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La vigna

di Eliana Farotto
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Pubblicato il 15/09/2019 21:34:48

La vigna

Non dovevo nascere femmina. Con questa frase nonna Augusta aveva iniziato a raccontare mentre stavamo pranzando nella sua cucina ricca di profumi di altri tempi. Era sabato e mi aveva invitato a casa sua, era da un po’ che non mi vedeva e voleva sapere del mio lavoro. Parlando dei responsabili, mi ero lamentata che la dirigenza fosse maschile e che le donne ricoprissero solo ruoli di second’ordine. La nonna risistemava, aveva portato i piatti nel lavandino, si era asciugata le mani ed era tornata a sedersi al tavolo. Mi aveva guardato e annuendo aveva commentato: “Il mondo diventa più moderno ma certe cose non cambiano, se penso a mio padre…”.

“Dai nonna, racconta, non mi hai mai parlato del bisnonno”.

“Non dovevo nascere femmina, mio padre aspettava un maschio dopo che la tua bisnonna aveva già messo al mondo due bambine, di cui una morta subito dopo il parto. Nel Monferrato degli anni ’30 avere solo femmine era una disgrazia, la “roba” sarebbe passata in mano ai generi o ad altri parenti. Non che fossimo ricchi, ma mio padre possedeva un podere, dei campi e qualche bestia.  La vita era dura, molto lavoro per tutti, anche per noi bambine. Io dovevo badare alle oche e al pollaio, le galline erano magre, spennate e litigavano per il poco cibo. Poi è nato mio fratello Giuseppe, tuo prozio, e si fece una grande festa. Lui era il prediletto, ogni suo desiderio diventava un ordine, lui era escluso dalle faccende domestiche e noi sorelle dovevamo rifare il suo letto e badare ai suoi vestiti. Ma non ci pesava: Giuseppe era sempre felice, aveva un sorriso ammaliatore e tua zia ed io eravamo contente di avere un fratello così bello. Mio padre stravedeva per lui e decise di fare grandi progetti per il suo futuro: si indebitò per acquistare il versante ripido di una collina rivolta a sud da destinare a vigna. Si fece aiutare da parenti e amici per preparare il terreno: la terra era dura, argillosa e quando pioveva scorrevano fiumi di fango. La pendenza rendeva tutto più faticoso e instabile, piantare i tutori di legno si rivelò un’impresa. Prima che la vigna nuova potesse dare i suoi frutti dovevano passare anni, e nel frattempo il nonno doveva ripagare il debito. Se prima la vita era dura, da allora divenne durissima: lavoravamo sempre, vendevamo tutto il commestibile e a noi rimanevano solo gli ortaggi mezzi marci e la carne di una gallina vecchia ogni tanto. Oltre alla vigna c’erano i campi di grano e granoturco, le bestie da badare, in estate il lavoro non finiva mai: avevo paura dei temporali e dei fulmini ma il papà mi obbligava ad andare nei campi con qualsiasi tempo. Pur nelle ristrettezze Giuseppe aveva sempre i bocconi migliori, doveva crescere forte e sano per diventare il padrone. Io andavo bene a scuola e mio padre sembrava più indispettito che contento, perché non aveva una scusa per farmi stare a casa e mandarmi nei campi. Mia sorella Maria, dopo aver imparato a leggere, scrivere e far di conto, fu messa a badare a Giuseppe, ma lei era contenta, non doveva percorrere  chilometri a piedi per raggiungere la scuola e fare i compiti la sera a lume di candela. Maria non chiedeva altro dalla vita che sposarsi ed avere dei figli.”

 “Tua mamma, la mia bisnonna, non diceva niente?”

“Mia mamma ubbidiva e basta, le donne erano abituate così, mai contrastare il marito. Poi ci fu la guerra: mio papà aveva superato i quarant’anni e Giuseppe era ancora un bambino, nessuno partì per il fronte. I soldati facevano razzie per le campagne: imparammo a nascondere galline, vacche e raccolti, lasciavamo in vista solo qualcosa da prendere perché se ne andassero prima possibile. Intanto il debito continuava a crescere…Un lontano parente, senza né moglie né figli, era caduto potando un albero ed era gravemente malato: mio padre si offrì di ospitarlo in casa, non per carità cristiana ma puntando all’eredità. Mia sorella si era da poco sposata, così lo sistemarono in camera con me, obbligandomi a badare a lui, nonostante le mie proteste. Aveva un odore terribile, odiavo andargli a svuotare il pitale e curare le sue ferite. Tutto per i soldi, per la vigna che non sarebbe mai stata mia. Per fortuna dopo un anno e mezzo è morto….”

