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Il promontorio del tempo

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 13/10/2019 21:46:58

Il promontorio del tempo

 

L'ospitante rifletté ad alta voce sul tempo. Era da sempre il suo problema o, ritradotto in greco, il suo impedimento, o “promontorio”. Già l'avevamo sentito spesso iniziare da quel tema e ogni volta con un sospiro se possibile ancora più profondo: “ahimè, tempo…”, “ah, tempo…”, “a-ha, tempo…”. E ogni volta era rimasto impantanato in qualche punto del suo cosiddetto “problema di fondo”, e così, con nostro quanto suo sollievo, avvenne anche stavolta. “No”, disse all'incirca, “per me il tempo non è stato e non è un problema, piuttosto un enigma. Nell'esistenza, nell'una vita, all'inizio un enigma assoluto, l'enigma più assoluto, l'enigma degli enigmi, l'enigma puro e semplice, poi, col tempo, no, contro il tempo, un enigma spaventoso, lo pseudonimo di morte o anche soltanto di noia, del non-saper-che-fare di me e del mio tempo. Nell'una vita, nell'esistenza, fino a oggi il tempo passa per me troppo velocemente o troppo lentamente. Invece nel raccontare, nella mia altra vita, il tempo, dall'inizio fino ad ora, e ora, e ora, mi apparve come un enigma fecondo, no, basta coi giochi di parole: come un enigma splendido. Anche qui, nel raccontare, non so come usare il tempo. Ma qui sento o insieme presagisco che lui, il tempo, santo cielo, è dalla mia parte, e io, appena nel mio raccontare le cose vanno nel verso giusto, mi muovo, no, mi baso su di lui. E questo fa sì, mi sembra, che nel tempo del raccontare, diversamente dal tempo del contare – per me nella vita quotidiana troppo spesso, in un modo o nell'altro, un tempo del contare forzoso –, invece di dati massicci, generalmente pretestuosi e imposti, si offrano forme o anche soltanto formule del tempo con l'aiuto delle quali io posso giocare, no, saltare, sì, ricercare e dimenticare il tempo vigente. “Nell'estate scorsa…”, “Nell'inverno seguente…”, “Quando scoppiò la guerra…”, “Quando mia sorella poteva ancora parlare…”, “Un anno dopo…”, “Poco prima di Pentecoste…”, “All'inizio del Ramadan…”, “La mattina del giorno dopo…”, “La sera del terzo giorno…”, o anche soltanto: “E poi… e poi…”, o addirittura: “E… e… e…”. Il tempo del racconto: splendido enigma? Oppure un problema, ma per l'appunto splendido? Oppure no, fantastico? Liberatorio? Conciliante? O tempo… Ehi, tempi! E voi cosa ne pensate?” Al che noi, non molto diversamente da lui, ciascuno al suo tavolo nel salone del battello, ci abbandonammo a un dondolio della testa da cui in verità non uscì nient'altro che un ronzio qui, un brontolio lì, un “ehm-ehm” là, un raschio, uno sbruffo, un sospiro: nulla che avrebbe indotto il padrone del battello a continuare il racconto. Cosa che riuscì poi a ottenere, finalmente, una detonazione, forte, nella cucina di bordo, anche se, oppure no?, ma certo!, proveniva solo dalla stappatura di una bottiglia, che un attimo dopo, come già nell'ora notturna precedente, ci venne servita dalla misteriosa sconosciuta. Il nostro ospitante, da sempre timoroso senza peraltro essere preoccupato (differenza), a quel rumore era trasalito, proprio come per un secondo (e un po' di più) erano ammutolite le miriadi di rane nei canneti lungo la riva del fiume, insieme alla civetta sul prato rivierasco che continuava a cantare con voce flautata, prevedibile nota dopo nota, e proprio come per un momento tutti i cani abbaianti sparsi nel lontano villaggio avevano emesso un uniforme ululato notturno. Poi però la sua voce tanto più calma e più profonda, anche se a volte, no, di quando in quando, un po' tremante, e quello che espresse, come già detto, con chiarezza, a volte più, a volte meno. “La sera del giorno seguente.” “Parecchio tempo dopo.” “Dopo molti altri guadi.” “Dietro le sette montagne poi.” “Entro tre giorni di cammino.” “In un'ora di macchina.” “Prima del decollo.” “Durante il proseguimento del volo.” “In un mattino tempestoso.” “Sotto un temporale.” “Nell'ora della sua morte.” “Al tempo del disgelo.” “E poi…” “E poi…” “E poi…”

Nel suo viaggio circolare dovette passare parecchio tempo prima che gli venisse più voglia di tornare al battello sul fiume. Nel primo periodo, di nuovo solo dopo il lungo tragitto assieme in corriera, contava non soltanto i giorni, ma anche le ore e a tratti persino i minuti; ah, finalmente me ne sono lasciato un altro alle spalle. Le prime notti, nei momenti di dormiveglia, pensava di essere ancora nel suo solito letto e nella solita stanza. Tanto più estraneo poi l'ambiente reale, diverso da una notte all'altra, così estraneo che non c'era più motivo di osservarlo con stupore. E furono necessarie più di alcune notti in quella sorta di estraneità perché non sentisse più la mancanza del suo letto. E solo dopo diverse false strade e peregrinazioni gli andò bene un posto per dormire qualsiasi, quando gli bastò potersi distendere da qualche parte. E dovette restare in giro parecchio tempo prima che arrivasse il momento in cui pensò: “Adesso comincia l'avventura!”.

 

© Paolo Melandri (13. 10. 2019)


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