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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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disertori d’ortega

di Vlad
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Pubblicato il 05/01/2013 19:48:45

e ci parlò di dio,
delle sue leggende.
ma non siamo riusciti ancora
a chiudere la bocca al sacrestano?
- sacro st'ano-

andammo via, e mangiammo
veloci la nostra cena.


nelle bottiglie polacche. nei frammenti
di sosta, il mio respiro si muove come quel 464,
- è l'ora della resa- è così vecchio?
non sapeva, joseph- un passante-
il perché della nostra scelta: il vento.


la foschia, la brina, i capelli
sparsi di lei. sono anni che vivo
in questa strada, fredda come l'alba
che un cielo ha trattenuto in gola.

e le tue labbra, asia, infuocate
dal mio sesso che continui a guardare,
cosa sarà per noi il domani, si chiedono
quelli che continuano a passarci accanto,
e ridiamo che non sappiamo quel che sarà

per noi l'adesso. mostra il grembo di lato
la luna, mentre una rondine sembra essersi
stampata sul tuo petto. e sento dietro di noi i gradini
stupirsi ancora del tanto silenzio. giorni andati

mai visti, mai salutati.


perché enumerarti i paesi stranieri?


io non ho mai calpestato invano.
posso dire di aver visto cieli
che prima confondevo con i mari.
è all'orizzonte che vedi l'aurora

tirar via le lenzuola, distesa,
sulla paglia degli astri, mentre
ancora continua a raschiare la sua gola.
guardami ora, guardami adesso

ora che la luce, fioca, ha mostrato
il mio specchio. e c'è una morsa
che non mi blocca ma m'assale,
nel bianco vermiglio- sai che noia mortale?


non avevamo da sempre cercato
di immergerci nella fiamma più alta?

gli opuscoli li compreremo più avanti,
andiamo a visitare la cella dell'ade.
i suoi spazi, il suo altare.

io non ho mai pianto. ho succhiato
le ossa di tutti i vigneti, e sputato
l'avena dai miei occhi rossi

con cui guardo ancora, per fondere
il vetro della mia pena. voglio sentirlo

entrarmi dentro il suo fiato. e ci sarà
un giorno, forse, in cui più non sento
il rimbombo dei miei passi.< come un tonfo
che riecheggia al matrimonio in una chiesa.>


solleticatori d'arpa! le mie dita
conoscono altra musica, altro tema.
non potrei mai vestirla di bianco,
quali sono i miei pascoli, quale l'arena?
i memorandum, i disertori d'ortega?


voglio vederlo sgorgare di sangue
quel giorno. voglio il sudore,
l'ardore di un'impresa. d'inverno
la quercia stende bene i suoi rami.

io, che dipinsi di nero il mio mondo,
fino a che non finii i pennelli.
poi andai a sparare a flegonte,
un colpo solo, alla testa,

e vidi gli altri stalloni , ubriachi
d'ambrosia venirmi a sbarrare la strada
di fronte.ma le mie scarpe come marca
hanno il cielo, che avrebbero mai potuto fare,

se non disperarsi e sgroppare
e poi brucare nei pascoli del vento?

ed ora sono qui,
con joseph e qualche smargiasso
di strada. di fuori piove, ma fa nulla,
ché spero ancora di vedere la madonna

venirmi incontro con la sua sottana
color brace. pelle scura, capezzoli rosa,
la sintesi unificativa- unitiva ai lati della
fica- che solo può portarmi lontano,

e allora soltanto ti chiederei, asia,
di concederti a me come sposa. e poi

di nuovo via, lontano, di buona lena,
continueremo a parlare di dio,
e a ricordarci che il vero amore
mai la conoscerà, un'ultima cena.


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