A quasi cinquant'anni, Rebecca viveva in una sorta di eterno, viziato crepuscolo. Cieca dalla nascita, non aveva mai conosciuto la luce, ma la sua vita era stata illuminata da un'abbondanza soffocante: genitori devoti che le avevano risparmiato ogni fatica, una casa signorile piena di ogni comfort, e un lavoro d'ufficio leggero, ottenuto per conoscenze, dove bastava la sua presenza per percepire uno stipendio.
Eppure, Rebecca non apprezzava nulla.
La sua cecità era diventata, col tempo, uno scudo dietro cui nascondere una personalità superficiale e stizzosa. Nella sua mente, tutto le era dovuto.
"La solita pasta? Sempre la stessa roba", sibilava alla madre ottantenne, che passava ore a prepararle le pietanze preferite. Non vedeva le mani tremanti della donna che le porgevano il piatto, vedeva solo l'imperfezione della sua esistenza dorata.
Era impulsiva. Un giorno, stanca del rumore del traffico che proveniva dalla finestra, aveva urlato contro il padre, accusandolo di averla costretta a vivere in un "tugurio invivibile". Il padre, col cuore spezzato, aveva passato il weekend a insonorizzare la stanza, ricevendo in cambio solo un grugnito di disapprovazione quando Rebecca si era accorta che il colore della nuova tappezzeria non le piaceva (nonostante non potesse vederlo, pretendeva che tutto fosse esteticamente perfetto secondo il suo gusto tattile).
Al lavoro era odiata. Arrivava tardi, lamentandosi che il tassista non conosceva la strada "giusta", e se qualcuno provava a farle notare un errore nei pochi documenti che gestiva, esplodeva.
"Non capite nulla! Io ho un intuito superiore, voi siete tutti schiavi della vista e non vedete al di là del vostro naso!", urlava, facendo calare il gelo nell'ufficio.
La sua superficialità la portava a fissarsi su futilità: la consistenza del tessuto di una giacca, la temperatura della stanza, il tono di voce di un collega. Il vero affetto, la pazienza infinita dei genitori, la sicurezza economica, tutto passava inosservato, come rumore di fondo.
Una sera, la madre cercò di parlarle. "Bea, a volte mi chiedo se sei felice. Abbiamo provato a darti tutto..."
Rebecca la interruppe, stizzita: "Ma smettila con questi discorsi da melodramma. Dammi il tablet, devo vedere chi ha commentato la mia foto su Instagram."
Ignara della tristezza sul volto della madre, Rebecca si immerse nel suo mondo buio e rumoroso, convinta che il mondo fosse solo un posto che non le dava abbastanza, mentre lei, con la sua stizza, cercava disperatamente di riempire un vuoto che nessuna carezza, nessuna casa e nessun lavoro avrebbero mai potuto colmare.
N.d.A.: Nomi e fatti sono frutto di fantasia, ogni riferimento è puramente casuale.
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