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Oltrevita di un infante

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 02/05/2015 19:56:12

Ma quali nomi ho imparato,

il cane, la mucca, l'elefante,

da tanto tempo e ormai

così lontani, e la zebra,

e non so più perché?

Quello che mi ha preso ora

trabocca oltre a tutto.

Ed è la pace sapere finalmente

che esistevamo senza cercare

oltre le cose, lievi o resistenti,

un volto che comprende?

 

E queste mani solo incominciate -

 

Voi dicevate, a volte: Lui promette...

Ma le mie promesse non mi fanno

paura ormai. Talvolta

seduto accanto alla casa

guardavo il volo degli uccelli.

Avessi potuto diventare io

quella contemplazione. Mi trascinava

in alto, gli occhi sempre più

spalancati. E non amavo nessuno,

amore che significava aver paura -

 

Tu lo sai, vero, che mai

sarei stato un "noi", eppure

ero più grande di un uomo,

come se fossi io la paura

e dentro ne fossi il nocciolo.

 

Quel nocciolo, lo lascio, lo getto

per strada e nel vento.

Perché non ho mai creduto che noi

fossimo insieme, tutti uguali.

Lo giuro. Parlavate, ridevate,

eppure in quel ridere e parlare

nessuno era davvero se stesso.

Né la zuccheriera, né il bicchiere

del vino si muovevano come voi.

La mela anche stava ferma.

Bello era prendere quella mela,

talvolta, piena e solida, come

quel tavolo, quelle tazze

silenziose della colazione;

e come erano a posto, come

il tempo si tranquillizzava in loro.

Anche i miei giocattoli mi parevano

a volte rassicuranti. Erano

fidati, come le altre cose;

solo non così tranquilli.


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