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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Graffiti

di Oreste Villari
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Pubblicato il 07/01/2011 14:37:15

Stazione di Porta Nuova.

Sul treno, seduto vicino al finestrino, attendo la partenza.
Di fronte ho un anziano con lo sguardo perso nella direzione dei binari.
Un vagone si affianca, è completamente disegnato da qualche artista di strada con vernice spray e sulla fiancata campeggia un’enorme scritta bianca fosforescente: ”ZZZZ”
L’anziano vicino a me commenta a voce alta con disgusto, augurando la galera a tutti i centri sociali.
Identica sorte vorrebbe per l’anonimo artista.
Parte il treno mentre cerco ancora di capire cosa spinga i graffitari ad esprimersi in quel modo.

Oggi torno in Val Grana.
Ho voglia di farmi il giro delle borgate. Come un cane abbandonato che torna fiutando la via di casa, arrivo al Colletto. Il silenzio dei giorni feriali e un unico camino acceso, un filo di fumo sparato diritto nel cielo blu cobalto. Mi aspetta un sentiero innevato e son proprio felice di sprofondarci. Dal Colletto prendo la traccia per Campofei. Tralascio la strada bianca di recente costruzione che passa poco più in alto: cercate di capirmi, mette tristezza. Non pretendo di essere nel giusto, ma lasciatemi dissentire da questo continuo sbancare che per me è sinonimo di irrequietezza e di poche e confuse idee.
Continuo per il mio sentiero, un primo pilone votivo un secondo poco più avanti. Perfette opere di artisti sconosciuti. Non mi riferisco alle statue o agli affreschi ma alla loro semplice forma a quel modo di essere natura nella natura. Sfido chiunque a dimostrare il contrario.
Chi li ha costruiti, chi li ha dipinti, chi li ha seminati in queste valli, doveva avere un genio per compagno. Doveva essere capace di tradurre in forme e colori la propria emozione, il proprio stato d’animo.
Mi fermo in contemplazione, la mia forma di preghiera.
Allora, solo allora, in un lampo di lucidità, capisco. L’importanza dell’opera d’arte non è solo nel valore assoluto che esprime, ma nel flebile messaggio che comunica: sono questi infatti gli unici specchi capaci di riflettere il tempo passato.
Solo lì davanti troverai i paesaggi che hanno visto i nostri vecchi, le sofferenze patite, i loro sogni, le loro passioni, le loro emozioni.
Lì davanti, vedrai il passato senza dover invecchiare cercandolo sui libri.

L’uomo percepisce l’armonico e ne ha assoluto bisogno, tradurlo in opere d’arte è solo il timido tentativo di riprodurre quella frustrante emozione d’origine divina.
Il tentativo di riprodurla per sempre.
A noi rimane la possibilità, davanti a quelle mute testimonianze, di svuotare il sacco delle nostalgie e cercare di riprodurre la nostra realtà.
Lasciare altri specchi per chi verrà dopo di noi.
Superbo e geniale il modo di sopravvivere su questa terra inventato dall’essere umano.
Identiche considerazioni potrei fare davanti a tutte le borgate che incontro: Croce, Albre, Campofei, Grange, Valliera, Battuira.
Perfette e favolose armonie....

Non incontro nessuno, mi sorprende solo l’abbaiare dei caprioli e il soffiare di un camoscio. E’ tardi e si fa scuro, torno sul sentiero per Colletto senza nessuna paura, lo conosco a memoria e forse anche lui conosce me allo stesso modo.
Mi fermo nel silenzio ovattato del paesaggio innevato.
Con l’indice della mano, come un bambino, seguo la traccia dei recenti sterrati che collegano ormai tutte le borgate. Disegno nell’aria quelle linee spezzate.
Per un attimo un sorriso: se fosse stato possibile riportare su carta quelle linee, leggereste: ”ZZZZ”
La luna piena, in uno scintillare di cristalli di ghiaccio, la divina fosforescenza.




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