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Gli ospiti sconcertanti

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 27/07/2019 23:47:17

Gli ospiti sconcertanti

 

Non è che io sia nemico degli animali, anzi mi piacciono e la sera – mentre il gatto mi sta accovacciato sulle ginocchia – godo a far il solletico al nostro cane. Mi diverto a guardare i bambini che danno da mangiare alla tartaruga nell'angolo del soggiorno.

Ha un posticino nel mio cuore persino il piccolo ippopotamo che teniamo nella vasca da bagno e i coniglietti che girano liberi per casa da tempo non mi rendono più nervoso. E poi, la sera sono abituato a trovare visite inattese: un pulcino pigolante o un cane senza padrone a cui mia moglie ha concesso asilo. Perché mia moglie è una donna buona e gentile, non manda nessuno fuori di casa, né uomini né bestie e già da molto tempo alla preghiera serale dei nostri bambini è aggiunta la postilla: “Signore, mandaci mendicanti e animali!”

Il peggio è che mia moglie non sa resistere né ai rappresentanti di commercio, né ai venditori ambulanti e così a casa nostra si accumulano cose che io ritengo superflue: sapone, lamette da barba; spazzole e lana da rammendare; in giro nei cassetti ci sono polizze di assicurazione e contratti di compravendita del genere più disparato. I miei figli sono assicurati per la durata del loro studio, le mie figlie per la loro dote, ciononostante di qui al matrimonio o agli esami di abilitazione e laurea non possiamo nutrirci esclusivamente di lana o di sapone, e le lamette da barba vengono sopportate dall'organismo solo in casi eccezionali.

Si capirà quindi come mi vengono qualche volta degli attacchi di leggera impazienza, sebbene sia generalmente conosciuto come un uomo tranquillo.

Mi sorprendo spesso con invidia ad osservare i conigli che stanno comodi sotto il tavolo e rosicchiano beati le loro carote, e lo sguardo stupido dell'ippopotamo che accelera nella nostra vasca da bagno la formazione del fango, qualche volta mi provoca tanto che faccio le boccacce.

Anche la tartaruga che mordicchia stoica le foglie di insalata non ha la più pallida idea delle pene del mio cuore: la nostalgia di un profumato caffè, di tabacco, di pane e di uova e del calore benefico che il cognac sa provocare nelle gole degli uomini afflitti da pensieri. La mia unica consolazione è ancora Bello, il nostro cane, che sbadiglia dalla fame come me.

Se poi arrivano ospiti inattesi, contemporanei dalla barba lunga come la mia, oppure madri con i loro bambini, a cui diamo da bere latte caldo con i biscotti inzuppati dentro, devo tenere duro per mantenere la calma. Ma la conservo perché è rimasta forse l'unica cosa che possiedo.

Ci sono giorni in cui la sola vista delle patate giallognole, appena cotte, mi fa venire l'acquolina in bocca perché già da tempo, e questo lo ammetto solo esitando e arrossendo violentemente, la nostra cucina non merita più la definizione di borghese. Circondati da ospiti e da animali, in piedi, facciamo solo di tanto in tanto spuntini improvvisati. Per fortuna mia moglie – ormai da molto – non può più comprare cose inutili perché non abbiamo più denaro liquido. Il mio stipendio è pignorato sino a tempo indeterminato e io sono costretto – travestito perché nessuno mi riconosca – a vendere sottocosto, in ore serotine, sapone e bottoni e lamette da barba in lontani sobborghi, perché la nostra situazione è diventata preoccupante. Possediamo però ancora alcuni quintali di sapone, migliaia di lamette da barba, bottoni di ogni tipo e assortimento e io, verso la mezzanotte, barcollo verso casa, metto insieme tutti i soldi che tiro fuori dalle tasche. I miei bambini, i miei animali, mia moglie mi stanno intorno con gli occhi lucenti perché di solito per la strada ho fatto la spesa: pane, mele, lardo e margarina, caffè e patate, un genere di cibo d'altronde desiderato ardentemente dai bambini come dagli animali. Così nelle ore notturne ci riuniamo tutti per un allegro pasto: mi circondano animali contenti, bambini soddisfatti, mia moglie mi sorride e noi lasciamo anche aperta la porta del soggiorno perché l'ippopotamo non si debba sentire escluso, e il suo allegro grugnito risuona dal bagno fino a noi. Per lo più mia moglie mi confessa di aver nascosto in dispensa ancora un ospite supplementare, che mi viene presentato solo dopo che i miei nervi sono stati rinforzati da un pasto. Gli ospiti sono uomini timidi dalla barba lunga che prendono posto alla tavola fregandosi le mani, donne che si spingono fra i nostri bambini per sedersi sulle panchettine mentre si riscalda il latte per gli urlanti bebè. In questa maniera imparo a conoscere animali di cui non sapevo molto: gabbiani, volpi e maiali, solo una volta un piccolo dromedario.

