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Oracolo di Delfi

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 24/02/2019 02:51:55

Giacevano lì, tutti quegli aurei vecchi pazzi,

lì l'argentea rugiada,

e la grande acqua sospirava d'amore

e anche il vento sospirava.

Niobe la maliarda si piegava e sospirava

accanto a Ornitio, sull'erba;

lì sospirava tra il suo coro d'amore

Pitagora alto di statura.

Plotino venne e si guardò d'attorno,

fiocchi di sale sopra il petto,

e si stirò, sbadigliò un poco, e giacque

a sospirare come gli altri.

 

Ciascuno in groppa a un delfino,

e mantenuto ritto da una pinna,

quegli Innocenti rivivono la morte,

le loro ferite si riaprono.

Le acque estatiche ridono

perché il loro lamento è dolce e strano,

danzano nelle loro figure ancestrali,

e i bruti delfini si tuffano,

finché in qualche baia protetta dalla roccia,

dove avanza nell'acqua il coro d'amore

offrendo le sue sacre corone d'alloro,

sgroppano i loro fardelli.

 

Adolescenza snella che una ninfa ha spogliato,

Peleo fissa Teti: le sue membra

sono leggere come una palpebra,

l'amore lo ha accecato di lacrime;

ma il ventre di Teti è in ascolto.

Giù per i fianchi della montagna

dov'è la caverna di Pan

una musica intollerabile precipita.

Appare una sozza testa di capra, un braccio brutale,

ventre, natiche, spalle, lampeggiano

simili a pesci; satiri e ninfe

nella schiuma si accoppiano.

 

© Paolo Melandri (24. 2. 2019)


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