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La gazza ladra Introduzione

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 22/09/2019 12:58:39

La gazza ladra

 

Poco prima delle due scavalcai il muro di cemento del giardino e scesi nel vicolo. Non è un vicolo nel vero senso della parola, ma sinceramente non saprei con quale altro termine chiamarlo. A essere precisi non è neanche una via, una via che ha un'entrata e un'uscita e porta in un luogo determinato. Invece quel vicolo non ha sbocchi, è chiuso a entrambe le estremità. E non è neppure quel che si dice un cul de sac, che ha per lo meno un'entrata. È un sentiero lungo un duecento metri che passa serpeggiando fra i giardini sul retro delle case, la gente del quartiere semplicemente trova comodo chiamarlo il vicolo. È largo un metro e qualcosa, ma a causa delle siepi che sporgono e di tutti gli oggetti gettati al suolo, in parecchi punti non si riesce a passare se non sgusciando di lato.

A quel che si dice – lo abbiamo appreso da mio zio, che ci affitta la casa in cui viviamo a un prezzo eccezionalmente basso – anche il vicolo una volta aveva un'entrata e un'uscita, e fungeva da scorciatoia per passare da una via all'altra. Ma quando i prezzi del terreno sono saliti, negli spazi che una volta erano vacanti hanno costruito nuove file di case, e la larghezza delle vie si è ridotta al punto che le abitazioni sembrano schiacciate le une sulle altre. Quelli che ci vivevano, però, non sembravano apprezzare molto la vista degli estranei che andavano e venivano tra il proprio giardino e quello di fronte, e fecero casualmente in modo che venissero chiuse le entrate di quella scorciatoia. All'inizio si trattava solo di tranquille siepi, nessuno ci badò, poi a un certo punto uno degli abitanti bloccò uno degli ingressi con un muro di cemento per allargare il proprio giardino, e la reazione immediata fu che anche l'altro ingresso venne chiuso con una solida inferriata, non ci entravano più neanche i cani. Comunque fin dall'inizio quel passaggio era sempre servito solo da scorciatoia e nessuno protestò per la sua chiusura, era meglio così, anche ai fini della prevenzione del crimine. Ormai il vicolo è diventato una sorta di canale abbandonato che nessuno usa, ha solo la funzione di zona neutra di separazione fra casa e casa. Il terreno è invaso dalle erbacce, e dappertutto i ragni hanno attaccato tele appiccicose.

A che scopo mia moglie fosse entrata e uscita di lì in continuazione, non riuscivo proprio a immaginarlo, per quel che mi riguardava in quel vicolo ci ero passato solo un paio di volte. E Barbara, per di più, detestava i ragni. Decisi di lasciar perdere, mi aveva detto di andare lì a cercare il gatto, e così avrei fatto. Per restare a casa ad aspettare che squillasse il telefono, tanto valeva andare a farmi una camminata fuori.

Nel vicolo, il sole dardeggiante dell'estate incipiente proiettava sul suolo l'ombra maculata dei rami d'albero sopra la mia testa. Non c'era vento, e quelle ombre sembravano macchie fatalmente fissate sul terreno. Intorno non si sentiva un rumore, avevo l'impressione di percepire perfino il respiro dei fili d'erba inondati dalla luce del sole. Nel cielo vagavano alcune nuvolette, semplici e nitide come nei paesaggi delle miniature medievali. Qualunque cosa colpisse il mio sguardo era miracolosamente limpida, e avevo la sensazione che il mio corpo fosse qualcosa di illimitato che non riuscivo a contenere. Faceva terribilmente caldo.

Portavo solo una maglietta, dei pantaloni di cotone sgualciti e delle scarpe da tennis, ma a camminare sotto il sole sentivo il sudore imperlarmi le ascelle e la cavità del petto. Sia la maglietta che i pantaloni li avevo tirati fuori proprio quella mattina dallo scatolone degli indumenti estivi, e l'odore forte della naftalina mi pungeva le narici.

Le case intorno si dividevano chiaramente in vecchie e nuove costruzioni. Le case nuove di solito erano piccole con giardini esigui. Le canne di bambù con i panni stesi ad asciugare sporgevano fin nel vicolo, e mi succedeva di dover avanzare sgusciando tra file di asciugamani, camicie e lenzuola. A volte da oltre la siepe arrivava il suono nitido dei televisori e il rumore degli sciacquoni dei gabinetti, altrove si sentiva un odore di cucina al curry.

