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Catabasi

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 19/09/2019 14:04:58

Catabasi

 

Erano le dieci del mattino. Al primo piano, in una grande sala comune che dava su un gruppo di aiuole disposte banalmente, la cui terra era stata rivoltata e lasciata esposta ai primi freddi, sopra qualche faggio che aveva ormai preso l'ultimo colore dell'anno e qualche rosa fiorita tardi, c'erano quaranta o cinquanta persone sedute o intente a gironzolare. Nessuno guardava fuori dalle finestre. Erano di tutte le età, stature e corporature, e c'erano sia uomini che donne. Tuttavia, c'era una maggioranza di persone di mezz'età, soprattutto donne. Alcune guardavano la televisione, o meglio, siccome i programmi non erano ancora iniziati, guardavano l'immagine di prova – una cascatina che scendeva sulle pietre sotto alcuni alberi fioriti, in primavera. Alcune lavoravano a maglia, altre chiacchieravano. Sarebbe stato facile pensare di essere nella sala di un albergo di seconda categoria o di qualche paese di provincia, se non fosse stato per il tipico odore di medicinali.

C'erano tavoli e poltroncine sparpagliati per la stanza; al tavolo centrale, interamente coperto da un solitario particolarmente complicato, sedeva una ragazza tutta sola. Era bruna e aveva un'aria mediterranea. Aveva capelli scuri e lisci, grandi occhi neri e pelle olivastra. Era snella ma formosa, anche se non eccessivamente. Corrispondeva dunque all'idea di bellezza femminile e alla moda del momento. Indossava un abito nero che seguiva elegantemente la linea del seno e delle anche. Le maniche erano lunghe e strette. Il collo era alto e aderente. L'abito aveva semplici polsini bianchi e un colletto arrotondato, anch'esso bianco. Questi ultimi erano un po' sporchi. L'abito sarebbe stato adatto per una governante, per una segretaria perfetta, o per una giovane signora vittoriana che trascorreva la mattinata a controllare i conti, se non fosse stato che terminava dieci centimetri sotto l'attaccatura delle cosce. In altre parole, era un miniabito particolarmente succinto. Sarebbe stato difficile immaginare un miniabito più sorprendente. Il contrasto tra la sua severità e convenzionalità e le lunghe gambe nude era particolarmente stupefacente: a vederlo, stupiva davvero. Le gambe della ragazza non erano completamente nude. Indossava delle sottilissime calze color grigio chiaro, ma non indossava le mutande. Era seduta a gambe spalancate, in un modo che faceva pensare che le avesse dimenticate, o che fosse talmente impegnata a controllare e gestire la sua metà superiore da non potersi prendere la briga di ricordarsi delle gambe e pure del sesso. Le sue parti intime spiccavano, erano una macchia scura, umida, cespugliosa; la loro esposizione le donava un'aria ingenua, affascinante, commovente.

Fra le pazienti sedevano due infermiere. Erano entrambe povere donne proletarie, pagate troppo poco, e si trovavano lì soltanto perché i loro mariti non guadagnavano abbastanza per mantenere una famiglia secondo il livello che la televisione promette alla nazione. Le donne guardavano la giovane più spesso di quanto non facessero con tutte le altre pazienti. Lo facevano con un astio che non si sarebbe placato nemmeno con uno stipendio dieci volte superiore a quello che guadagnavano.

