“Ma io non sono nulla
nulla più che il tuo fragile annuire”
(Andrea Zanzotto)
a.
inatteso
in limpida convergenza d’astri
tra il ghigno femorale
delle rincorse
e il velo infrangibile
delle sterpaglie
nei boschi di ignote periferie
fu il trapasso di stagione
per noi
che sui distanti territori
di un rimprovero
dormivamo distesi
nel baratro colmo d’ossa
del filare dei giorni
b.
veloci come sortite
le tue vuote stanze
non seppero tepore
che di vagolanti
atomi d’oblio
sentenze inappellabili
dal tribunale impietoso
di un calendario
tornato a dissolvere
la memoria
in quiete origini
straniate dissolvenze
albe
a.
liberi eravamo nell’alveo
di quegli antichi sguardi
o forse contavamo
su quel volatile anelito
tra le cadenze imperfette
del gioco
nello stormo opaco
di infinite cellule
in corsa
sulle rotte incrollabili
del vero
semprevero
del sogno
sempre uguale
di luminescenti comete
a voltare pagine
ancora non scritte
a segnare il greto
insicuro
di quei primi incerti passi
b.
starai al gioco
con l’acribia incurante
di un falso letargo
nell’eremitica costellazione
dei flaconi scaduti
nelle plaghe legnose
della tua sicura
indifferenza
o forse tornerai
da quest’imperdonato
grigiore
per le ripe scoscese
e scanzonate
di quel gioco di ieri
(troppo incerto
il labbro ceduo
del tuo domani)