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Angelino comincia a fumare

di ernesto rossi
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Pubblicato il 29/09/2019 12:32:03

Nessuno sentì Angelino uscire di casa. Tirò la porta con tale delicatezza che la serratura quasi non fece rumore. La mamma continuò ad infilare piatti  nella lavastoviglie, il padre cercava di leggere  un giornale prima di tornare al negozio e sua sorella, con le cuffie, non avrebbe sentito nemmeno un tuono. Angelino, qualche settimana avanti, aveva letto le prime righe di un libro dove c’era un giovanotto che voleva  fare una cosa importante di cui gli altri non dovevano accorgersi. E anche il giovanotto  doveva uscire dalla sua stanza senza che nessuno lo sentisse, nemmeno la sua padrona di casa che abitava al piano di sotto. Il romanzo stava sul comodino della mamma, che ne leggeva un po’ ogni sera per addormentarsi. Angelino si era convinto che era una cosa possibile, visto che quell’altro c’era riuscito prima di  lui. Appena si trovò solo sul pianerottolo strinse i denti,  preparandosi una scusa plausibile se qualcuno avesse di colpo riaperto l’uscio cogliendolo sul fatto. Ma tutto andò bene. Erano le tre del pomeriggio, faceva caldo perché era estate, e nel palazzo la gente che non andava a lavorare dormiva o guardava la televisione.   Angelino scese tre rampe di scale e in un lampo attraversò la porta a vetri e uscì sulla strada. Mentre si allontanava rapidamente lungo il marciapiede, pensò che ormai era fatta, e che adesso nessuno poteva fermarlo. Gli  sembrava di camminare  senza scarpe, talmente l’asfalto era bollente, e sentì che la camiciola di cotone gli si appiccicava alle spalle per il sudore. Per strada c’erano pochissime persone, e solo qualche automobile guidata da gente con gli occhiali scuri. I negozi erano chiusi, tranne una rosticceria che lavorava fino a mezzanotte e da cui veniva un odore di fritto che, anche dopo mangiato, suscitò in Angelino un automatico desiderio di pizza . Tirò diritto perché, a dire la verità, aveva lo stomaco chiuso per la paura e voleva affettarsi a concludere e poi tornare a casa, per sempre. In fondo, oltre le strade,  nel vapore tremolante che lo faceva assomigliare a un miraggio, si vedeva  lo zoccolo verde di un giardino pubblico che in quel momento ricordava l’ Africa. Angelino si domandò se le giraffe, con quel gran caldo, avrebbero potuto vivere lì durante l’estate invece che allo zoo, e subito dopo, senza sapere il perché,  pensò a suo padre e  anche sua sorella e alla mamma, le quali non sapevano nulla di quello che stava capitando. Ma lo so io, pensò aggrottando le sopracciglia come un uomo deciso a tutto, e dopo anche papà non dovrà più preoccuparsi. Era l’unico a poterlo fare, perché non rischiava quasi nulla. Qualche mese prima, mentre guardavano il telegiornale, papà gli aveva spiegato che i bambini che avevano meno di quattordici anni non potevano andare in prigione. E perché – gli aveva chiesto Angelino. Perchè sono troppo piccoli, aveva risposto papà. Andavano tutt’al più a finire  in un posto che si chiamava conformatorio oppure deformatorio, o qualcosa del genere, ma non era grave, perché uscivano subito. Così Angelino aveva capito che lui poteva fare qualcosa che a suo padre non era possibile, perché i grandi andavano in prigione e i bambini no. Si fermò, perché si era distratto a pensare e aveva superato  la strada. Doveva tornare indietro fino alla cantonata e poi girare a destra. Era una via interna, breve, con l’asfalto rifatto di recente, e le strisce pedonali dipinte di fresco. Da lì non si vedeva il prato, non si vedeva niente. Lontano, due enormi case  gialle,  con un grosso cornicione dipinto rosso fuoco, erano lì da sempre e sembravano finte e piatte tanto erano immobili.  Angelino ricordava il numero civico, perché una volta, tornando da scuola aveva visto per caso suo padre uscire da lì con la faccia da morto, e si era così spaventato che aveva cambiato bruscamente strada per non incontrarlo. Poi, la sera,  aveva letto  quel foglio che papà aveva rimesso in tasca con una tale furia che lui non era riuscito a  resistere alla tentazione di andarlo a leggere  di nascosto. Quel foglio non era chiaro, le parole erano strane e non si capivano bene, però avevano qualcosa di cattivo, come se qualcuno dicesse a un altro che se non gli da certi soldi allora capiteranno guai a qualcuno, cose brutte, e  alla mamma e allo sorella per prime. Guai