Entrambe avevano figlie adolescenti, ed entrambe conoscevano bene le liti che si fanno per il trucco e i vestiti. A una delle due piaceva che la figlia mettesse abiti corti e si truccasse molto e all'altra no, ma quella differenza tra loro si era dileguata sotto la pressione di un'inquietudine profonda, causata dagli scontri violenti che avevano avuto con quella ragazza, Bianca, i cui miniabiti erano ben più corti di quanto richiedesse la moda, e che entrambe trovavano disgustosi, anche senza considerare il fatto che la giovane si rifiutava di portare le mutande. Le parole che Bianca rivolgeva alle infermiere (figure materne, autoritarie, come entrambe erano state addestrate a interpretare alla perfezione), accusandole di essere all'antica, di odiare le ragazze, di essere sessuofobe, vecchie e via discorrendo, erano esattamente, ma proprio esattamente, parola per parola, le stesse che si sentivano dire dalle figlie durante le liti. Il fatto che Bianca fosse pazza, e che usasse le stesse argomentazioni delle loro figlie per non portare le mutande, così da avere sempre un aspetto provocante e da causare continui problemi con i pazienti maschi già di per sé poco stabili, costituiva un turbamento troppo grande per la morale comune. Ovviamente lo schema di riferimento morale di una delle due infermiere – quella che approvava le minigonne, le ciglia finte e il trucco pesante sugli occhi della figlia – era molto più liberale di quello dell'altra; tuttavia, entrambe finivano per pensare diverse volte al giorno che le loro posizioni, liberali o all'antica che fossero, posizioni di cui entrambe andavano orgogliose, venissero vanificate o addirittura messe in ridicolo dal fatto che la signorina Bianca se ne stava lì seduta con le gambe spalancate, a mostrare tutto ciò che aveva. E per una questione di principio. In nome della libertà, dei diritti dei giovani e del miglioramento della condizione femminile. Entrambe le donne avevano ammesso con sé stesse, e successivamente con la collega e con i dottori, che di tutte le pazienti di cui si occupavano Bianca era quella che metteva più duramente a prova la loro capacità di autocontrollo. Erano pronte a dire che la odiavano, un atteggiamento che alcuni dei dottori a loro superiori avevano condannato come privo di perspicacia e controllo, e che invece altri avevano approvato in quanto dimostrazione di onestà e franchezza nei confronti della paziente e di loro stesse. Le infermiere sapevano benissimo che il modo di Bianca di starsene seduta lì, con indosso la parodia di un vestito da governante e il sesso in bella vista, era una sfida alla loro sanità mentale. Per giunta, oltre ad avere l'odore sgradevole delle medicine, Bianca non si lavava quanto avrebbe dovuto (un segno riconoscibilissimo della sua malattia) e puzzava.

Era anche bellissima, di una bellezza esotica e per nulla convenzionale.

Sedeva da sola. Sapeva di essere sempre stata sola. Faceva solitari con le carte perché sono giochi che si fanno da soli. Tutto intorno a lei, se solo le persone avessero avuto occhi per vederlo, c'era uno spazio in cui guizzavano e saettavano fiammate di odio, un fuoco velenoso. Bianca era isolata da quest'aura di odio che lei sola percepiva. Si era accorta che le due donne di mezza età la tenevano d'occhio più degli altri, ma non le vedeva per come erano, due povere donne che facevano un brutto lavoro perché non erano abbastanza qualificate per averne uno migliore. Le vedeva enormi, tre volte più grandi della loro vera statura, arbitrariamente potenti, pericolose, terrificanti. Le odiava con tutto il cuore perché erano di mezza età, erano sciatte, limitate e povere, e perché quella mattina, come tutte le mattine della settimana passata, le avevano detto che doveva mettersi le mutande oltre alle calze, e che faceva schifo, e che il loro lavoro era già abbastanza difficile anche senza che lei facesse eccitare gli uomini, e poi le avevano dato dell'egoista, dell'antisociale, della disobbediente.

Quando le guardava, si sentiva invadere dal terrore giovanile di trovarsi davanti all'immagine del proprio futuro. Si dava il caso che la vita le avesse insegnato molto presto che era facile, anzi molto comune, essere giovane, bella e allegra e trovarsi poco dopo a essere di mezza età, stanca e trascurata.

In alcuni dei primi quadri di Goya, non quelli che descrivono la guerra o la pazzia, ma quelli che mostrano immagini allegre e cortesi, c'è sempre qualcosa di indefinibile che turba l'osservatore. Non è una sensazione immediata. È perché in tutti i gruppi di persone rappresentate – affascinanti, convenzionali, pastorali, sempre fondamentalmente civili – ce n'è sempre una che rivolge lo sguardo in una direzione diversa, oltre la tela, che guarda negli occhi l'osservatore. Questa persona, che rifiuta di uniformarsi alle convenzioni del quadro in cui l'artista stesso l'ha posta, mette in discussione, e di fatto distrugge, quelle stesse convenzioni. È come se l'artista si fosse detto: immagino di dover dipingere questo genere di quadro, è quello che tutti si aspettano da me… ma gliela faccio vedere io. Quando si osserva quel quadro, il resto dell'immagine si dissolve: le persone affascinanti con i loro sorrisi e le loro gale, i giovani eroi, la civiltà, tutto questo si dissolve a causa del lungo sguardo diretto che arriva dal personaggio che ci guarda dalla tela e che dice in silenzio che lui, o lei, sa che è tutta una commedia. È lì per dirci che la pensa così.

