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Il violino

di Eliana Farotto
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Pubblicato il 17/03/2020 14:56:31

Roberto

Oggi è il grande giorno, tra poco inizia il concerto. Mi faccio strada nell’Auditorium, consegno il biglietto ad una ragazza carina in divisa che mi sorride. Entro in platea, percorro la sala, raggiungo la terza fila e mi accomodo nella poltrona di velluto rosso. Ho in mano il mio prezioso spartito pieno di appunti. L’ambiente è accogliente e familiare, osservo gli orchestrali vestiti di nero, le donne in lungo con ampie scollature e le braccia nude illuminate dalle luci. Sono felice, è tutta la settimana che aspetto questo momento.

Le luci si abbassano, fa il suo ingresso il direttore vestito di nero, con uno strano completo che sembra un kimono. Si inchina al pubblico e si gira verso gli orchestrali: sta per dirigere il Concerto per violino e orchestra in Re maggiore op. 77 di Johannes Brahms. La solista è una giovane e affascinante violinista che adesso fa la sua bella figura sul palco, fasciata in un vestito nero lucido. Sono sicuramente più bravo, ma questa volta hanno scelto lei.

Il primo movimento è iniziato, seguo sul mio spartito la musica facendo scivolare le dita sulla carta consumata: dentro la mia testa risuonano le note, con la bocca semiaperta emetto bassi suoni come se stessi suonando. I vicini si voltano a guardarmi, non sanno che anch’io mi sto esibendo con l’orchestra   mentre la violinista sul palco si muove in maniera sensuale seguendo la melodia. 

Ecco l’adagio, lascio spazio ai fiati, e poi l’allegro giocoso dove posso dar sfogo al mio estro.

Quando la musica si interrompe arrivano gli applausi: sento battere le mani, il direttore e la violinista si inchinano, anch’io questa sera non ho avuto tentennamenti, la mamma sarà contenta di me quando glielo racconterò.

Seguo con lo sguardo la giovane violinista e mi faccio spazio tra anziane signore in coda per andarsi a complimentare con lei: anche alla mamma piacerebbe conoscerla, potrei chiederle se vuole venire a casa con me. Riesco quasi a raggiungerla ma la porta di accesso ai camerini si chiude bruscamente, busso ripetutamente ma nessuno mi apre. Le scriverò e la inviterò a suonare per la mamma, dopotutto siamo colleghi.

Prendo il tram, affollato nonostante l’orario serale, e percorro a piedi la via semideserta per arrivare al vecchio portone del nostro condominio. Il rumore delle chiavi rimbomba nelle scale, chiudo la porta di legno pesante e percorro al buio il corridoio: la mamma mi aspetta in terrazza, coperta da uno scialle scuro per difendersi dall’umidità della sera.

Le racconto del concerto, di come gli assolo siano stati formidabili, con un uso generoso di rapidi passaggi di scala e variazioni ritmiche: lei mi guarda con attenzione, senza fare commenti.

“Mi chiedi perché non hanno chiamato me come solista per il concerto di questa sera? Lo sai mamma, perché me lo domandi ogni volta, io suono sempre solo per te”.

Guardo la mamma che mi fissa, non batte ciglio e allora proseguo.

“Fin da quando ero un bambino, nonostante le ore passate al violino, per te non sono mai stato bravo abbastanza. Ripetevo i pezzi all’infinito, fino a vedere le mie dita sanguinare, ma non potevo smettere.  Secondo te non ero mai pronto per esibirmi in pubblico e crescendo la mia passione si è trasformata in un tormento”.

Prendo fiato e proseguo alzando il tono di voce.

“Lo so, lo hai fatto per me, per troppo amore, diventare un musicista famoso voleva dire starti lontano, per non parlare delle donne che mi avrebbero fatto la corte attratte dal mio virtuosismo. L’ho capito mamma e sono sempre rimasto solo con te. Mi chiedi dov’è il mio prezioso violino? Non ti ricordi che diversi anni fa, in un momento di rabbia e delusione, l’ho sbattuto contro il muro? Non fingere, lo sai benissimo che continuo a suonare nella mia testa, le mie mani sentono lo spartito e tu senti la mia musica, noi siamo inseparabili. Adesso sono stanco, vado a letto, buona notte mamma”.

Vado in camera mia, ripongo delicatamente lo spartito nello schedario, la carta è vecchia e fragile, devo fare attenzione perché ho ancora tanta musica da suonare e la mamma sarà contenta di ascoltarmi, è il mio unico pubblico e non mi abbandonerà mai.

