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La Ratta 2

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 08/07/2019 12:00:42

Per Natale ho desiderato un ratto, visto che ero in cerca di spunti per una poesia sull'educazione del genere umano. Veramente avrei preferito scrivere del mare; ma la bestia ha vinto. Il mio desiderio è stato esaudito. Sotto l'albero di Natale ho trovato la sorpresa del ratto.

Non in disparte, macché, sotto il tetto dei rami d'abete, correlata ai penduli ornamenti dell'albero, in alternativa alla mangiatoia col suo notorio personale s'era piazzata, più lunga che larga, una gabbia di fil di ferro che ha le sbarre laccate di bianco e l'interno ammobiliato con una casetta di legno, il biberon e la ciotola della pappa. Disinvolta la strenna occupava il suo spazio come se non ci fosse niente da eccepire, come se una donazione di questa specie fosse la più naturale del mondo: sotto l'abete natalizio il ratto.

Solo una modica curiosità in seguito al crepitio della carta. Il suo frettoloso frusciare nello strame dei trucioli ricciuti. Come si è accucciato sopra la sua casa dopo un breve salto, una fulgida palla tutta d'oro ha rispecchiato il gioco delle vibrisse. Fin dal principio ha fatto meraviglia quanto ignuda si allunghi la sua coda e che abbia cinque dita come l'uomo.

Un animale pulito. Qua e là: solo poche cacche di ratto lunghe un'unghia di mignolo. L'odore di santa vigilia conforme all'antica ricetta, quel miscuglio di cera da candele, profumo di resina, un filo di disagio e pan di spezie, soverchiava l'effluvio del cucciolo-dono, il quale era stato acquistato da un allevatore di rettili che aveva i ratti come pappa da serpenti.

Altre sorprese certo non mancavano: l'utile e il superfluo coordinati a destra e a sinistra. Regalare è sempre più difficile. Dov'è un po' di spazio d'avanzo? Ahi quale miseria, questo non saper più cosa desiderare. Tutto è stato esaudito. A mancarci, diciamo, è la penuria, come se volessimo promuoverla a desiderio. E continuiamo a regalare senza misericordia. Nessuno è più in grado di dire cosa quando da chi gli sia piombato benignamente addosso. Saturo e bisognoso si definiva il mio stato quando, richiesto dei miei desideri, per Natale ho desiderato un ratto.

Naturalmente mi hanno preso in giro. Ci sono state inevitabili domande: Alla tua età? È proprio necessario? Solo perché adesso vanno di moda? E perché non una cornacchia? Oppure, come l'anno scorso: bicchieri soffiati a bocca? – Vabbè, un desiderio è un desiderio.

Un ratto femmina doveva essere. Però non uno bianco con gli occhi rossi, per carità non un ratto da laboratorio.

Ma il ratto delle chiaviche, il ratto grigiobruno chiamato volgarmente pantegana, sarà disponibile e in vendita?

Di consueto i negozi di animali tengono solo dei roditori che non godono di alcuna nomea, che non sono proverbiali, sui quali non sta scritto niente di accusatorio.

Intanto io avevo pressoché dimenticato il mio desiderio, quando la santa vigilia il ratto femmina mi ha fatto la sorpresa nella sua gabbia. Scioccamente gli ho rivolto la parola. Dopo abbiamo ascoltato dischi-dono. Un pennello da barba è stato irriso. Libri a profusione. I figli soddisfatti. Schiacciar noci, piegar carta da regalo. I nastri rossoscarlatto e verdezinco, debitamente arricciolati ai capi, a scopo di riuso – mai buttare via niente! – vanno messi da parte ben ravvolti.

Pantofole imbottite. E ancora questo e quest'altro. E un regalo che avevo arrotolato in carta velina per la mia bella, colei che mi aveva gratificato del ratto: una carta geografica colorata a mano segnala, davanti alla costa emiliana, la posizione di Vineta, la città sommersa. Ad onta delle macchie di muffa e di uno strappo laterale: una bella incisione.

Candele in accorciamento, l'unità familiare concentrata, l'atmosfera a fatica sopportabile, il cenone. Il giorno dopo i primi visitatori definivano il ratto una tenerezza.