“Ma nonna, cosa dici!”

“Lo so, è brutto parlarne così…ma ancora adesso ricordo con disgusto quel vecchio, volevo trasferirmi da mia sorella ma non era possibile. Finita la guerra decisi di studiare per diventare maestra: mio padre non era d’accordo, non fu facile convincerlo, ma i soldi che avrei guadagnato li avrei dati a lui e a quel tempo le maestre erano importanti e rispettate. Poi ho conosciuto tuo nonno e il resto della storia la sai: nel 1955 mi sono sposata e trasferita a Milano, dove ho continuato ad insegnare fino a che è nata tua madre. Come dote i miei genitori mi hanno dato dei soldi, e come era già successo con mia sorella, ho dovuto firmare dei documenti per la cessione della casa e dei terreni a mio fratello. Ero contenta, ho capito solo tempo dopo che quello che mi spettava di diritto era molto di più, un terzo di tutti gli averi di mio padre, non una piccola somma come regalo di nozze.  Tutto diventava del figlio maschio, come era stato stabilito fin dalla sua nascita. Dopo diversi anni la vigna cominciò a dare i suoi frutti e lo zio Giuseppe iniziò a produrre un vino rosso di qualità. La sua cantina divenne rinomata mediante il passaparola degli astigiani che si erano trasferiti in città, e lui acquistò un camion per consegnare bottiglie e damigiane a Torino, Milano, Genova. Era un giovane attraente e le ragazze gli correvano dietro, anche perché non era più un semplice contadino ma un imprenditore.  Si innamorò di Giovanna, si sposò poco più che ventenne e dopo qualche anno nacquero Edoardo e Paolo, che crebbero come dei principini accuditi dalla nonna.  La giovane coppia abitava nella casa in cui ero cresciuta e che venne allargata con nuove stanze e con portici per i nuovi macchinari. I miei genitori abitavano con loro, li vedevo poco, loro venivano raramente a Milano per vedere me e tua mamma. 

Poi a quarant’anni Giuseppe morì a causa di un infarto, fu un dolore davvero grande per tutti.  Mio padre, quasi ottantenne, vedovo, rimase dapprima impietrito, poi si fece forza per aiutare la giovane vedova e i suoi bambini.  Morì pochi anni dopo e la zia Giovanna, una “forestiera”, ereditò tutto, compresa la casa e la vigna.  Lei non era legata alla terra, doveva mantenere la famiglia e così cedette i terreni. Proprio ieri la tua prozia mi ha telefonato per dirmi che i suoi figli hanno deciso di vendere la collina ad una grande azienda vinicola, era da anni che ricevevano offerte e questa volta hanno accettato.  Così ho appreso con amarezza che la vigna, comprata per merito del mio lavoro, e per la quale da adolescente ho dovuto sopportare quell’orribile vecchio, è stata ceduta: mio padre aveva investito per il futuro, un futuro però di cui io non facevo parte. Tutto perché ero una femmina”.

La nonna si alzò per preparare il caffè. Erano molte le domande che le volevo fare, perché il fratello non avesse tutelato gli interessi delle sorelle o perché non si fosse rivolta ad un avvocato una volta compresa l’ingiustizia, ma rimasi zitta, guardando mentre riempiva la moka. Forse la figlia che porto in grembo tra vent’anni si chiederà perché le donne della mia generazione hanno sopportato delle discriminazioni e io le racconterò cosa succedeva ai tempi della sua bisnonna: “C’era una volta una bambina che non doveva nascere femmina…”

 

Racconto pubblicato sull’antologia  del concorso letterario 2019 “Voci di Notte-Donne”,  a cura dell’Associazione Mirò


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