Mi sveglio alla solita ora e preparo la colazione, porto alla mamma la tazza e i biscotti e li lascio sul tavolino vicino alla poltrona. Oggi è sabato, non devo andare in ufficio. Indosso i soliti vestiti comodi e poi inizio ad esercitarmi sullo spartito con la copertina blu, settimana prossima devo essere pronto per il concerto per violino e orchestra n. 1 in sol minore Op.26 di Bruch.

Sento dei rumori per le scale, suonano alla porta: è il portinaio con due uomini in tuta arancione, mi chiedono se possono controllare l’appartamento, pare ci sia una fuga di gas. Controllano in cucina e in bagno e mi chiedono dov’è il contatore: è sulla terrazza, dico di fare piano, mia madre è anziana e potrebbe spaventarsi.

 

Osvaldo

Osvaldo Malaspina, il portiere dello stabile di via Olona 16, si svegliò presto nonostante fosse domenica. Si lavò e si vestì senza fare rumore e, per non svegliare la moglie, andò al bar all’angolo a far colazione. Si sedette al solito tavolino e sfogliò distrattamente il giornale, fino a che gli cadde l’occhio su un trafiletto che citava via Olona nella cronaca locale.

Milano, 16 aprile: scoperto il corpo mummificato di una donna di 92 anni. Gli operai della ditta Miairgas durante un sopralluogo in centro Milano, in via Olona 82, hanno ritrovato il corpo di una novantenne, morta in casa da diverse settimane. Sono stati i vicini, insospettiti dallo strano odore a chiamare la ditta: i due operai hanno scoperto che le esalazioni provenivano dalla terrazza del palazzo confinante che si trova all’interno del cortile.  Qui la macabra scoperta: il cadavere era in una poltrona protetta da un gazebo. I carabinieri stanno facendo accertamenti, ma la morte dell’anziana sembrerebbe legata a cause naturali. Nell’abitazione la donna viveva con il figlio cinquantenne di cui si stanno valutando le condizioni.

Il barista lo vide intento nella lettura e commentò ironicamente: “ Siamo diventati famosi, anche noi abbiamo la nostra mummia, non serve andare in Egitto!”.

Osvaldo non commentò,  piegò il quotidiano e terminato il caffè fece quattro passi fino al portone del numero 82 dove incontrò un conoscente che non aspettava altro di poter commentare l’accaduto.

“Quello dell’ultimo piano? Il signor Bianchini? Una gran brava persona, silenzioso, di poche parole. Lavora in ufficio, credo sia contabile, abitudinario, esce e rientra sempre alla stessa ora.  Sempre solo lui e la mamma…certo che arrivare a quell’età senza neanche una donna…non c’è da stupirsi che poi….”.

“Ma secondo te non si era accorto che la vecchia era morta?” fece Orlando approfittando di una pausa.

“Chi lo può sapere? Forse a rimanere solo loro due tutto il tempo è diventato un po’ strano….e poi la vecchia non usciva mai, si muoveva pochissimo, da ferma a morta il passo è breve”.

Orlando salutò e ritornò a casa per riportare la novità alla moglie.

Due giorni dopo l’inquilina del primo piano, una settantenne pettegola,  indicò ad Orlando, che stava lustrando il portone, Roberto Bianchini che stava rientrando a casa. “E’ lui quello della mummia….ma secondo lei si è trattato di una morte naturale? Secondo me l’ha avvelenata e poi ha fatto finta di niente”.

“Ma signora Ferrari, cosa dice! Vede troppo la tv, qui, non c’è nessun mistero, lo diceva il giornale”.

“Forse l’ha fatta morire mettendo troppo sale nella minestra o troppo zucchero nel latte, si può morire anche così, l’hanno detto alla radio”, rispose risentita la signora allontanandosi seguendo il suo cagnetto che tirava al guinzaglio.

“Sarà…”, borbottò Osvaldo, assalito dal dubbio.

Il sabato successivo Orlando e la moglie, rientrando da una visita ai parenti, sentirono un suono sgraziato, un lamento acuto che cessava e poi si ripeteva lugubre e monotono.

Incuriositi, cercarono di capire da dove provenisse: seguirono il rumore stridulo percorrendo la via fino ad arrivare al numero 82 di via Olona. Si fermarono ad ascoltare e riconobbero il suono di un violino, le quattro corde sembravano esprimere una sofferenza fisica sotto una mano incerta.   

Era una melodia infantile ripetuta all’infinito, una grottesca ninnananna che proveniva dalla terrazza.

 

Premio Macondo edizione 2019-2020, Antologia di genere Thriller & Romance, Circolo letterario Macondo 2020

 


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