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Il grande evento 3

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 09/10/2019 23:55:23

Il tempo della storia del Grande Evento era anche il tempo delle grandi e piccole guerre. Le grandi, senza che se ne vedesse la fine, venivano risolte nei – per noi nativi di qui, per noi occidentali – paesi terzi, le piccole invece a casa nostra, in patria, giorno per giorno e notte per notte, diversamente mortali, e anch'esse senza una fine prevedibile. Guerre civili? Stupidaggini: sembravano aver perso il loro fascino, almeno da noi, e se però rinascessero non sarebbero piccole, anzi, come da sempre le guerre civili, sarebbero le più grandi, o le più crudeli. No, in ogni rispettivo paese questo era il tempo delle guerre tra vicini, un'espressione che trae in inganno, perché a scagliarsi l'uno contro l'altro erano sempre e soltanto in due, e le loro famiglie – ammesso, cosa rara, che ne avessero una – di norma si tenevano alla larga dalle azioni militari. Eppure erano guerre come poche altre. Alla conclusione di una pace non c'era neanche da pensare, a differenza delle grandi guerre, almeno quelle di un tempo. La guerra tra vicini poteva finire solo con la morte, in un modo o nell'altro violenta, di uno dei due o di entrambi i guerreggianti. Le parole erano escluse, e appena non si sentivano più grida questo significava che l'esito mortale, singolo o duplice, era vicino.

Nei giornali c'erano rubriche apposite, al riguardo, che si rinnovavano giorno dopo giorno. Ragioni per queste guerre: nessuna, né il fracasso né lingua diversa, colore della pelle, religione, e nemmeno forse primordiale non-poter-sopportare-l'odore-dell'altro. In genere le fazioni in guerra erano formate da gente all'incirca della stessa età, che aveva un mestiere analogo, un'origine analoga, usava espressioni analoghe, per lo più tecniche, ed era del tutto simile anche quanto al resto. I sociologi avevano cercato di vedere una spiegazione nel fatto che il lungo periodo di pace alle nostre latitudini, come una specie di forza fisica, avrebbe creato nell'animo dei singoli lo spazio per un odio immenso verso tutto e tutti, che aveva fretta di sfogarsi, e precisamente sul vicino più prossimo – quello solo una porta o una casa più avanti già non veniva preso in considerazione, con lui si era, o si fingeva di essere, addirittura buoni amici. Motivazioni con cui quegli psicofisici non si erano certamente imposti. Le guerre tra vicini continuavano a essere considerate un fenomeno inspiegabile, e la cosa aveva anche a che fare con la subitaneità e la ferocia primordiale con cui ogni volta esplodevano le violenze. Un uomo era uscito dal cancello del giardino e il suo vicino gli si era avventato contro con la sciabola della guerra mondiale di suo padre o di suo nonno. Un altro era uscito dal garage a marcia indietro e in strada era stato tamponato dal vicino che già da un bel po' gli stava facendo la posta col motore acceso. A un altro ancora avevano versato addosso, dall'alto, pece bollente, e un altro, certo non ultimo nella rubrica quotidiana, mentre dopo il lavoro sfogliava il giornale sulla sua terrazza, aveva ricevuto un colpo sulla nuca dal vicino, che all'improvviso era saltato fuori dai cespugli armato di randello, e l'avrà brandito non meno selvaggiamente di Caino contro il fratello Abele.

 

© Paolo Melandri (9. 10. 2019)


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