfilò gli occhiali e li appoggiò con delicatezza sulla copertina rigida del romanzo di Nadine Gordimer. Non era mai stata in Sud Africa e non avrebbe mai passeggiato per Città del Capo.

Dal letto alzò gli occhi al soffitto e si disse che forse, a fine primavera, avrebbe fatto imbiancare la stanza.

Nell’angolo a sinistra, poco sopra alla porta notò un’ombra grigia.

Teresa, scostò le coperte. Appoggiò i piedi a terra e infilò le ciabatte. Si stirò la schiena e camminando lentamente, con la mano destra appoggiata sul fianco, si avvicinò al muro. L’ombra grigia era una sottile ragnatela, dopo avrebbe preso lo spazzolone.

Dopo, una parola dai mille significati. Aveva una lunga giornata davanti, molte ore da organizzare. Teresa viveva da sola, da due anni era vedova. Aveva da poco festeggiato gli ottantacinque anni, molto passato poco futuro.

In cucina accese la radio e si preparò il caffè. Si sedette al piccolo tavolo e sfiorò con affetto l’artigianato etnico appeso alle piastrelle: vasellame, posate decorate, tessuti colorati a mano. Avevano molto viaggiato, lei e il marito, prima in auto per i paesi europei, la Turchia e il nord Africa e poi in aereo per raggiungere mete prima inaccessibili, come la Cina.

Ogni viaggio era una scoperta, una lingua diversa, cibi speziati, visi dai tratti esotici, oggetti da acquistare per gli amici ed i parenti. Gioielli, collane, spille, anelli, che adesso indossava meno, ma si sentiva felice quando apriva la scatola che li conteneva. Molti ricordi in quelle pietre, perline e cuoio colorati.

E foto, foto stampate su carta, che conservava in un grande cassetto del tavolo in sala. Le aveva guardate e riguardate, lasciando impronte sulla stampa. Andò in sala e fece scorrere con fatica il cassetto del tavolo in legno massiccio: immerse entrambe le mani e tirò fuori una manciata di immagini dai colori innaturali.

Lei ed il marito al Gran Bazar di Istanbul, sorridenti davanti al Partenone, con un gruppo di donne in costume tipico in una festa di Pasqua in Bulgaria.

Avevano iniziato a viaggiare quando il figlio era partito per il militare, avevano riempito la macchina bianca, una Fiat 124, di viveri per spendere meno possibile. Dormivano in case private, condividendo il bagno, ma erano privilegiati a poter viaggiare negli anni ’70. Ancora adesso Teresa si sentiva una privilegiata, ma tutti questi ricordi le pesavano, o meglio, le pesava la mancanza di nuove avventure.

Senza il marito, aveva perso il gusto di riempiere valige e prendere aerei, i coetanei le sembravano anziani e noiosi, sempre alle prese con qualche malanno. Di andare in vacanza con figlio e nuora non se ne parlava, erano amanti dei soggiorni marini in resort di lusso, non si muovevano mai dall’albergo, tutto il contrario di quanto piaceva a lei.

Aveva deciso di fare gite solitarie in treno, partendo al mattino e tornando nel tardo pomeriggio, lo sconto per i senior era conveniente.

Passava il tempo curando le sue amate piante, gerani, viole, dalie che crescevano vigorose e multicolori su davanzali e balconi del suo trilocale al quarto piano. Da due settimane però non poteva più bagnare il vaso agganciato alla balaustra della portafinestra dello studio: una coppia di tortore avevano fatto il nido nell’angusto spazio tra la finestra e la ringhiera e lei era indecisa se cacciarle o ospitarle. Dopotutto era casa sua. Le tortore sono come i piccioni, pensava, bestiacce che sporcano e puzzano, ma più eleganti e silenziose.

Andò in bagno e si vide nello specchio: una donna anziana, i capelli bianchi spettinati, la pelle del viso grigia e macchiata, le labbra sottili e screpolate, il collo rugoso. Gli occhi chiari ancora belli, ma infossati con ai lati zampe di gallina. “Deliziose rughe di espressione” le chiamava Roberto, quanto le mancava il suo amato compagno.

