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Sogno di grande magia

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 23/05/2019 12:19:02

Più regale di un serto di diamanti,

come un giovane mare temerario

nell'aroma dell'alba, era il mio sogno.

Per le vetrate aperte entrava l'aria,

io dormivo nel padiglione al suolo,

da quattro porte aperte entrava l'aria.

Cavalli già correvano bardati

e una muta di cani lungo il letto

e correvano avanti. Ma quel gesto

del primo, grande mago fu levato

improvviso tra me e la parete:

il fiero cenno, la chioma regale.

E non parete dietro a lui: ma vasto

sfarzo emerse di baratro e di mare

e verdi prati dietro la sua mano.

Egli si curva e attinge dal profondo,

egli si curva e nuotano le dita,

come nell'acqua, nel terrestre fondo.

Ma da quella sottile acqua sorgiva

grandi opali si impigliano alle dita

e sonori ricadono gli anelli.

Poi si getta con lieve impeto d'anca

come per solo orgoglio sulla rupe:

la forza in lui di gravità si stanca.

Regna nelle pupille l'alta calma

delle gemme in letargo ma viventi,

egli siede e con tale voce chiama

i giorni che parevano ormai spenti,

ch'essi tornano, grandi e luttuosi:

egli gode di risa e di lamenti.

Come in sogno degli uomini le sorti

varie egli sente come le sue membra.

Nulla è presso o lontano, umile o enorme.

Come raffredda nel profondo il suolo,

nel buio dal profondo in alto sale,

la notte caccia il caldo dalle cime,

egli così godeva della vita

il grande corso, che in ebbrezza grande

balzò come un leone sugli scogli.

È lo spirito nostro alto signore,

che non dimora in noi ma nelle stelle

pone il suo seggio e orfani ci lascia.

Ma nell'intima fibra Egli ci è fuoco

Io presagivo, ritrovando il sogno –

parla coi fuochi della lontananza

e vive in me com'io nella mia mano.

 

© Paolo Melandri (23. 5. 2019)


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