Non è carino?” chiese mia moglie, e io, costretto, per necessità dissi di sì, che era carino, mentre osservavo preoccupato l'instancabile ritmo ruminante di questo animale color pantofola che ci guardava dai suoi occhi di lavagna. Per fortuna il dromedario rimase solo una settimana, e i miei affari andavano bene: si era sparsa la voce della buona qualità della mia merce e dei prezzi sottocosto. Qualche volta riuscivo a vendere anche stringhe da scarpe e spazzole, articoli di solito non richiesti. Vivemmo – per così dire – un certo periodo di apparente prosperità e mia moglie – misconoscendo completamente la situazione economica – tirò fuori una frase che mi preoccupò: “Siamo in ascesa!” Io invece vedevo sparire le nostre provviste di sapone, diminuire le lamette da barba e nemmeno la provvista di spazzole e di lana era più così rilevante.

Proprio a questo punto, quando mi avrebbe fatto bene una specie di conforto spirituale, una sera, mentre sedevamo tutti insieme, tranquilli, si sentì nella nostra casa una scossa, che assomigliava a un terremoto di media intensità. I quadri oscillarono, il tavolo tremò e un rocchio di salsiccia scivolò dal mio piatto. Stavo per saltar su, cercare la ragione di tanto disordine, quando notai sul viso dei bambini un riso soffocato. “Cosa sta succedendo, qui?” gridai e per la prima volta nella mia vita così ricca di imprevisti ero realmente fuori di me; “Piero,” disse piano mia moglie – e posò la forchetta, “ma è soltanto Giollo!” Cominciò a piangere e io di fronte alle sue lacrime mi sento indifeso perché mi ha dato sette figli.

Chi è Giollo?” domandai stanco, e in quel momento la casa fu scossa da un nuovo tremito. “Giollo,” disse mia figlia, la più piccola, “è l'elefante che abbiamo adesso in cantina.”

Debbo confessare di essere rimasto sconcertato e anche la mia confusione sarà comprensibile. L'animale più grande che avevamo ospitato era stato il dromedario e io trovavo troppo grande l'elefante, troppo grande per la nostra casa dato che non godiamo le provvidenze delle case popolari. Mia moglie e i bambini, nemmeno lontanamente turbati come invece ero io, mi informarono: il direttore di un circo fallito aveva messo da noi al sicuro l'animale. Per mezzo dello scivolo con cui facciamo rotolare il carbone, è arrivato in cantina senza fatica. “Si è arrotolato come una palla,” disse mio figlio maggiore, “davvero una bestia intelligente.”

Non ne dubitai, accettai la presenza di Giollo e venni portato in cantina in trionfo. L'animale non era più grosso del normale, agitava le orecchie e sembrava sentirsi a suo agio da noi, tanto più che aveva a sua disposizione un sacco di fieno. “Non è carino?” domandò mia moglie, ma io mi rifiutai di rispondere affermativamente. Carino non mi sembrava la parola adatta. La famiglia pareva addirittura delusa del minimo grado del mio entusiasmo e mia moglie disse, lasciando la cantina: “Sei cattivo, vuoi che finisca al mattatoio?” “Che mattatoio e mattatoio, cosa vuol dire cattivo, e poi è proibito nascondere parte dei beni fallimentari.” “Non mi interessa, ma all'animale non deve succedere niente.”

