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Lampuga

di Oreste Villari
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Pubblicato il 07/01/2011 14:42:10

Quel giorno alla scogliera, aprendo la quotidiana scatoletta di tonno, al Pitta accadde qualcosa di strano. Ingoiò tutto velocemente, con il pane pulì ogni traccia d’olio.
Tutto come fosse per l’ultima volta.
La vita l’aveva trascorsa facendo il pescatore, trascinandola insieme ad una rete a bordo di un peschereccio. Passarono davanti agli occhi in un baleno tutti i suoi anni, come un branco di tonni luccicanti, impazziti nella rete. Il loro destino segnato: la mattanza.
Rimase per un attimo senz’aria, come un pesce fuor d’acqua con le branchie disperatamente
aperte. Trangugiò una golata da un cartone di vino, poi un’altra e un’altra ancora.
L’effetto fu quello desiderato, l’illusione di tornare nel suo mare.
Per sempre.

In quell’oblio Pitta viveva ormai da tempo, da quel giorno di mare grosso al largo di Marsiglia.
Scivolare sul ponte fu una fatalità, una botta forte al costato lo spedì in una corsia di ospedale con un polmone bucato. Proprio lui, un metro e ottanta di quercia stagionata, calafatata dal sale, dagli occhi iniettati di vita. Proprio lui dover sbarcare per sempre, con il fasciame a pezzi. Per vent’anni aveva galleggiato, il mare sotto i piedi di giorno e di notte. Rimanere lontano dal suo mondo lo portò in breve a cercare nel vino un valido sostituto.
La sua condanna era un perenne andamento di bolina, un modo di camminare insicuro e barcollante come fosse sempre su un ponte di una nave con il mare forza sette. Nella testa momenti di lucidità incrostati di salsedine erano capaci di risalire a galla senza preavviso. In quei momenti era alla scogliera, fissava al largo il galleggiante tenendo stretto in mano il mulinello.

Io l’ho conosciuto lì, aiutandolo a tirar sù una lampuga un giorno di mare mosso.
La lampuga è un pesce pregiato, piatto, iridescente e con una bella mandibola dentata. Il galleggiante si abbassò all’improvviso, la bestia tirava verso il fondo. Lasciare lenza per poi recuperarla è l’anima della pesca. Arrivò il momento in cui l’animale sfinito si avvicinò. Ero in piedi sullo scoglio con il salaio (retino dal bastone allungabile nda). Ora toccava a me.
La bestia sbatteva con l’amo piantato in gola, usciva fuori dall’acqua come per vedere la razza di bastardi che abita su questa terra e ne trovò due niente male: il Pitta, boia dalla lucidità intermittente e il sottoscritto suo complice. Nel salaio la lampuga stava a malapena e visto l’arcuarsi del bastone, capii subito che doveva essere una bestia niente male.
L’amo si era conficcato profondo e il pesce si dibatteva sullo scoglio. Pitta lo bloccò, tolse l’amo a quella balena e la ricacciò da dove era venuta. Sorrise al mio stupore, ripose la canna, aprì la sacca e fece il suo pranzo: una scatoletta di tonno e un pezzo di pane, il tutto annegato in un vino acido di terza categoria.
Strano modo di pescare il suo.

Osai domandare il perchè, e mi spiegò che la libertà è il bene più prezioso e che lui era capace di toglierlo e restituirlo a suo piacimento.
Quel giorno, la lampuga aveva ricevuto la grazia.
Lui da tempo la grazia l’aveva ricevuta sottoforma di Cortese, anche se di pessima qualità: il suo fegato era spappolato e gli rimaneva più poco da vivere.

Tornai altre volte alla scogliera sino a quel giorno di primavera.
Al solito posto trovai una scatoletta di tonno vuota.
Sul fondo riportava la scadenza: “da consumarsi preferibilmente entro Luglio 2009”.
In un lampo di malinconia Pitta comprese di avere il capolinea più vicino della scadenza di una scatoletta di tonno.
Saltare giù, la decisione di un attimo.

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