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Foresti di Campomolino

di Oreste Villari
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Pubblicato il 01/01/2011 19:19:00

Sopra l’abitato di Campomolino, sparse su un crinale affilato, una manciata di case: Foresti.
Sembra nato per accarezzare i fianchi della Rocca Cucuja. A me piace pensare sia cosi’.
Arrivarci da Campomolino è questione di un’ora, risalendo una traccia ancora intuibile.
Appena il sentiero presenta le prime case, abbraccio con lo sguardo l’alta valle.
Ricavare da vivere aggrappati a quell’altalena di rocce deve aver avuto un motivo.
Allora immagino che il posto fosse magico, abitato da contadini capaci di indovinare il respiro del gufo, scoprire la tana della volpe, lasciare tracce leggere sulla prima neve di stagione.
Capaci di immaginare una piazza e di realizzarla.
Li appesa infatti c’è la più bella che conosca. Quelle case affacciate al prato, chiuse a corte attorno al forno e alla fontana.
Una piazza bella di quella bellezza che posseggono le cose semplici.
Quasi ci si dimentica delle case attorno, ridotte a spettri di pietra e ortica.
Forse gli abitanti neppure immaginavano che quella loro vita lassù sarebbe un giorno diventata incredibile, una di quelle favole che traghetta nel sonno i bambini.
Percorrere quel crinale, in qualsiasi stagione, è sempre un’emozione.
Ancora piu’ emozionante pensare che quella gente, senza ruspe ne gru, senza cemento ne silicone abbia compiuto un miracolo.
Uno dei tanti, preso a calci dal tempo, dimenticato dall’uomo.
Cammino leggero sulle lose come fanno faina e ghiro, sento lo scricchiolio delle travi e aspetto il tramonto su Foresti.
Un tramonto che ha come unico difetto di essere arrivato troppo in fretta.

Eppure il rumore di quella montagna mi pare di sentirlo.
Il tossire stanco e profondo dei vecchi, il vociare degli uomini ai cani, i muggiti delle vacche al rientro nelle stalle le sere nebbiose di fine estate. Come unico orizzonte il trascorrere delle stagioni su quel pulpito divino.
Salite alla vedetta, l’altare di roccia che domina la frazione. Salite silenziosi, respirate il vento che accarezza Grum e Bram, liscia la Cucuja e scende come per magia ad accarezzare quei luoghi.
Vi sembrerà sia lui l’artefice del capolavoro.
Commossi, in attesa di un altro schianto. Colmi spezzati come alberi di nave nella tempesta, case solo più perimetri di pietra spalancati alla pioggia e alla neve.

Credetemi, anche se vengo dal mare e ho il sale nel sangue, non ho nessuna intenzione di guardare la montagna dal di fuori, idealizzarla o limitarmi al puro lato estetico.
Nessun apologia di un mondo immaginario.
Scrivo queste righe perfettamente consapevole delle bestiale fatica, dell’isolamento, del freddo, del fumo e della fame che quel popolo contadino condivideva.
Ma nessuno metta in dubbio che quella gente, volente o nolente, l’armonia l’aveva nei cromosomi. Una preziosa eredità.
Se poi di tutto questo sia permesso parlare a un genovese sbarcato un giorno in riva ad un Santuario, lo lascio decidere a voi lettori.
A Foresti però, affrettatevi ad andare prima che il tempo rimetta tutto a suo posto.
Pietre e legno.




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