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Per Gianmario Lucini

di Franca Alaimo
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Pubblicato il 30/10/2014 15:59:59

 

Tempo lasciato fra libri accatastati, foto ed agende,

appuntamenti  mancati, luoghi svuotati.

Ora sei stato spossessato delle tue donne,

degli aromi delle loro bocche e dei fianchi caldi

come  il giallo oro degli alberi. Sei caduto sulle mattonelle

con un tonfo , come una cosa che si rompe improvvisamente

o che brucia come se fosse passata una materia incandescente

Avevi  già una distanza marmorea, il colore dell’erba

sotto il plenilunio, la bocca abitata dalla notte e

sotto la lingua filamenti di commozione,

come se ti piacessero  i dolori,

e quelle cose che sanno di morte e di metallo duro.

Se , adesso, potessi guardare fuori, ti chiederesti  perché

ci sono tanti stormi nel cielo, e perché tutte le cose

che si alzano in volo  sono così struggenti.

Ma ormai non hai che gli eventi muti dei morti:

il tuo petto è diventato una nave che con la prua apre

i flutti del cielo, mentre  gli occhi buoni degli angeli

si colmano, e i battiti delle ali compiono la migrazione

verso l’irreale, navigando tra le stelle come il carro

dell’Orsa maggiore. Ricordi solo qualcosa, per esempio

la beatitudine dei rami fioriti sotto i piedi

per quella tardiva primavera che era ancora ottobre e

penzola nell’aria il tuo sorriso: oh, nessun male ormai,

nessuna pena. Sono tutte cose leggere  le tue cose di qui,

Fanno musica, hanno i colori dei bambini.

Parli con la luce con la stessa adorazione dei fiori

che escono dai semi , bucano la terra e si alzano

perché il loro compito è benedire l’aria.

E poi ti volti appena con un gesto  tutto bellezza,

Saluti noi che qui siamo rimasti, e sei già così distratto,

come chi più nient’altro vuole  o chi sorride nel sogno.

 


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