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Confessione di un accalappiacani

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 12/10/2019 22:46:33

Confessione di un accalappiacani

 

Dichiaro, esitante, la mia professione che mi nutre, sì, ma mi costringe ad azioni che non posso sempre compiere con la coscienza pulita. Sono impiegato all'ufficio delle tasse sui cani e passeggio per le contrade della nostra città alla ricerca di compagni che abbaiano senza medaglia.

Cammuffato da tranquillo cittadino a passeggio, piccolo e rotondo, un sigaro di medio prezzo in bocca, mi aggiro per i parchi e le strade silenziose, attacco discorso con la gente che porta a passeggio i cani, mi noto i nomi e gli indirizzi, solletico amichevolmente il collo del cane, sapendo che presto procurerà cinquanta euro.

Conosco i cani che pagano le tasse; lo annuso, lo sento, quando è un animale con la coscienza tranquilla che sotto un albero alza la zampa! Il mio interesse particolare va alle cagne incinte che attendono la nascita felice di futuri esemplari che pagheranno le tasse: le osservo, mi noto esattamente il giorno del parto e controllo dove vengono portati i cuccioli, li lascio crescere senza ombra di sospetto, fin in quello stadio in cui nessuno ha più il coraggio di affogarli, e li consegno poi alla legge.

Forse avrei dovuto scegliere un'altra professione, perché i cani mi piacciono e così mi ritrovo sempre pieno di rimorsi: amore e dovere lottano nel mio petto e confesso apertamente che qualche volta vince l'amore. Ci sono cani che semplicemente non posso tradire alle tasse, per i quali – come si suol dire – chiudo tutti e due gli occhi. Ora sono poi in uno stato di mitezza particolare perché nemmeno il mio cane paga le tasse: un bastardo che mia moglie nutre con affetto, il giocattolo preferito dei miei bambini che non hanno l'idea a quale creatura fuori legge essi diano il loro affetto.

La vita è davvero piena di rischi: forse dovrei essere più prudente, ma il fatto che fino ad un certo punto sono custode della legge, mi rafforza nella certezza di poterla infrangere in continuazione.

Il mio servizio è duro: per ore me ne sto fra i cespugli spinosi della periferia, aspetto di sentire abbaiare da una casa popolare o furiosamente ringhiare da una baracca, in cui ho l'impressione che si nasconda un cane sospetto. Oppure sto rannicchiato dietro resti di mura e spio un fox di cui so che non è in possesso di una scheda, né di un numero di conto corrente. Sporco e stanco torno a casa, fumo il mio sigaro vicino alla stufa e faccio il solletico fra il pelo al nostro Pluto che scodinzola e mi ricorda il paradosso della mia esistenza. È comprensibile che la domenica io sappia godere una lunga passeggiata durante la quale mi posso interessare di cani platonicamente perché la domenica anche i cani non tassati non sono sottoposti a osservazione. In futuro dovrò scegliere però un'altra strada per le nostre passeggiate, perché già due domeniche di seguito ho incontrato il mio principale che ogni volta si ferma, saluta mia moglie, i bambini e fa il solletico al nostro Pluto: a Pluto non piace, ringhia, si prepara a saltargli addosso, cosa che mi preoccupa al massimo e mi costringe a congedarci repentinamente. È una cosa che comincia a suscitare la diffidenza del mio principale che, con fronte aggrottata, osserva le goccioline di sudore che si raccolgono sulla mia fronte.

Forse avrei potuto fare la dichiarazione per le tasse di Pluto, ma le mie entrate sono modeste – forse avrei dovuto scegliere un altro mestiere – ma ho cinquant'anni e alla mia età non si cambia più volentieri; ad ogni modo il rischio della mia vita diventa troppo permanente e vorrei denunciare Pluto, se la cosa fosse ancora possibile: in leggero tono di conversazione mia moglie ha raccontato al principale che abbiamo l'animale già da tre anni, che è cresciuto con la famiglia, indivisibile dai bambini, e cosette simili che mi rendono ora impossibile denunciare Pluto. Intanto cerco di dominare i miei rimorsi raddoppiando lo zelo professionale: non serve a niente. Mi sono messo in una situazione in cui non mi sembra ci sia una possibile via d'uscita. Al bue che trebbia non si deve legare il muso, ma io non so se il mio principale abbia lo spirito elastico abbastanza per far valere i testi biblici.

Sono perduto, e alcuni mi considereranno un cinico, ma come posso non diventarlo, se ho sempre a che fare con i cani?

 

© Paolo Melandri (12. 10. 2019)


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