Nelle case più antiche, invece, non si avvertiva quasi alcun segno di vita. Le siepi erano formate da cespugli di diverso tipo accostati con arte e in modo da coprire la vista, i giardini che si intravedevano tra le fessure erano vasti e ben curati.

Sul retro di una casa un albero di Natale ormai secco e color marrone era buttato in un angolo. Su un prato erano posati tutti i giochi per bambini possibili e immaginabili, come in un'esposizione collettiva dei ricordi d'infanzia di parecchie persone. C'erano tricicli, cerchi, spade di plastica, palle di gomma, bambole dalla forma di tartaruga, piccole mazze da baseball, e così via. In un giardino era installato un canestro per giocare a basket, in un altro si vedevano delle bellissime sedie da giardino e un tavolo in terracotta. Le sedie bianche erano coperte di terriccio, non dovevano essere state usate da mesi, se non da anni. Sopra il tavolo, a causa della pioggia, erano rimasti appiccicati dei petali di fior di loto viola.

In un'altra casa, attraverso le porte-finestre del telaio in alluminio potei gettare un'occhiata all'interno del soggiorno. C'erano un divano e due poltrone in pelle, un grande televisore, un mobile decorato sul quale erano posati una vaschetta con dei pesci tropicali e due trofei di chissà cosa, e una lampada a piede. Sembrava l'ambientazione di uno sceneggiato televisivo. In un giardino c'era una grande cuccia per un cane di grossa taglia, ma dentro non si vedevano cani, e la tendina era aperta. Il recinto era sfondato, come se dall'interno qualcuno ci fosse rimasto appoggiato contro per mesi.

La casa abbandonata di cui aveva parlato Barbara si trovava un poco più in là. Alla prima occhiata si capiva che era disabitata da parecchi mesi. Era una costruzione a due piani relativamente recente, ma le imposte di legno ermeticamente chiuse erano vecchie e scrostate, e anche le ringhiere che proteggevano le finestre al primo piano erano macchiate di ruggine. Nel comodo giardino, in effetti, c'era una statua di pietra che raffigurava un uccello con le ali spiegate. Era posta su un piedistallo all'altezza del petto di un uomo, ma le erbacce che le crescevano intorno alla rinfusa erano così alte che arrivavano a toccare i piedi dell'uccello. Questo era di una specie a me ignota, e sembrava spiegare le ali per volar via il più presto possibile da quel luogo tanto sgradevole. Oltre alla statua di pietra, nel giardino non c'erano ornamenti di alcun tipo. Sotto la tettoia erano accatastate delle sedie in plastica tutte rovinate, e sulla siepe di camelie erano sbocciati fiori di un rosso vivido, che davano la strana sensazione di essere finti. Per il resto, non si vedevano che erbacce.

Mi appoggiai alla cancellata di ferro che mi arrivava al petto, e per un po' rimasi a guardare quel giardino: era proprio uno di quelli che piacciono tanto ai gatti, ma intorno non se ne vedevano. Sul tetto, un piccione si era posato sull'estremità dell'antenna della televisione, e faceva risuonare intorno il suo verso monotono. L'ombra dell'uccello di pietra cadeva sopra le erbacce rigogliose spezzandosi in forme discontinue.

Mi tolsi di tasca una caramella al limone, la scartai, e me la infilai in bocca. Quando avevo lasciato il lavoro avevo colto l'occasione per smettere di fumare, ma in compenso dovevo tenere sempre caramelle al limone a portata di mano.

Sono diventate una droga, quelle caramelle, – aveva detto mia moglie, – ti riempirai di carie”. Parole buttate al vento. Mentre osservavo il giardino, il piccione fermo sull'antenna della televisione continuava a tubare costantemente sullo stesso tono, con la monotonia di un impiegato che stampa i numeri sui libretti degli assegni. Non so quanto tempo rimasi appoggiato a quella cancellata, ricordo solo che a un certo punto mi sentii nauseato dalla caramella troppo dolce in bocca, e la sputai per terra ridotta a metà. Volsi nuovamente lo sguardo verso l'ombra dell'uccello. Nello stesso momento mi sembrò che qualcuno dietro di me mi chiamasse.

 

© Paolo Melandri (22. 9. 2019)


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