Nello studio, o meglio nella vecchia stanza di suo figlio, una bianca tenda di cotone con motivi floreali copriva il vetro, oltre c’era il nido che si intravedeva. Decise di non scostare la tenda, poteva spaventare gli uccelli. La geometria dell’appartamento permetteva di vedere il nido dal piccolo balcone della cucina: uscì fuori e vide una tortora color caffelatte accovacciata, mentre l’altra era appollaiata vigile sull’albero nel cortile.

Chissà cosa provano gli uccelli? pensò.  La tortora prese il volo e si avvicinò sbattendo le ali per dare il cambio a quella immobile nel nido.

Teresa emise un verso, una sorta di richiamo che sua zia usava per le galline. La tortora non si mosse, ma inclinò la testa e mosse il becco scuro su e giù fissandola con l’occhietto circolare. Che fosse una specie di risposta? Un saluto? Teresa non se la sentì di distruggere il nido, decise di portare pazienza e vedere cosa sarebbe successo.

Nei giorni successivi prese l’abitudine di controllare la coppia più volte al giorno, al mattino dopo colazione, quando sparecchiava a fine pranzo e prima che facesse buio. Difficile capire quale fosse il maschio e quale la femmina, le dimensioni erano uguali, come pure il collare che ornava le penne. Gli uccelli la guardavano con attenzione, ma non sembravano spaventati e continuavano a covare. A volte trovava in casa una piuma, la traccia della loro presenza.

Passarono i giorni e vedendo gli uccelli prendere il volo sempre più spesso Teresa comprese che qualcosa era successo. Mise una sedia a sdraio sul balcone, in aprile l’aria era tiepida e si stava bene. Un punto di osservazione perfetto.

Le sembrò di intravedere delle testine muoversi velocemente nel nido: Teresa era emozionata, erano nati gli uccellini! Uscendo per fare la spesa raccontò delle tortore alla vicina incontrata sull’ascensore, eccitata nel pomeriggio telefonò al figlio che non sentiva da settimane. Non importava che avesse ricevuto dei gelidi commenti di risposta, si sentiva felice come una bambina il giorno di Natale.

Da quel momento ogni mattina si svegliava e sperava che non piovesse, la pioggia avrebbe disturbato la famigliola e sarebbe stato più difficile per i genitori recuperare il cibo per i pulcini.

Trascorsero due settimane, poi senza preavviso gli uccelli smisero di volare avanti ed indietro, dimentichi della caccia.

Teresa rimase ore fuori sul balcone insieme alle sue letture, ma senza riuscire a vedere i giovani nel nido.

Avevano già preso il volo? Fu assalita da un senso di abbandono e di delusione nei confronti dei pennuti che aveva osservato per giorni.

Era ora di aprire la porta finestra e lavare e disinfettare il marmo, ma le tortore presidiavano ancora il nido, pulendosi le piume e tubando. Indispettita Teresa tornò ai suoi libri, che leggeva sul balcone all’ombra di una tenda, per ripararsi dal sole ormai troppo caldo.

Dopo qualche giorno, quando una delle tortore si sollevò dal nido, scorse il profilo inconfondibile delle uova. Nuove piccole ali sarebbero nate e avrebbero preso il volo. Avrebbero visto tetti, cime di alberi, viali, piazze, campanili, prati, campi e poi spiagge.

Rientrò in casa e nel corridoio vide la sua immagine riflessa in uno specchio dalla cornice di legno intarsiato: le guance erano arrossate dal sole, gli occhi grigio-azzurri risaltavano vivaci, sembrava più giovane.

Seduta al tavolo della cucina, chiuse gli occhi e immaginò di essere un uccello. Sentiva il corpo fendere l’aria, il vento sfiorarla senza farle male. Stava sorvolando paesaggi già visti e risentì rumori e odori incontrati decenni prima. Poteva spingersi oltre e fantasticò di paesi non ancora visitati, vide dall’alto luci e colori di torri e palazzi visti solo sui libri.

Il viaggio stava continuando.

 

 


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