Gli occhi di Bianca Lampi ottenevano lo stesso risultato: quello di negare il resto del suo aspetto… e forse di dire la stessa cosa.

E come se non si trattasse di una sfida sufficiente, il contrasto strabiliante tra l'abito nero convenzionale e la nudità della parte inferiore del corpo, i capelli lisci da ballerina e la macchia triste, bagnata, più in basso, la posizione sociale della 'giocatrice di carte' e l'isolamento che la circondava a causa della paura e dell'odio… come se ciò non bastasse (e oltretutto a questo va aggiunto il corollario sociale, forse meno importante, dato dal prezzo elevato del vestito, delle scarpe, della borsetta, tutti oggetti che da soli si sarebbero portati via una settimana di stipendio delle infermiere povere) c'era anche un altro contrasto. Gli occhi neri di Bianca guardavano direttamente fuori dalla tela, e seguendo quello sguardo, lasciandosi scivolare all'interno di quello sguardo, in modo da intrufolarsi nella sua testa, ciò di cui si diventava parte non era la violenza dell'odio, ma una pozza di lacrime, le lacrime di una bambina che diceva: Oh, amami, abbracciami, perdonami, non lasciarmi mai, non farmi crescere. Ciò che provava dentro a quella facciata di contrasti perturbanti erano i sentimenti di una bambina piccola picchiata o maltrattata da un genitore autoritario, che sa benissimo che, la prossima volta in cui il padre – o la madre – sarà arrabbiato, ubriaco, o a sua volta spaventato, accadrà esattamente la stessa cosa. Era solo una vittima, tradita, tormentata, vulnerabile e bisognosa di amore.

Era seduta lì a fare il suo solitario con un atteggiamento che gridava 'Perché mi lasciate così sola?' quando un bell'uomo di circa cinquant'anni entrò nella sala comune. Aveva morbidi capelli grigio scuro che dovevano essere stati neri, occhi azzurri e un sorriso buono.

A differenza di altri, che erano entrati mentre lei, seduta, diceva in silenzio 'Ti sfido a venire a sederti con me', e che se ne erano andati altrove, l'uomo andò dritto verso di lei. Si mise a sedere, estrasse subito una pipa dalla tasca e prese ad affacendarsi per riempirla e accenderla. Indossava una giacca sportiva con sotto un maglione blu scuro. Aveva l'aria di uno che è stato un atleta, anche se a livello amatoriale.

Era il professor Carlo Veglia. Lui e Bianca erano amici.

Senza chiedergli nulla, Bianca raccolse le carte e cominciò a fare un mazzo da poker, che era uno dei loro giochi preferiti: ciascuno giocava tre mani, con sette carte per mano, quattro jolly e i piatti divisi. Bianca vinceva quasi sempre, non perché fosse più intelligente del professore, ma perché si impegnava di più.

Facciamo che i jolly sono i tre, i cinque, i sette e i fanti” annunciò con aria socievole.

Giocarono. Vinse lei.

Mescolando le carte, gli disse: “Oggi l'hai visto?”

Sì, il dottor X non c'è.”

Che ha detto?”

Dice che mi devono spostare da qualche parte. Che per come sto adesso, non possono continuare a tenermi qui.”

Perché, perché non possono? Oh, è veramente troppo!”

Continua solo a dire che questo è un'ospedale di accettazione generale e che non può forzare le regole.”

Però non lasciare che ti mandino al Bacino Nord. Qualunque cosa, ma non lì.”

Non preoccuparti, non lo farò.”

Bianca distribuì le carte.

 

© Paolo Melandri (19. 9. 2019)


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