Il mio ratto natalizio. Che altro nome dovrei dargli. Con le sue dita rosee che, finemente articolate, stringono la mandorla o il foraggio pressato speciale. Dapprima in pensiero per i miei polpastrelli, comincio a viziarlo: con uva passa, pezzettini di formaggio, col rosso dell'uovo.

Esso al mio fianco. Le sue vibrisse mi ravvisano. Gioca con le mie angosce, che trova maneggevoli. Allora io parlo contro di lui. Per il momento progetti da cui i ratti rimangono esclusi, come se in futuro potesse verificarsi qualcosa senza di loro, come se, appena il mare oserà qualche ondicella, il bosco creperà d'uomo o magari un ometto si metterà in viaggio con la sua gobba, la Ratta potesse mancare.

Ultimamente mi viene in sogno: residuati scolastici, l'insufficienza della carne, qualunque cosa il sonno insinui, quali che siano gli eventi in cui vengo mischiato ben desto; i miei sogni a occhi aperti, a occhi chiusi sono il suo territorio marcato. Non c'è garbuglio cui la sua coda non presti ignuda evidenza. Per ogni dove ha deposto le sue tracce odorose. Qualunque cosa io metta avanti – bugie, doppifondi grandi come armadi – me le trapassa a morsi. Il suo rodere senza tregua, la sua saccenteria. Non sono più io a parlare, è lei a catechizzarmi.

Chiuso! dice. Voi c'eravate una volta. Siete dei fu, un ricordo di follia. Mai più daterete. Spenta ogni prospettiva. L'avete messa giù tutta. E senza residui. Era ora!

In futuro nient'altro che ratti. All'inizio pochi, dopo che quasi ogni vita si sarà estinta; ma narrando la Ratta sta già moltiplicandosi, mentre dà conto della nostra fine. Un po' falsetta con rincrescimento, come se le ultimissime nidiate dovessero imparare a rimpiangerci, un po' sogghigna il suo gergo rattese come per elargirci un odio postumo: Via, via che siete andati!

Io però contrappongo: No, Ratta, no! Tuttora siamo numerosi. Puntualmente i notiziari informano delle nostre gesta. Architettiamo piani che promettono di riuscire. Almeno a medio termine siamo ancora qui. Perfino quel gobbetto che vuole daccapo intromettersi mi ha detto ancora di recente, quando ho voluto scendere in cantina a guardare le mele d'inverno: Può anche darsi che gli uomini siano agli estremi, ma alla fin fine tocca a noi decidere quando è l'ora di chiudere bottega.

Storie di ratti! Quante ne sa. Non solo nelle zone più calde, perfino negli igloo degli Eschimesi ce ne sarebbero. Insieme ai deportati i ratti riuscirono a popolare la Siberia. In compagnia degli esploratori polari ratti di bordo scoprirono l'Artide e l'Antartide. Nessuna desolazione fu abbastanza inospitale per loro. Dietro le carovane traversarono il deserto di Gobi. Al seguito di pii pellegrini si recarono alla Mecca e a Gerusalemme. Coi popoli migranti del genere umano si videro migrare ratti a ranghi serrati. Sono andati coi Goti al Mar Nero, con Alessandro in India, con Annibale al di là delle Alpi, a Roma inseparabili dai Vandali. Appresso alle schiere napoleoniche avanti e indietro da Mosca. Anche con Mosè e col popolo d'Israele i ratti passarono il Mar Rosso a piede asciutto per gustare la manna divina del deserto di Sin; giacché fin dall'inizio i rifiuti abbondarono.

La sa lunga la mia Ratta. Grida echeggiando: In principio fu il divieto! Infatti, quando il dio degli uomini sbraitò: Et ecco, io farò venir sopra la terra il diluvio delle acque per far perire di sotto al cielo ogni carne in cui è alito di vita, a noi fu espressamente vietato di salire a bordo. Niente accesso per noi quando Noè fece uno zoo della sua Arca, benché il suo dio perennemente punitivo, appo il quale egli avea trovato grazia, dall'alto in basso fosse stato chiaro: Di ciascuna spezie di animali mondi prendine sette paia, il mascolo e la sua fèmina. Ma degli animali immondi un paio, il mascolo e la sua fèmina, perciocché io farò piovere in su la terra per lo spazio di quaranta giorni e quaranta notti e sterminerò d'in su la terra ogni cosa sussistente che ho fatta. Conciossiaché io mi pento dell'opera mia.