Nella notte ci svegliò il proprietario del circo – un uomo timido, scuro di capelli – per chiederci se avessimo ancora posto per un animale. “È tutto quello che ho, l'ultima cosa che mi resta. Solo per una notte. Come sta l'elefante?”; “Bene,” rispose mia moglie, “mi dà pensiero solo la sua digestione.” “Si rimetterà a posto,” disse il proprietario del circo, “è il cambiamento. Gli animali sono così sensibili. E allora? Prendete anche il gatto, per una notte?” Guardava me e mia moglie mi diede quasi una gomitata e disse: “Su, non essere così duro.” “Duro,” dissi io, “no, non voglio essere duro. Per conto mio, metti pure il gatto in cucina.”

È fuori in macchina,” disse l'uomo.

Lasciai che mia moglie aiutasse a sistemare il gatto e ritornai a letto. Mia moglie era un po' pallida quando si mise a letto e io ebbi la sensazione che tremasse un po'.

Hai freddo?” domandai. “Sì,” disse lei, “ho degli strani brividi.” “Sarà la stanchezza.” “Forse sì,” disse mia moglie – ma mi guardava in una maniera così insolita. Dormimmo tranquilli, solo che in sogno rivedevo l'insolito sguardo di mia moglie rivolto a me e come costretto da qualcosa di strano mi svegliai prima del solito.

Decisi di radermi. Sotto il nostro tavolo di cucina c'era un leone di media grandezza, dormiva tranquillo, solo la coda la muoveva un po' e faceva un rumore come di chi giocasse con una palla molto leggera. Mi insaponai accuratamente e tentai di non far rumore, ma quando voltai a destra il viso, per radere la guancia sinistra, vidi che il leone teneva gli occhi aperti e mi fissava: “Sembrano davvero gatti,” pensai.

Quello che pensava il leone, lo ignoravo: continuava ad osservarmi ed io a radermi senza tagliarmi, ma debbo aggiungere che è una strana sensazione radersi in presenza di un leone. Le mie esperienze in fatto di bestie feroci erano minime; così mi limitai a guardare acutamente il leone, mi asciugai e tornai in camera da letto. Mia moglie era già sveglia, stava per dire qualcosa, ma io le tolsi la parola e gridai: “Perché parlare?” Mia moglie cominciò a piangere e io misi la mano sulla sua testa e dissi: “In fondo è pur fuori dal comune, lo devi ammettere.”

Cos'è fuori del comune?” disse mia moglie, e io non seppi rispondere.

Intanto si erano svegliati i conigli, i bambini facevano chiasso nel bagno e l'ippopotamo – si chiamava Amato – strombazzava già; Bello si stirava, solo la tartaruga dormiva ancora, del resto lei dorme quasi sempre. Lasciai i conigli in cucina, dove hanno la loro cassettina per il cibo sotto l'armadio: i conigli annusarono il leone, il leone i conigli e i miei bambini, disinvolti e abituati a trattare gli animali erano già venuti in cucina. Mi sembrava quasi che il leone sorridesse: il mio figliolo, il terzo, gli aveva trovato un nome: Bombilus. E gli restò.

Alcuni giorni più tardi il leone e l'elefante vennero ritirati dal padrone. Devo confessare che vidi sparire l'elefante senza rimpianto: lo trovavo stupido, mentre la tranquilla, gentile allegria del leone aveva conquistato il mio cuore, tanto che la dipartita di Bombilus mi addolorò. Mi ero così abituato a lui: era veramente il primo animale che avesse goduto tutta la mia simpatia.

 

© Paolo Melandri (27. 7. 2019)


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