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Il venditore ambulante 3

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 09/09/2019 21:50:14

Il venditore ambulante posa il piede sulla carta che svolazza.

Si informa sulla via da percorrere, poi, stupito dai gesti con cui l'interpellato gliela indica, si dimentica di ascoltare la risposta. Le unghie penetrano nel palmo della mano. Non può accadere nulla. Ha il tempo di stupirsi. In un giorno simile nessuno pensa alla morte. Dalla baracca del pietrisco sporge un manico di badile. La strada non è vuota. Il venditore ambulante scorge una pietra grande come il pugno di un bimbo. Il cuoio capelluto si contrae. Nessuno si terge in fretta il viso con il fazzoletto. Il marciapiede è abbastanza alto sopra il livello della strada. Il cappotto dell'ambulante gli arriva alle caviglie. Dalla fessura sotto la porta del nogozio filtra schiuma di sapone. La bottiglia nell'acqua in posizione quasi verticale. Finestre si alternano a porte.

Egli vede la gente con maggior chiarezza del solito. L'unghia gratta la stoffa, trova i bottoni. L'ambulante muove le gambe con naturalezza. I sedili dell'automobile formano una linea perfetta. La strada è stata innaffiata da poco. Egli scopre davanti a sé, con sorpresa, le proprie ginocchia. Le finestre brillano. Scuote incredulo la testa. Solo una scarpa è lucida, l'altra è ancora impolverata. I pensieri lo aggrediscono. Un chiodo, nel conficcarsi, si è piegato!

Il venditore ambulante bussa nel muro con una matita. Senza una ragione, ma incapace di fare altro, osserva la vecchia seduta su uno sgabello davanti alla porta di casa.

Tra le case cammina diversamente che in aperta campagna. La mano che ha portato la valigia trema. La porta della cabina telefonica è chiusa. È una bella mattina. Dopo il primo rintocco, aspetta il secondo con ansia. Le punte delle scarpe guardano all'insù!

Non si volta né a sinistra né a destra. Le mani che poggiano sul volante sono avvolte in guanti di pelle. Non riesce ad immaginarsi che qualcuno possa gridare, ora. Gli oggetti non lo rendono inquieto, ma neppure lo distraggono. Fin dove giunge il suo sguardo, la terra è intatta. Ha con sé solo oggetti personali. I suoi abiti sono più adatti all'oscurità che alla luce del giorno. I suoi capelli sono arruffati, e non c'è vento. Le persone che incontra lo guardano da capo a piedi. Quando scorre verticalmente, il rivoletto diviene più sottile. Il venditore ambulante sta in ascolto. Tutti gli angoli delle case sono arrotondati. Improvvisamente, la strada davanti a sé, prova repulsione per ogni lontananza. Forse la corda è sfuggita di mano a chi mette in azione la campana. Perché proprio adesso la stringa si deve slacciare di nuovo? Stendono un copertone sopra la macchina. Ci sono innumerevoli direzioni. Le unghie prudono. Due vecchie segano un grosso tronco.

Adesso ha bisogno di una diversione. Per terra, improvvisamente, il tubo di gomma si tende. Le tasche del cappotto sono così ampie e profonde che non riesce a sentirci dentro le mani. Barcolla di proposito. I muri delle case non recano segni né disegni. Ogni cosa è al suo posto. Il venditore ambulante ha un sorriso maligno. Un pesante giornale sta appeso all'edicola con una molletta. La ruota è ben appoggiata al muro. Lui sbadiglia camminando. Le immagini si deformano ogni volta che inspira. Il corpo rifiuta qualunque cosa vedano gli occhi. I tronchi, sul camion, rimbombano. Non sa dove mettere le mani. La donna pulisce la maniglia con lo strofinaccio. Il primo scoppio dell'accensione difettosa lo spaventa. A ogni parola che sente, ne segue un'altra.

Ha camminato tanto, che tutte e due le stringhe si sono slacciate. Sul ricevitore del telefono c'è ancora l'impronta di una mano sudata. Deve insistere più volte sullo stesso pensiero, fino ad annientarlo.

Espira ed inspira.

Nota che l'ordine intorno a lui sta diventando un gioco. Il tintinnio dei bicchieri è un rumore pericoloso. Quando gli rivolgono la parola risponde a gesti e a smorfie. Il riso della donna si inserisce in tutti gli altri suoni. Pur ritenendo che non farà mai conoscenza con alcuno dei presenti, l'ambulante cerca di imprimersi i loro volti nella memoria. Qua e là la strada è nera di fuliggine. Le dita che teneva serrate di sono aperte. Davanti alla porta c'è uno stivale spaiato col gambale rimboccato. Il secchio delle immondizie appare vuoto. La moneta è ancora calda.

Quel suo affannoso mescolare nel bicchiere non è che un'ammissione della sua inerzia. Per il disagio le scarpe guardano in direzioni diverse. Tutti si sono già abituati ai loro movimenti. Questo silenzio è solo il silenzio che attende una risposta. Prendono cibi pesanti. La porta si apre senza difficoltà. La mano che regge il vassoio è alta sopra la testa. La schiuma ristagna davanti a un ostacolo. D'un tratto pensare gli piace. È lo scoppio di un turacciolo!

Si toglie le scarpe sotto il tavolo. “Se si sparano palle di cannone sull'acqua, vengono fuori gli annegati.” Si rallegra della quiete. La signora toglie la schiuma dal bicchiere con uno stecco.

Il collo della sua camicia non è più immacolato.

Ci sono delle macchie sul palmo della mano.

Il grido è soltanto quel grido che precede la risata provocata da una barzelletta.

Non fa molto caldo, ma gli abiti lo opprimono. La parete della casa ha solo false finestre. La strada è molto frequentata. L'odore di sudore significa buona salute. Lei allontana i capelli dall'orecchio col pollice. Lui non può immaginarsi che un grido, di giorno, sia un grido di aiuto. Solo un lato della scatola di fiammiferi è segnato dallo sfregamento. Le parole che sente si riferiscono ai soliti argomenti. La fettina di limone ondeggia lentamente verso il fondo del bicchiere. La donna rimette la scopa al suo posto. Lui si schiarisce la gola, ma non dice nulla. Neppure i nomi degli oggetti gli vengono in mente in questo ambiente estraneo. Quando l'uomo che gli siede di fronte scoppia a ridere e getta indietro la testa, gli offre la gola indifesa.

 

© Paolo Melandri (9. 9. 2019)


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