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Il grande evento 2

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 14/09/2019 13:06:35

Il grande evento – 2.

 

Dal margine del bosco si girò ancora una volta verso la tenuta e provò una specie di soddisfazione al pensiero che la casa e quel paese non gli appartenevano. Prima era stato un possidente, con convinzione. Ma nel frattempo la smania di possesso gli era diventata di peso. Lo opprimeva, lo restringeva, lui e il suo sguardo. Era come se in veste di possidente vedesse di rado e sempre più di rado qualcosa di completo, di esteso, di superiore, e sempre di più soltanto la cosa singola, e nella cosa singola, in maniera crescente, l'aspetto marginale, e se non questo, l'elemento trasandato, difettoso, rotto, di ogni singola cosa. Come possidenti, da tempo, non si riusciva più a vedere, e tanto meno si guardava con calma nel circondario; la cosa singola ti balzava agli occhi, e di un circondario, nell'accerchiamento causato dal possesso, davvero non si poteva quasi più parlare. A volte la salvezza veniva solo dallo sguardo su ciò che non ti apparteneva, e in particolare dallo sguardo levato in alto, al cielo. “Tu, possidente, tu, con la testa morbosamente chinata sulle tue proprietà terriere: in alto la testa, e in alto il cuore!”

Qui all'estero, a non appartenerti non era soltanto il cielo, e adesso, guardando da sopra la spalla, l'uomo vide l'antenna televisiva arrugginita, la parte marcia di una balaustra, l'incrinatura nel vetro della lampada in cortile, il vecchio materasso sventrato nella rimessa lì accanto – vide e finse di non vedere. Sopra il tetto, nel cielo, c'era un punto di azzurro arrivato lì or ora, veleggiando.

Il bosco separava il terreno della donna dal vicino insediamento e dal suo posto di lavoro, dalla capitale. Non c'era un sentiero che dal vasto prato simile a una savana portasse là dentro. Avrebbe dovuto girare attorno al bosco con l'altra macchina della donna, che lei aveva messo davanti all'uscita a mo' di invito, chiavi comprese. Forse la prossima volta, ma oggi no, era fuori discussione. “Se poi ci sarà, una prossima volta”, gli sfuggì. Cosa voleva dire, con questo? Niente, assolutamente niente. Non aveva pensato proprio a niente, dicendolo. Tuttavia la frase lo seguì, gli si avvitò nel cervello, e lui se ne liberò solo dopo aver percorso un tratto di bosco. E si propose di mettere fine a questi monologhi poco seri. Ma come? Vietandoseli? Perché un simile divieto fosse efficace non c'era bisogno di qualcun altro oltre se stesso, di qualcuno al di fuori, non coinvolto?: “Zitto! Non dire niente e basta!”.

Era penetrato nel bosco attraverso la siepe spinosa dei cespugli di more lì sul margine, alti fino al petto. Avreste dovuto vedere come l'attore, senza esitare, nel costoso vestito che la donna gli aveva comprato espressamente per la serata, tirò su prima il ginocchio sinistro, poi quello destro, calpestò la barriera rampicante e la superò mentre al tempo stesso coglieva le prime more mature e se le metteva in bocca. Una delle bacche lasciò una macchia nerissima sulla “sua” camicia appena stirata, bianca come i fiori di cotogno – un bianco non perfetto –, e una delle lappole spinose, il cui nome locale, ronce, era decisamente più espressivo, gli strappò la fodera della giacca. La cosa non lo infastidì, anzi, gli andava bene così. In modo analogo, a volte, di notte, lasciava la sceneggiatura con il testo da imparare all'aperto, dove sarebbe stata ondulata dalla rugiada, ammollata dalla pioggia o coperta dalla nevicata in arrivo, come se solo questo rendesse un libro accessibile e lo trasformasse in una sua personalissima questione.

Nel suo cammino attraverso il bosco per lungo tempo non incontrò nessuno, cosa sorprendente data la vicinanza della grande città, e si rallegrò di questa assenza umana. Al tempo stesso non lo disturbava sentire le autostrade in lontananza, e vicino, in cielo, non pochi piccoli aerei e elicotteri. Una volta un inaspettato colpo d'occhio sui grattacieli della periferia, distanti, dietro gli alberi, quasi fossero molto più in basso. Un'altra, qualcuno vestito di azzurro lì accanto a un cespuglio: capì, sollevato, che si trattava di un cartello, così come le cose gialle che poi gli vennero incontro erano contrassegni delle condutture del gas.

Lì crescevano quasi solo latifoglie, distanti le une dalle altre, quindi si camminava bene anche in mancanza di sentieri. Di nuovo sorprendente che dopo il grande temporale ci si muovesse quasi sull'asciutto, quanto meno su una sabbia non fangosa; i piedi, bagnati dal terreno erboso calpestato prima, si ascigarono in fretta.

Mancanza di sentieri e senzatetto. Questi avevano le loro tende ben nascoste tra i cespugli e dietro i tronchi, e dal suo ultimo attraversamento nel bosco sembravano essersi moltiplicate. Girò attorno alle tende, una dopo l'altra, finché si accorse che erano tutte abbandonate. Adesso lui, un tipo nel bosco, per giunta in completo e cravatta, non disturbava più le cerchie, se poi erano tali, di quelli che, ignorati, avevano lasciato per sempre il mondo degli uomini, il mondo abitato, l'“ecumene”, erano diventati girovaghi, avevano definitivamente sloggiato. E così poi deviò, avvicinandosi di volta in volta a una delle tende, o a quello che ne restava.

 

© Paolo Melandri (14. 9. 2019)


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