anche ad Angelino, sì, ma lui non aveva paura, perché ormai sapeva di non poter andare in prigione. La palazzina era stata tinteggiata da poco tutta di bianco, come una enorme meringa. Angelino si fermò  e lesse i nomi sul citofono. Quel tipo non aveva scritto come si chiamava. Angelino schiacciò il primo campanello. Non rispose nessuno. Allora provò con un pulsante dove c’era scritto Aniello, ma gli rispose una donna con un accento così simile a quello della mamma che Angelino disse scusi ho sbagliato. Fece scorrere gli occhi su altri cognomi  che non gli sembravano possibili finchè ne lesse uno che gli mise paura e suonò. Una voce  senza accento e abituata a rispondere chiese chi è. Sono il figlio di Pasquale Catena, disse Angelino. E che vuoi – domandò quell’altro – poi si riprese e chiese  chi era questo Catena, dicendo  che lui non lo conosceva. E’ mio padre, rispose serio  Angelino,  e se non lo lasci stare io ti ammazzo. Mentre le pronunciava, il suono di quelle parole gli sembrò provenire da qualcun altro, eppure era contento di averle dette. Tanto io non ci vado in prigione, aggiunse. Dal citofono venne un verso come di qualcuno che respira forte dal naso, poi quello disse senti ragazzino, ma il tono era cambiato, tornatene a casa e smetti di disturbare la gente, hai capito? E mise giù. Ad Angelino sembrò che quello lì si era arrabbiato veramente tanto, e forse anche spaventato, ma che non aveva voluto darlo a vedere. Era lui, ne era sicuro, aveva indovinato. Ora non doveva fare altro che tornare a casa e vedere come si sarebbero messe le cose. Angiolino si sentiva contento di sé. Anche un po’ di allegria, insieme alla paura, ci stava bene, adesso, nel suo cuore. Allungò di un tanto la strada, facendo il giro di due o tre isolati,  per smaltire un’emozione nuova, che gli finiva tutta nelle gambe mettendogli voglia di camminare. Passando davanti alla saracinesca aperta di un garage che conosceva bene, vide che lì dentro, al fresco, tre ragazzini amici suoi giocavano a carte su un tavolino di legno. Uno aveva la sigaretta accesa che gli pendeva per storto dalle labbra. Angiolino Catena,  gli disse quello con la sigaretta senza alzare gli occhi dalle carte, ma dove te ne vai a quest’ora? A casa vado, rispose Angiolino, non mi posso fermare. Allontanandosi, li sentì ancora parlare e ridere, e uno ripeteva catena, catena, ma lui lasciò perdere. Doveva imparare a fare a meno dei giochi e degli amici, ora che forse sarebbe andato al … bè insomma lì, in quel posto che finiva per “orio”. Davanti alla porta di casa aspettò qualche secondo prima di suonare. La situazione in casa, però, non era quella che aveva immaginato. Papà  era seduto sul divano vicino al telefono e aveva la faccia e gli occhi rossi, come se avesse pianto o gridato fino a un attimo prima.. Quando lo vide entrare fece un gesto con le mani e  Angiolino ebbe paura che l’avrebbe picchiato, invece non successe nulla. Sua madre richiuse la porta. Sei tutto sudato, gli disse. C’era qualcosa di strano, ma nessuno sembrava arrabbiato con lui perché era   uscito di casa di nascosto. Scommetto che mia sorella sta ancora con le cuffie, pensò Angelino. Papà accese una sigaretta e si vedeva che non sapeva da dove cominciare. Guardava il tappeto sempre nello stesso punto. Poi disse piano: Angiolino, ma che hai fatto? e  Angelino gli disse tutto per filo e per segno, il citofono le parole e il resto,  compreso il fatto di non essersi fermato a giocare con i compagni, e che aveva trovato nella tasca della giacca quel foglio, e che l’aveva letto. E ora, disse il padre guardando la mamma , ma non sembrava proprio una domanda. Aveva gli occhi grandi e la stessa faccia di morto di quel giorno. Allora Angelino per la prima volta in vita sua bestemmiò e, senza che suo padre facesse nemmeno l’ombra di un gesto per fermarlo, prese una sigaretta dal pacchetto che era accanto al telefono e la accese. Poi tirò un calcio a una seggiola e se ne andò in camera sua dove  rimase fino a sera, con le cuffie in testa a tutto volume.  Ancora adesso, che è grande, Angelino ripensa spesso a quel giorno e ai fatti che accaddero in seguito,  ci pensa con gusto e con rabbia, e si sente ancora capace di andare a cercare quell’uomo di cui non vide mai la faccia e di ammazzarlo, e ogni volta che questo ricordo gli viene  tira fuori una sigaretta, la accende e, in onore di suo padre, dice una bestemmia grande. 


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