E Noè fece come il suo dio gli aveva comandato, e prese degli uccelli secondo la loro spezie, degli animali secondo la loro spezie e di tutto ciò che serpe in su la terra secondo la sua spezie; solo di noialtri e della nostra spezie non volle accoglierne neanche un paio, rattone e rattessa, sulla sua bagnarola. Mondi o immondi che fossimo, per lui fummo né né. Con tale sollecitudine il pregiudizio s'era fatto carne. Fin dall'inizio l'odio, e il desiderio di veder annientato ciò che provoca conati di vomito. Il congenito disgusto dell'uomo per la nostra specie impedì a Noè di attenersi alla parola del suo arcigno iddio. Ci rinnegò, ci depennò dalla sua lista che nominava ogni carne in cui fosse alito di vita.

Scarafaggi e ragni crociati, il verme ritorto, perfino il pidocchio e il rospo bavoso, gli iridescenti mosconi egli accolse, una coppia, a bordo della sua Arca, ma noi no. Noi dovevamo andare in malora insieme al numeroso resto dell'umanità corrotta, di cui l'onnipotente, questo dio perennemente vendicativo e sempre lì a maledire i propri scarabocchi, aveva detto a mo' di conclusione: La malvagità degli uomini era grande in su la terra e tutte le imaginazioni de' pensieri del cuor loro non erano altro che male in ogni tempo.

Dopodiché fece della pioggia che cadde per quaranta giorni e notti, finché tutto fu coperto di un'acqua che portava solo l'Arca e il suo contenuto. Ma quando le acque scemarono e dai flutti emersero le prime vette, al seguito del corvo, che fu mandato fuori, ritornò la colomba, di cui sta scritto: E in sul tempo del vespro la colomba ritornò a lui, et ecco, avea nel becco una fronde spiccata di un ulivo. Ma non solo con quel po' di verdura, anche con un messaggio sbalorditivo la colomba ritornò a Noè: Là dove più nulla serpeva e movea l'ala sua sopra la terra aveva veduto delle cacche di ratto, ancor fresche delle cacche di ratto.

Rise allora quel dio ristucco della propria maldestraggine, perché la disobbedienza di Noè era stata frustrata dalla nostra durezza a morire. Proclamò, come al solito dall'alto in basso: In perpetuo rattone e rattessa saran compagni all'uomo in su la terra e a lui rapporteranno ogni piaga promessa…

Anticipò anche altre cose che non stanno scritte, ci incaricò della peste e si inventò, da tipico onnipotente, ulteriori onnipotenze. Lui personalmente, a sentirlo, ci aveva esentati dal diluvio. Sulla sua mano divina un paio d'immonda spezie era stato al sicuro. Sulla mano di dio la colomba mandata fuori da Noè aveva veduto quelle cacche di ratto fresche. Alla sua zampa era dovuta la nostra numerosa sopravvivenza, giacché sul palmo della mano di dio avevamo partorito dei piccoli, in numero di nove, dopodiché la nidiata, mentre ancora le acque erano alte sopra la terra per lo spazio di cento e cinquanta giorni, si era moltiplicata fino a diventare una piccola popolazione rattesca; a tal punto era spaziosa la mano di dio onnipotente.

Protervo si tacque Noè dopo questo discorso e covò, com'era avvezzo fin da piccolo, malvagi pensieri in cuor suo. Ma quando l'Arca, larga e piatta com'era, ebbe toccato fondo sul monte Ararat, la circostante terra desolata era già stata conquistata da noi; conciossiaché non sulla mano di dio, ma in corridoi sotterranei che avevamo otturato con ratti anziani e in camere di allevamento trasformate in bolle d'aria salvatrici noi, il genere rattesco duro a morire, eravamo scampati al diluvio. Noi, longicaudati! Noi, dalle preveggenti vibrisse! Noi, dal dente in ricrescita! Noi, le fitte note a piè di pagina dell'uomo, il suo commento debordante. Noi, gli indistruttibili.

 

© Paolo Melandri (8. 7. 2019)


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