Pubblicato il 18/05/2026 10:31:16
PICCOLO GRAND TOUR
Una settimana fa ho ricevuto la visita di Arthur Young. È uno studioso inglese, nato nel 1741 e perciò mio coetaneo, appassionato come me di agronomia e di tutto ciò che riguarda le caratteristiche dei territori. Si è compiaciuto del mio bell’alloggio e ha espresso ammirazione per l’architettura del palazzo e la squisita eleganza degli interni. In effetti, il marchese Cusani non mi ha confinato in un’angusta soffitta: ho a disposizione un ampio appartamento che mi consente agio nei movimenti. Posso stiparvi tutti i libri e gli opuscoli che voglio per svolgere le mie ricerche. Quando esco, non manco mai di ammirare la bella facciata di questa sontuosa dimora, posta in via Brera, che non mi fa rimpiangere la precedente sistemazione a Parma all’epoca del Du Tillot. In realtà, mi sono rammaricato per le manovre dell’Amministrazione Pontificia che hanno determinato la caduta del governatore francese: devo dire che avevo attinto buone idee dagli orientamenti illuministici di quell’ intelligente uomo politico. Oggi, fortunatamente, posso beneficiare della protezione del marchese Cusani che mi ha conferito l’incarico di precettore per il figlio Pompeo. Young, durante le nostre conversazioni, ha rimarcato i benefici che si possono trarre dai buoni insegnamenti: ha davvero una mente fresca e assai sveglia che gli consente prontezza di ragionamento. È dotato di un’energia fuori dal comune, conosce già il contenuto di alcune mie pubblicazioni, che concernono l’agronomia, e che, in parte, corrispondono alle sue. Inoltre, lo appassiona il compito della Società Patriottica di Milano. Nutre ammirazione per l’operato di Maria Teresa e crede che promuovere il progresso economico e sociale partendo dall’agricoltura e dalle manifatture sia una pratica vincente. Mi ha chiesto, in modo piuttosto diretto, come intendo agire in qualità di Presidente della Società per raggiungere gli obiettivi regi in terra lombarda. Gli ho risposto con queste due parole: -Water use. Sono convinto, infatti, che molto dipenda dalle opere di canalizzazione e dallo sfruttamento dell’energia idraulica. Gli è balenato nello sguardo un guizzo compiaciuto e divertito: si è portato il pollice e l’indice al mento e lo ha stretto per un po’. Poi, ha sbottato: -All right! I come from Suffolk and from Essex. I know what it means. In seguito, mi ha esternato il desiderio di addentrarsi nei luoghi più remoti e impervi della mia regione e, allora, visto che si era stabilita una certa confidenza e fiducia reciproca, non ho potuto fare a meno di parlargli del mio diario, inedito, in cui racconto il viaggio che ho compiuto quattro anni fa, insieme al marchese Ferdinando e al di lui figlio Pompeo, in una valle prealpina, poco frequentata ma molto interessante per la presenza di acque e di miniere e per la natura geologica delle rocce. Gli ho letto alcune pagine. Arthur si è stupito della forma utilizzata. Io, infatti, ho immaginato di scrivere a una dama blasonata e di grande temperamento per illustrare tutte le tappe del mio “Voyage en Valsasina en 1785”. Mi sono espresso in francese, una lingua che amo perché mi pare molto elegante e graziosa, adatta per omaggiare gentili creature femminili e, a ragione, la lingua dei nobili europei. L’agronomo inglese si è meravigliato anche dello spazio che io, l’abate Carlo Amoretti, ho dedicato alla bellezza delle donne incontrate in questo Grand Petit Tour, donne di cui apprezzo non solo l’avvenenza fisica, che credo derivi dalle stirpi etrusche e romane, ma soprattutto la resistenza alle fatiche e lo spirito libero. Ho chiesto al mio ospite di serbare il piccolo segreto, ma, poi, per stornare eventuali inutili sospetti, ho ripreso il discorso sulle acque, citando la Fiumicella che alimenta 117 opifici nella zona di Lecco, e ho accennato alla geologia delle montagne e alla profondità di grotte e miniere. Ho fatto presente che basta uscire di poco dall’abitato di Lecco e, salendo, raggiungere la località, denominata Pometo, per trovare una grotta piuttosto ampia in cui si possono ammirare colonne bianche calcaree, composte da stalattiti e stalagmiti. Gli ho parlato anche della miniera che abbiamo visitato, io e Pompeo, ai Forni di P. camminando sempre curvi, con grande difficoltà, e guidati da due minatori. Ho aggiunto che il lavoro dei minatori è molto faticoso e rischioso. Solo a forza di mine essi seguono il filone, formato da acqua e ferro cristallizzato, e ne staccano i pezzi: talora capita che la mina esploda con maggiore potenza del previsto. Young ha ricordato l’area delle foreste nei pressi di Bristol, nota per le antiche miniere di ferro e, allora, ci siamo messi a discutere sullo sfruttamento, da parte degli antichi romani, del ferro delle miniere, altro elemento che accomuna la storia britannica a quella italica. E il discorso, infine, si è spostato e appuntato sull’etimologia della parola Lecco. Young ha sostenuto subito l’origine celtica affermando che si deve pensare a loch, il loch di Loch Ness, mentre io asserisco che bisogna fare riferimento all’etimo greco leukós, bianco. Non posso negare che il brio e le conoscenze dell’agronomo, geografo, Arthur Young sono risultate assai stimolanti per la mia mente. Tanto è vero che ieri, quando ho visto prelevare i cavalli dalle scuderie per essere attaccati con i finimenti alle carrozze, ne ho provato rincrescimento. Avrei voluto che l’ottimo studioso prolungasse il suo soggiorno di qualche settimana a palazzo Cusani. Adesso coltivo l’idea di ricambiare la visita e di intraprendere un viaggio alla volta dell’Inghilterra ma non so se i numerosi impegni e il mio stato di salute me lo permetteranno.
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